Alberto Giacometti

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Ecco il libro finito, le litografie, così velocemente, di già. Questo libro che solo un mese fa sembrava perdersi, non potersi mai realizzare, colpevole, ancora cinquanta tavole da fare, ma quando, come e la stanchezza, lo scoraggiamento di ripartire con la cartella sottobraccio, il giorno, la notte, dove? Tutto si perdeva nell’impossibile indisegnabile, troppe cose, un’accumulazione disordinata, nessuna scelta possibile; ridursi alla gamba di una seggiola, a un lenzuolo del letto, a un angolo qualunque di un posto qualsiasi, a una bottiglia di trementina là, ai piedi di una cassa vicina ai telai, o alle scope nell’altro atelier, quello del telefono con le scatole vuote di cibo per i gatti, ma ora tutto questo è finito e già lontano, questi tre anni durante i quali con delle lunghe interruzioni, delle interruzioni di sei e sette e otto mesi ho realizzato queste litografie. Mi sembra infinitamente lontano il giorno nel quale verso sera, venendo da casa Mourlot, la rue Saint-Denis, il cielo chiaro, la via come una discesa tra scogliere nere, alte e già nere e il cielo giallo, il cielo giallo della sera, mi sono visto, impaziente di esserci, disegnare il più velocemente possibile tutto ciò che avrebbe colpito il mio sguardo e questo dappertutto e tutta la città che diventava improvvisamente un immenso sconosciuto da correre a scoprire, questa ricchezza illimitata dappertutto, dappertutto. Vedevo il formato, le pagine, la carta e poi ora sono dall’altra parte; solo oggi pomeriggio, il libro composto, ho visto quello che ho fatto e ora vedo questi anni passati attraverso quello che ho fatto e sento come il rimpianto che sia già finito e mi rivedo dappertutto, vedo tutto come simultaneamente e la sera di novembre nei viali deserti del Jardin des Plantes tutto il paesaggio già nero, mentre andavo trascinandomi di stanchezza con rimpianto verso l’uscita, tutto quello che avevo sbagliato e le grandi vetrate che brillavano ancora degli ultimi bagliori del giorno, striate dalle sbarre nere della struttura, ancora disorientato, perduto per la desolazione della sala dei serpenti senza nome.

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A. Giacometti, Parigi senza fine. Con uno scritto di Jean Genet, Morcelliana 2016.

 

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