William Carlos Williams, La primavera e tutto il resto, FinisTerrae di Ibis 2020.

But now the stark dignity of
entrance – Still, the profound change
has come upon then: rooted they
grip down and begin to awaken

 

ma adesso la brulla dignità
di ogni entrare – Immobili, un profondo mutamento
è giunto in loro: radicati, s’aggrappano
giù, alla terra e cominciano
a risvegliarsi.

 

Dalla quarta di copertina.

 

La primavera e tutto il resto (1923) è la precoce testimonianza di una fra la più inesauste e febbrili esperienze di poesia del Novecento. Scritto dal grande poeta modernista americano William Carlos Williams come risposta alla pubblicazione di The Waste Land di T.S. Eliot del 1922, La primavera e tutto il resto è un prosimetro che raccoglie i versi giovanili che egli riteneva migliori e mostra quanto l’esperienza dell’arte cubista e la violenza della grande guerra appena conclusa avessero destrutturato ogni scrittura e reso necessaria una radicale apertura verso un’incognita vita nova. Ne risulta un’opera fremente, mossa, spezzata, liberata da ogni piaggeria formale, in cui il poeta pone al centro il tentativo di una rinascita dell’intera cultura Occidentale grazie all’immaginazione, intesa però come l’unica forza capace di far sostare il lettore su ciò che da sempre gli è stato tolto, ovvero il momento attuale, l’adesso, dove ognuno di noi possa infine ritrovare se stesso.

 

CAPITOLO XIX

 

Capisco che i capitoli siano piuttosto rapidi nella loro sequenza e che non vi sia contenuto niente di che ma nessuno oggi dovrebbe esserne sorpreso.

 

I TRADIZIONALISTI DEL PLAGIO

 

È primavera. Cioè, si sta avvicinando L’INIZIO.

In questo vasto e microscopico sbando del tempo, come se fosse un cavallo selvaggio in una pampa illimitata sotto le stelle, che descrive immensi e microscopici cerchi con i suoi zoccoli sulle solide zolle, correndo senza sosta per la milionesima parte di un secondo finché è diventato vecchio, consunto, ridotto a un ammasso di pelle ossa e zoccoli a pezzi – in questa maestosa progressione della vita, che dà l’esatta impressione del fregio di Fidia, i cui uomini e le cui bestie, sebbene sembrino rigidi come marmo, non lo sono e si muovono con velocità accecante mentre noi non abbiamo il tempo per comprenderlo, poiché le loro zampe avanzano una milionesima parte di un centimetro ogni cinquantamila anni – in questa progressione della vita che sembra l’immobilità stessa nella massa dei movimenti – alla fine, la PRIMAVERA si sta avvicinando.

In quella colossale impennata verso il finito e il capace, la vita è adesso giunta, per la seconda volta, all’esatto momento in cui nelle età passate avvenne la distruzione delle specie dell’homo sapiens.

Adesso, infine, quel processo di miracolosa verosimiglianza, quella grande trascrizione che l’evoluzione ha seguito, ripetendo mossa dopo mossa ogni mossa che ha compiuto nel passato – ha raggiunto la fine.

Improvvisamente, è alla fine. IL MONDO È NUOVO.

 

W.C. Williams, La Primavera e tutto il resto, FinisTerrae di Ibis 2020. A cura di Tommaso Di Dio.

Titolo originale: Spring and All, Contact Publishing Co. 1923.

William Carlos Williams (1883-1963) fu insegnante, medico, poeta. Nato a Rutheford, nel New Jersey, da padre di origine inglese e spagnola e da madre invece basca ed ebraico olandese, perseguì in tutta la sua opera il tentativo di dar voce alla cultura americana e di sviluppare l’intreccio fra la grande tradizione poetica del suo paese e i suoni, i ritmi, la voce della gente comune. Partecipe – non sempre in accordo – con Pound e Eliot della grande vicenda modernista, ne ha tratto una sua visione originale, da cui sono scaturiti i capolavori Al Que Quiere (1917), The Desert Music (1954) e infine Paterson (1946-1963), tentativo di un’epica tutta ambientata in una piccola cittadina di provincia. Fin dalle sue prime pubblicazioni, ha accompagnato la scrittura di poesie ad opere in prosa, in cui si alternano riflessioni filosofiche, spunti autobiografici e di poetica, nonché veri e propri racconti. L’opera La primavera e tutto il resto (1923) è la precoce testimonianza di una delle esperienze artistiche che più contribuirono a costituire l’identità artistica americana del Novecento.

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