Alfonso Gatto

273

Pensare è mettere legna al fuoco, ma la fiamma che se ne libera, brucia se stessa smodatamente al vedersi, è un simbolo fatuo. Pensare, in fondo, è sempre un modo di autenticare il falso. La verità piuttosto è un occhio distratto che non perdona, l’accorgersi improvviso di “essere”.

274

Di giorno, la nostra ombra si allontana da noi, di notte, in noi, tarda a rincasare, si sa aspettata e scivola inavvertita, si allunga dalla testa ai piedi combacia col suo silenzio; ma continuiamo a aspettarla, a temere che s’avvicini. La paura, più della nostra, l’avverte che può sbagliare. Abitare in un corpo che non sia il suo: quale ironia. Spiegarle l’errore come è possibile? L’ironia non ha una casa propria, è sempre il riso sferzante di un malinteso. Al risveglio, nella luce, l’ombra è sulla porta a aspettarci. Con chi ci ha traditi?

276

Il sonno è una disputa. Ci alziamo stanchi, affranti, delusi dal non aver detto l’ultima parola: ci resta l’acuta irritazione d’essere rimasti in superficie, ma sott’acqua e emersi con fatica a prender fiato. Il sonno è un’autorità mancata e ridicola (ci vuol altro per scimiottare [sic] la morte!)

292

Nel vivere e nel condurre la propria vita senza “spettatori” [,] nell’essere cioè il tutto di un tutto che è la sua solitudine e la sua inviolabilità, quasi nell’identificarsi con la natura, l’uomo aumenta – non sa perdere – la sua evidenza reale, si attribuisce la parte e le parti che via via ostenta sottolineandole con la voce, recita la commedia da solo. Ormai è impossibile per l’uomo [nel ms. soprascritto a all’uomo] sfuggire al significato della sua evidenza.

 

A. Gatto, Pensieri, Aragno 2016.

 

Il sorriso, la morte, la frammentarietà psicologica degli esseri umani e la loro fatuità, la speranza senile e le disperazioni giovanili, le donne e l’arredamento domestico, la premeditazione e lo sguardo, la pittura di Cézanne e il silenzio: ecco, come specimen, la varietà di temi in cui, fin dalle prime righe, si imbatte il lettore di un’opera a cui occorrerà assegnare un posto di rilievo, tra i libri di aforismi del secondo Novecento, accanto a Scorciatoie e raccontini (1946) di Umberto Saba e Fuochi fatui (1956) di Camillo Sbarbaro; o, volendo, cronologicamente più vicina, La linea gotica (1962) di Ottiero Ottieri. A pieno titolo Alfonso Gatto rientra infatti nella categoria, individuata da Gino Ruozzi, di «autori, prima di tutto grandi poeti», che hanno «partecipato alla stagione di riviste, ma sempre a lato, interiorizzando più che esternando il proprio pensiero», per fare della marginalità «una delle ragioni della loro forza e del loro essere in sintonia coi tempi».
Preme evidenziare in che misura Saba e Gatto, che Carlo Muscetta, amico di entrambi, indica come poli essenziali della poesia novecentesca, si presentino complementari anche, anzi soprattutto, in quanto scrittori di massime. Leggendo lo scrittore del nord e quello del sud si ha l’impressione di assistere, in uno scambio di transfert e controtransert, a una conversazione a distanza, dove conscio e inconscio sono in costante dialogo. […] Si pensi, in primis, alla diagnosi di Saba, intitolata Storia d’Italia:

Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha mai avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe. Gli Italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani… «Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli». (Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi). Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.

Si accosti ora, a integrazione di quella di Saba, la diagnosi di Gatto (Pensieri § 508):

Il particolare amore che i figli hanno per la madre in Italia nasce dalla loro incertezza teorica di immaginare il “padre” prima ancora che di aver notizia dell’amore. Il padre è “presente” perché manca, la madre si sa dove trovarla come se non ci fosse. È uno strano allarme di cultura, una felice remissione ai pochi sintomi dell’esperienza. È già una malizia sapere che l’esperienza, ben lontano dal metterci alla prova come dovrebbe, ci assicura gli stessi segreti [in interlinea: rifugi] da ritrovare la materna intimità. Tutto questo nell’inconscio ci lascia scoprire che il “nuovo” è fuori di caso [sic], che il padre è la scuola, la pioggia, l’ombrello aperto, un tema da svolgere, un tentativo di capire. La madre invece è “facile”.

Così è offerto un esame autoptico della psiconevrosi nazionale, per cui, di fratricidio in fratricidio, in presenza di un padre mancante, la madre, fin troppo reperibile, è come se non ci fosse: «bordello» direbbe Dante, paese borderline, incline a ogni sorta di follia, con padre surrogato, di volta in volta, da papa e cavaliere del lavoro e Sua Eccellenza… Manzonianamente, «volgo disperso che nome non ha», confinato in una patria oggetto non solo di grand tour, ma occupata da forze militari straniere in secula seculorum: e longobardi e franchi, e Francia e Spagna, quindi nazisti e nordamericani. Atroce paese amato da Saba, che induce Gatto, nel progettare un libro intitolato Le ragioni per le quali non voglio essere italiano, a spifferare, carduccianamente allusivo, il tabù impronunciabile: «Una madre puttana? Sì, l’Italia “dalle molte vite”» (§ 507). […]

 

Dalla premessa a Pensieri. A cura di Federico Sanguineti.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *