“Esodo” di Marco Amendolara. Con una nota di Adriano Napoli.

ESODO
(per quasi tutti)

Non è come voce scrittura è più santa
e puttana è di chi legge o riscrive
è di chi in parola e in sguardo vive
le indecenze e le stelle, le forze
che il centro di me hanno aperto
alla fuga.

 

M. Amendolara, Stelle e devianze, La Fabbrica Felice 1993.

 

Un rigore cartesiano e raffinato nello stile; una poesia limpida e segreta (che fa pensare ai soggetti pittorici di Morandi); un modo peculiare di osservare la realtà: sono questi gli elementi che caratterizzano la cifra espressiva di “Stelle e devianze” di Marco Amendolara. Se nel libro di esordio, “Misteri di Seymour”, prevalevano le suggestioni di immagini astratte e metafisiche, contrassegnate da un’aura di disfacimento, evocate da uno sguardo pagano capace di nobilitare il disordine, il vuoto, la consunzione mediante il sortilegio verbale del ritmo e della musica; nel secondo libro poetico il linguaggio acquista una fisionomia più colloquiale, dimessa, ribaltando la ricercatezza in understatement. Si tratta in verità di due modalità diverse di uno stesso atteggiamento mentale, affidate a variazioni tonali, piuttosto che del linguaggio (che resta sorvegliatissimo).
L’io afasico, atonale per l’appunto di “Stelle e devianze” custodisce, con uno stile diverso, lo stesso disagio emergente nel libro precedente di fronte al dilagare della civiltà meccanica e delle sue aberrazioni. Come se il poeta avesse accettato in apparenza la prigionia in una realtà refrattaria e ostile al sentimento poetico, vivendone dal di dentro le paradossali contraddizioni; identificando la propria voce con quella di una “Musa meccanica” (titolo non a caso di un pamphlet giovanile di raro acume e chiaroveggenza); mimandone parodicamente abiti e cadenze; mescolando schegge e frammenti di armonie assolute con materiali referenziali della cronaca biografica e quotidiana, così da rintracciare in fondo a questa regressione linguistica e gnoseologica le risorse estreme, originarie ed essenziali, della parola poetica. Con un effetto, liberatorio, di straniamento affidato ad un’ironia scettica e disincantata.
La fede nella poesia resta intatta, ma comporta la consapevolezza che vi è in poesia la medesima natura contraddittoria osservabile in ogni altro fenomeno ed esperienza della realtà umana, rispetto alla quale l’angolazione ironica o a tratti sarcastica di questi testi, convertendo la metafisica in un’ispirazione occasionale, feriale, immersa nel magma informe del quotidiano, rappresenta l’unico antidoto, per distillarne una goccia almeno, di sapienza, di vissuto. “La poesia si disfa, e la vita è sempre altrove”, si potrebbe chiosare sovrapponendo ai versi di Marco le parole di un autore da lui prediletto, Renzo Paris, dedicate ad un’altra personalità irregolare e irraggiungibile della poesia contemporanea, Amelia Rosselli. È la contraddizione (evidenziata fin dal titolo del libro dalla figura araldica ed emblematica dell’ossimoro) che manifesta in luce ciò che, disertato dallo sguardo presago di un poeta, resterebbe nascosto; e non senza una spinta di provocazione, di scettica trasgressione alla norma, all’ordine, ad ogni maschera o divisa ideologica o culturale .
Ed ecco che le “stelle” (che con il filtro di un surrealismo lieve e picaresco che impreziosisce la musica bassa del libretto, richiama per suggestione biografica la divisa di ordinanza indossata dal poeta durante il periodo del servizio militare, coincidente con la stesura di gran parte delle poesie del libro) si allineano e combaciano con le “devianze” che, a distanza di anni, continuano a farmi pensare al clinamen lucreziano; a quell’atomo impazzito che deviando dalla traiettoria prestabilita ricerca nella diversità lo spazio e l’istante precario della propria libertà e realizzazione .

Adriano Napoli

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *