George Orwell

Come si sarebbe potuto distinguere quello che era vero da quel che non lo era? Poteva essere vero che la media degli individui stava meglio ora che non prima della rivoluzione. La sola prova che era vero, invece, il contrario, era una specie di muta protesta che si sentiva nelle ossa, un sentimento istintivo che le condizioni in cui si viveva erano intollerabili, e che ci doveva essere stata un’epoca precedente in cui esse erano state diverse. Lo colpì il fatto che la vera caratteristica della vita moderna non consisteva nella sua crudeltà o nella sua insicurezza, ma solo nella sua nudità, nel suo squallore, in quella sua incapacità d’ascoltare e d’apprendere. La vita, se si faceva tanto di guardarsi attorno,non rassomigliava in nulla non solo a ciò che proclamavano le menzogne del teleschermo, ma nemmeno a quegli ideali che il Partito cercava di raggiungere. Una gran parte della vita, anche per un membro del Partito, era neutrale, fuori da qualsiasi interesse o contingenza politica, semplicemente una serie di atti, come lo sgobbare in un lavoro monotono e privo di interesse, sbracciarsi per un posto nella metropolitana, rammendare un calzino bucato, elemosinare una pastiglia di saccarina, mettere da parte una cicca. L’ideale strombazzato dal Partito era qualcosa di grande, di terribile, di luminoso: un mondo d’acciaio e di cemento, di macchine mostruose e di armi terrificanti, un popolo di guerrieri e di fanatici, che marciavano innanzi in compagine perfetta, tutti con le stesse idee nella testa e gli stessi slogans sulle labbra, che lavoravano senza stancarsi mai, ed egualmente senza stancarsi mai combattevano, vincevano, perseguitavano; trecento milioni di persone tutte con la identica faccia. La realtà, invece, erano miserabili città in rovina dove gente denutrita si trascinava su e giù con scarpe che lasciavano scoperti i piedi, dentro certe case novecento che si tenevano su a furia di toppe e di cartone e di tela cerata, e che puzzavano sempre di cavoli e di cessi otturati. Gli sembrava di vedere Londra, immensa rovina, una città di milioni di sacchi d’immondizie, e sovrapposta a quella visione c’era come l’immagine della signora Parsons, con le sue rughe, i suoi capelli color paglia, che armeggiava attorno al tubo di scarico dell’acquaio, senza riuscire a disintasarlo.

 

G. Orwell, 1984, Mondadori 1989. Traduzione di Gabriele Baldini.

 

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