Man Ray

L’EPOCA DELLA LUCE

Da «Minotaure», Parigi, 3-4, ottobre-dicembre 1933

 

Nella nostra epoca, come in tutte le epoche in cui il problema della perpetuazione di una razza o di una classe e la distruzione dei suoi nemici costituisce il motivo dominante della società civilizzata, sembra irrilevante e futile creare ancora opere la cui unica fonte di ispirazione siano le emozioni e i desideri individuali dell’uomo. Si direbbe che vi sia la tendenza a consentire che si ritorni a occupazioni idilliache solo dopo aver risolto i più vitali problemi dell’esistenza. Sappiamo inoltre che l’incapacità di una razza o di una classe di migliorare se stessa è pari alla sua incapacità di imparare qualcosa dagli errori commessi in passato. Ogni progresso è il frutto di un intenso desiderio individuale di migliorare il presente, di una profonda consapevolezza delle proprie insufficienze materiali. In questo stato di esaltazione s’impone un atto concreto che assume la forma, in un modo o nell’altro, di una rivoluzione. Di conseguenza la razza e la classe, al pari degli stili in campo artistico, diventano irrilevanti, mentre l’emozione del singolo essere umano si fa universale. Cosa può esistere, infatti, di più accomunante fra gli esseri umani della scoperta di un desiderio comune? E cosa può ispirare maggiormente all’azione se non la fiducia che nasce dall’espressione lirica di un tale desiderio? A partire dal primo gesto di un bambino che indica un oggetto e semplicemente lo nomina, ma con tutto un mondo di significati sottintesi, fino alla mente evoluta che crea un’immagine la cui singolarità e la cui realtà ci toccano nel nostro inconscio più profondo, la consapevolezza del desiderio è il primo passo verso la partecipazione e l’esperienza.
È nello spirito di un’esperienza, e non di un esperimento, che vengono presentate le immagini autobiografiche che seguono. Colte in momenti di distacco visivo, durante periodi di contatto emozionale, queste immagini sono residui ossidati, fissati nella luce e da elementi chimici, di organismi viventi. Nessuna espressione plastica può mai essere qualcosa di più del residuo di un’esperienza. Il riconoscimento di un’immagine tragicamente sopravvissuta a un’esperienza, che ricorda più o meno nitidamente l’evento come le ceneri intatte di un oggetto consumato dalle fiamme, il riconoscimento di questo oggetto così scarsamente rappresentativo e così fragile, e la sua semplice identificazione da parte dell’osservatore che ha avuto un’analoga esperienza personale, vanificano ogni classificazione psicoanalitica, ogni assimilazione in un sistema decorativo arbitrario. Coloro che si tengono lontani persino dai confini di simili esperienze, solleveranno comunque questioni di merito e di esecuzione. Se un pittore inserisce pezzetti di stampe colorate nel suo manufatto per sottolineare l’importanza dell’idea che desidera esprimere, o se un altro, operando direttamente con la luce e la chimica, deforma a tal punto l’oggetto da occultarne quasi l’identità e crea una forma nuova, la conseguente violazione del mezzo di cui si serve costituisce la più perfetta garanzia delle convinzioni dell’autore. Un certo disprezzo verso il materiale utilizzato per esprimere un’idea è indispensabile alla più pura realizzazione di essa.
Ciascuno di noi, nella sua timidezza, ha un limite oltre il quale avverte l’offesa. È dunque inevitabile che chi, applicandosi e concentrandosi, ha esteso per sé tale limite, susciti il risentimento di quanti hanno accettato le convenzioni che, essendo universalmente riconosciute, non richiedono alcuna iniziativa per essere applicate. E questo risentimento assume in genere la forma della risata stolta o della critica, se non della persecuzione. Ma una simile apparente violenza è preferibile alle mostruose abitudini perdonate dall’etichetta e dall’estetismo.
Uno sforzo imposto dal desiderio deve anche possedere un’energia automatica o inconscia che ne favorisca la realizzazione. Le nostre riserve di tale energia sono illimitate se le sfruttiamo senza alcun senso di vergogna o di possesso. Al pari dello scienziato, che è solo un prestigiatore che manipola i molteplici fenomeni della natura e trae profitto da qualsiasi cosiddetto caso o legge, il creatore che opera con i valori umani consente alle forze dell’inconscio di filtrare attraverso se stesso, tinte della propria selettività, che è il desiderio umano universale, e porta alla luce motivi e istinti a lungo repressi, che dovrebbero formare la base di una confidente fraternità. L’intensità di questo messaggio può esser turbata solo in misura proporzionale alla libertà che è stata concessa all’automatismo o all’inconscio stesso. La rimozione di modi di presentarsi inculcati, da cui nasce un’artificiosità o una stranezza apparente, è una conferma del libero funzionamento di questo automatismo, e deve considerarsi benefica.
Ogni giorno si fanno aperte confidenze, e all’occhio non resta che imparare a registrarle senza restrizioni o pregiudizi.

 

M. Ray, Sulla fotografia, Abscondita 2006. Traduzione di Maurizio Vitta.

 

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