Flannery O’Connor

So benissimo che tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un «colpaccio». Essere uno scrittore, non scrivere. Vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa. E, a quanto pare, hanno la sensazione che tale obiettivo si possa raggiungere imparando alcune cosette sulle abitudini di lavoro, sui mercati e sugli argomenti in voga in un dato periodo.
Se è questo che vi interessa, io non vi sarò certo di grande aiuto. La mia sensazione è che le abitudini esterne dello scrittore siano guidate dal buonsenso – o dalla sua mancanza – e dalle circostanze personali; circostanze che di rado si presentano uguali in due casi. Allo scrittore serio interessano non le abitudini esterne, bensì ciò che Maritain chiama «habitus dell’arte»; dove per «habitus» intende una certa qualità o virtù della mente. Lo scienziato ha l’habitus della scienza, l’artista quello dell’arte.
A questo punto sarà meglio che mi fermi e spieghi l’uso che faccio della parola arte. Arte è una parola davanti alla quale la gente batte in ritirata, perché troppo altisonante. Ma io, per arte, intendo semplicemente scrivere qualcosa che sia dotato in sé di valore e di efficacia. Base dell’arte è la verità, nella sostanza come nella forma. Chi nella propria opera persegue l’arte, persegue la verità, in senso immaginativo, né più né meno. San Tommaso ha detto che l’artista si cura della bontà di quel che crea; e questa dovrà essere la base del mio breve discorso in materia narrativa.
Ora, noterete che un’impostazione del genere elimina molto dalla discussione. Elimina qualunque assillo per la motivazione dello scrittore, se non quando è rintracciabile all’interno dell’opera, così come elimina qualunque assillo per il lettore visto secondo un’ottica di mercato. Elimina inoltre l’oziosa controversia sempre in atto tra chi dichiara di scrivere per esprimere se stesso e chi per rimpinguare, se possibile, il portafogli.
A questo proposito, mi viene sempre in mente Henry James. Non conosco scrittore che fosse più di James attaccato al dollaro, né artista più coscienzioso. È vero, ritengo, che di questi tempi scrivere male rende assai più che scrivere bene. In certi casi basta imparare a scrivere sufficientemente male per fare un sacco di soldi. Ma non è vero che a scrivere bene non si verrà mai pubblicati. Vero è che se si vuole scrivere bene e al tempo stesso vivere bene, meglio sarebbe fare in modo di ereditare del denaro o sposare un agente di cambio o una riccona capace di adoperare la macchina da scrivere. Comunque, che scriviate per far soldi o per dare espressione alla vostra anima, per garantire i diritti civili o per far rabbia alla nonna, questo resterà fra voi e il vostro analista, mentre il punto di partenza per questa discussione sarà la bontà dello scritto.

 

F. O’Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, Edizioni minimum fax 2003.

 

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