Genet su Giacometti

“Ciascuno avrà forse provato quella specie di pena, o di timore, nel vedere come il mondo e la sua storia sembrino presi in un movimento ineluttabile che si amplifica sempre di più e che non pare dover modificare mai altro che le manifestazioni visibili del mondo, per fini sempre più volgari. Questo mondo visibile è ciò che è, e la nostra azione su di esso non potrà in alcun modo renderlo assolutamente altro. È per questo che rimpiangiamo un universo in cui l’uomo, anziché agire tanto furiosamente sull’apparenza visibile, si adoperi per disfarsene, non solo rifiutando qualsiasi azione su di essa, ma denudandosi fino a scoprire questo luogo segreto, dentro di noi, a partire dal quale sarebbe possibile un’avventura umana completamente diversa. Senz’altro più propriamente morale. Ma dopo tutto, è forse proprio a questa inumana condizione, a questa ineluttabile disposizione, che noi dobbiamo il rimpianto di una civiltà che cerchi di varcare i limiti del misurabile. È l’opera di Giacometti a rendermi questo universo ancor più insopportabile, poiché sembra proprio che questo artista abbia saputo liberare il suo sguardo da ciò che lo offuscava, per scoprire quello che resterà dell’uomo, quando le false apparenze saranno eliminate. Ma anche a Giacometti forse occorreva questa inumana condizione che ci è imposta, affinché il suo rimpianto diventasse tanto grande da dargli la forza di riuscire nella sua ricerca. Comunque sia, mi pare che la sua opera non rispecchi altro che questa ricerca, una ricerca rivolta non soltanto all’uomo, ma ad un oggetto qualsiasi, perfino al più banale. E una volta spogliato l’essere o l’oggetto scelto, dalle sue false apparenze utilitaristiche, l’immagine che ce ne dà è magnifica. Ricompensa meritata, ma prevedibile.

Non v’è per la bellezza altra origine che la ferita, singolare, in ciascuno diversa, nascosta o visibile, che ogni uomo porta in sé, preserva ed in cui si ritira quando vuole lasciare il mondo per una solitudine temporanea, ma profonda. Siamo dunque lontani da ciò che viene chiamato ‘miserabilisme’. Mi sembra che l’arte di Giacometti voglia scoprire questa ferita segreta di ogni essere e di ogni cosa, affinché essi ne siano illuminati.”

 

A. Giacometti, Parigi senza fine. Con uno scritto di Jean Genet, Morcelliana 2016.

 

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