“La fonte” di Adriano Napoli.

 

“Morirò nel vecchio stile preoccupandomi ancora per l’avvenire/
Parlerò nell’ombra di un cipresso”

(Amelia Rosselli)

 

La fonte l’ho scoperta un tardo pomeriggio d’estate mentre giravo da solo per i miei paesi. Giunto al punto in cui la strada si biforca, svoltai a sinistra senza pensare, e fui tra i campi e le sorgive.
Quattro alberi assorti attorno a una solitaria panchina. E mi fermai. A guardare i monti distanti. Lasciai il motorino accanto a una siepe di rovi; ogni cosa sembrava abbandonata e sul punto di congedarsi per sempre. Dopo una breve sosta mi spinsi a piedi fin dove terminava il sentiero. In quel punto mi attendeva la fonte. Sarà stato meno di un chilometro. Sono nato a poca distanza in linea d’aria da qui e non ne ricordavo nulla. Poi ogni cosa tornò ad essermi familiare. La sera, dopo il caldo ci tornavo sempre. La siepe i quattro alberi il vento la fontana. Tornavo per rintracciare dopo tanto tempo una comunione interrotta, giurando ogni sera al silenzio di queste povere cose la mia rinnovata fedeltà. A quel tempo i miei compagni del liceo citavano a memoria tutti gli articoli di un codice; io me ne stavo qui, ascoltando il silenzio. Queste due sole cose so fare: guardare e ascoltare. Non so fare altro che ripetere quel poco o quel tanto che l’infanzia in un tempo remoto mi ha insegnato. Una fila ordinata di formiche lungo il tronco di un faggio è il più bello spettacolo e il più grande insegnamento. Per me.

Quando mi videro, mi abbaiarono astiosi. Chiusi dietro il cancello del podere, a mezza via tra la panchina e la mia fonte, non osavano rincorrermi. Sentivo i loro latrati smorzarsi nell’aria finché non raggiungevo la fontana. Al ritorno erano ancora lì, ostili. Una sera non ce la feci più e mi avvicinai, incurante della loro ostentata aggressività. Facevano il loro dovere, in fondo, difendevano il podere guadagnandosi con il loro abbaiare il boccone quotidiano. Tesi una mano tra le grate del cancello e gli accarezzai delicatamente il dorso. E fummo amici. Due cani e io, ma ero io lo sbrancato. Mi seguirono da quel giorno nelle passeggiate. Io davanti e loro dietro con le code alte come pinnacoli fino alla nostra meta. Restavamo immobili per un’ora e più, io a leggere o soltanto a guardare l’orizzonte, loro accucciati ai miei fianchi. Non sono un lettore, in realtà. I libri mi accompagnano nell’incavo dello sguardo mentre scruto da lontananze familiari le acque che trascorrono calme dall’infanzia.

A cadenze ritmate i miei cani sbattevano le code per strapparmi dalla visione in cui indugiando più del lecito avrei rischiato di smarrirmi.  L’infinito, lo sanno anche i cani, è un’esperienza confinata nell’istante. Mi risvegliavo di colpo e tornavo indietro. E loro mi rincorrevano trafelati lungo il pendio finché con un colpo di acceleratore lanciavo il mio vecchio scooter sulla strada ben oltre il limite prescritto dai cartelli della municipale. Ma quando tornavo il giorno dopo erano lì, ad attendermi, riconoscevano il rumore sforzato del motore prima di vedermi. Erano due bassotti. Visparella la femmina, e Mike lo avevo chiamato con quel nome perché visto di profilo era il ritratto sputato del famoso presentatore televisivo. A Visparella il nome glielo aveva dato il padrone, un vecchio fattore dalle braccia scheletriche,  che se ogni tanto non si fosse alzato dal suo rettangolo di terra zappata per sgranchirsi, lo avresti confuso con lo spaventapasseri che serviva a scacciare i corvi dal podere. Visparella dunque,  forse per quei suoi occhietti vivaci e dolenti. E quando la voce del padrone chiamava imperiosa  dal prato che era  buio ormai, Visparella aguzzava le orecchie dall’erba alta in cui ancora un attimo prima giaceva assopita e rincorrendo il suo nome come un insetto nell’aria, prima di svanire dietro la curva sempre si voltava con la lingua penzoloni per dedicarmi una languida occhiata di commiato. Visparella, Mike. Poi vennero tutti gli altri. Billy dal pelo fulvo e gli occhietti saputi; Lola, sempre innamorata e sfuggente; Arghetto, quando era cucciolo e poi  nel rapido avvicendarsi dei giorni nel calendario canino Argo, Argone ecc… E Nebbia, il vecchio Nebbia, mite e solenne nel suo incedere da patriarca, per nulla impaziente di raggiungere da buon ultimo la ciotola del pasto in cui gli altri della compagnia, con tacita reverenza, gli avrebbero lasciato per diritto l’ultimo boccone il più saporito. Li rivedo radunati tutti intorno a me, presso l’anfiteatro della fonte, la mia scuola d’Atene canina, nel silenzio di una stagione che pareva più lunga della vita. Sta di fatto che un amore così gratuito, una devozione che non chiede niente in cambio, un uomo non sa pensarle. Resta sempre un qualche cosa di incomprensibile, tra l’uomo e la Grazia. Presi l’abitudine di portargli ogni sera un po’ di scatolette, riempiendo il cestello davanti al manubrio. Neanche il reparto di un supermercato è mai stato così rifornito. E loro, quando arrivavo, mi venivano incontro adoranti e famelici con le zampe aggrappate alle ruote prima ancora che avessi spento il motore. Mangiavano, divoravano, mai sazi di cibo e di fedeltà. Mi inseguivano entusiasti. Da ultimo eravamo diventati una brigata. La parola cagnara, pensavo, ora si che aveva un senso. Se ne accorsero i contadini delle terre limitrofe. Non li vedevi ma c’erano. Accoccolati tra le stoppie ne percepivi i sospiri e le imprecazioni. Perché badarci? Era il tributo per tutto quel sudore, la fatica.  Io proseguivo imperterrito con i miei libri sottobraccio, e mi fermavo insieme ai miei cani  e leggevo saporitamente, vegliato dai miei custodi. I primi velleitari sforzi per un saggio su Dante, la recensione non pagata, gli stentati capitoli della tesi. Sono nati qui tra queste acque quiete. Piccolo Pindaro di provincia, bevevo a lunghi sorsi dalla cannola e mi sembrava che ogni pensiero ogni frase sorgesse dalla mente con la stessa chiarezza e con lo stesso ritmo misurato e solenne di quell’acqua sorgiva. Erano le Muse che mi sussurravano le parole giuste, come ai poeti greci tanto tempo prima? Sta di fatto che quando stavo qui, il tempo si fermava, non avevo più bisogno di niente. Neanche di fumare. A casa invece accendevo e spegnevo un sigaro dopo l’altro, tra i lamenti sconfortati di mia madre. Non mi bastava una scatola intera per finire il giorno. Sul pollice mi era fiorito un callo, a furia di armeggiare con la pietra dell’accendino, che sfrigolando, prima di produrre la fiamma, esalava un lamento rassegnato, non dissimile da quelli di mia madre. A volte invece il tempo che credevo di trattenere mi si frantumava davanti agli occhi. E vedevo, ma come si può vedere nel dormiveglia di un sogno.

(È un pomeriggio di festa, forse Carnevale. Nel Lungomare gremito mi libero dalla stretta di mia madre e corro verso un mare corallino che si allontana nell’orizzonte. A un tratto vedo qualcosa di infinitamente piccolo, forse la scaglia di uno specchio rotto, che brilla solo per me tra le palme. Mi avvicino. È un bulldozer giocattolo mangiato dalle formiche. Vorrei portarmelo via, è bellissimo, ma sfiorandolo le dita percepiscono la ruvidezza gelida dell’albero che ci vive insieme. Una farfalla viene a posarsi come morta per un istante della sua flebile ora. Mi allontano sospinto da una gioia nuova e strana, stringendo in pugno la mia prima parola nascente.)

I contadini si sfiancavano nei loro fondi, le mani e i corpi rattratti a un’unica superficie callosa. Eppure anch’io a modo mio lavoravo, intento a quelle pagine e al vuoto dell’aria. A una cosa invisibile, ma lavoravo, a una costruzione di parole e immagini che mi appariva impalpabile e grandiosa. Non sapevo cosa fosse, mi bastava sentirla crescere nell’aria che mi circondava.  Imparai dai miei cani a rincorrere l’immaginazione come loro rincorrevano lepri e lucertole. Lo sforzo iniziale diventò una fuga, la fuga acquistò una leggerezza che senza sapere mi portava lontano, in quella distanza. Fu come imparare a volare. E senza staccare una sola volta i piedi dal quel terreno pesante e argilloso. Una sera venne il serpente. E presero a  rincorrersi lui e i miei cani. Sembrava a prima vista un gioco spensierato. Ma sapevo che non era così. Che dentro c’era la crudeltà. Poi all’imbrunire veniva da lontano la voce del fattore e senza smettere di guardarmi nella corsa svanivano tutti insieme. Vedete? Anch’io lavoro dicevo nel mio pensiero ai contadini che mi passavano davanti senza guardarmi per bere un sorso d’acqua dalla mia fonte. Tenevano gli occhi bassi come se all’improvviso si sentissero intrusi dinanzi al forestiero, come se non avessero mai bevuto prima da quelle cannole. Si vergognavano? E stavano qui da sempre. Non temete, anch’io sono qui per lavorare, gli dicevo nel pensiero, anch’io sono qui per fare qualcosa, mentre voltandosi mi mostravano le nuche cotte dal sole. Poi tornavo anch’io lentamente a casa, custodendo nel tragitto il mio carico di parole. A casa accendevo il computer e sillabando a bassa voce riempivo lo schermo luminoso nel buio della stanza. Ma il più delle volte cancellavo tutto, e aprivo stremato il balcone. Le stelle nella notte e il cipresso nel giardino mi apparivano nella loro quiete ben più alti e irraggiungibili di qualsiasi opera umana. Ma non mi bastavano. Poi una sera mi riuscì di afferrare un verso perfetto, poche  parole comuni, che amalgamate insieme in una catena di sillabe dicevano tutto, gli alberi il vento e quella solitudine che mi ostinavo a inseguire. Mi resi conto che la poesia è un luogo povero, alla stregua di un muro dove tutti si fermano per un attimo. Con quello  stesso spaesamento che impasta parole e visioni, parole e silenzio nella mia  immaginazione. Senza cessare, neanche per un momento, di credere all’estate.

Quel tizio, che cammina rasente a un muro e si ferma a pensare. Un tempo fu mio padre. Da giovane, fresco di nomina, lo mandavano lontano nei paesi. Ogni anno un paese, sempre più lontano. Erano viaggi, illimitati. Prima di fermarsi e lavorare, mio padre camminava. Non bastava la tratta di un treno, a coprire la distanza. Bisognava scendere, e continuare a piedi, o in bicicletta. La scuola non c’era ancora, si faceva lezione in qualche granaio vuoto, o in un locale umido con l’intonaco scrostato affianco alla stalla, sicché ogni giorno qualche bambino durante la spiegazione si alzava e come niente fosse andava a portare da mangiare al cavallo. Le parole trascritte in bella grafia sulla lavagna precaria appesa al muro si confondevano ai nitriti. Poi un anno quando era ormai un uomo maturo, lo avvicinarono. E cominciò a lavorare a un passo da casa. In una scuola giardino, dove il maestro e i bambini passavano gran parte dell’ora di lezione all’aperto, tra cespi di rose selvatiche e siepi nascoste tra filari di cipressi. A un passo da casa mio padre il maestro continuava a camminare, portandosi dietro fino al muro di cinta la sua classe di bambini nei grembiulini rosa e azzurro, in fila e silenti come quegli alberi. Non riuscivano a parlare, non avevano ancora imparato, e mio padre il maestro sedendo sul prato in mezzo a loro al limitare di quel muro sillabava paziente da quel confine il nome che spetta ad ogni cosa, mostrandogli con un movimento preciso delle labbra quella soglia dove ogni cosa diventa un suono e acquista un nome.

Ci siamo frequentati poco. Io e mio padre. Molto meno di una vita. Avevo vent’anni quando è sparito dietro uno di quei cipressi oltre quel muro. Negli ultimi mesi però, forse per un presentimento, avevamo cominciato a guardarci negli occhi. E ci eravamo riconosciuti. Era nata in quei mesi una confidenza che prima, quando tornava a casa dalla scuola giardino, sempre mi aveva negato. Preferiva restarsene da solo nel suo studio custodendo nella penombra i suoi libretti d’opera, i dischi di Puccini. Qualche volta prendeva un foglio dal cassetto della scrivania e disegnava. Un albero. Un cipresso alto, slanciato, con la chioma affusolata nel vuoto dell’orizzonte che nessun vento avrebbe mai saputo piegare. L’ultimo, il più umile e tenace dei suoi cipressi dipinti me lo mostrò, pochi giorni prima. E quando stava per riporlo nel cassetto, mi disse il luogo dove lo aveva visto, e gli anni che poteva avere, e quella tenace millimetrica tensione verso un cielo che non avrebbe saputo mai sfiorare. Annuivo, ascoltandolo, convinto che mi stesse parlando del suo ultimo cipresso. “Ma è solo un’illusione ottica” aggiunse mentre chiudeva a doppia mandata il disegno nel cassetto “un cielo è più fragile di qualunque altra cosa, anche di un albero. Soltanto il cielo sospeso nell’aperto può conoscere fino in fondo la paura. Crediamo che il cielo dall’alto ci sorregga. E invece sono gli alberi con le loro radici, e noi  con le nostre fondamenta  mortali a tenerlo lassù con un’impressione di saldezza per un giorno ancora.” E mi sorrise, lasciandomi da solo tra i suoi libri nella solitudine di cui si era innamorato.

C’è del comico, forse, come in ogni  innamoramento. Ma è questa, la cosa che chiamiamo responsabilità? Il compito che un uomo è chiamato a svolgere? Rubare di ogni cosa l’anima segreta per far si che il cielo per un altro giorno resti al suo posto? Che di questo si tratta. Ma  non si può fare, se non con le immagini, e le parole. Per questo ho continuato da quel giorno a stringere tra le mie dita tutte le parole che mi riesce di afferrare, sporcandomi con le parole, ferendomi, nel tentativo di prolungare quell’unità accogliente, quella visione di una forma perfetta della vita, posandoci sopra il mio sguardo più lieve di una farfalla che alla fine del suo unico giorno assapora fino in fondo l’illusione dell’istante? E’ così che le cose esistono, finché noi le guardiamo? I miei compagni di scuola adesso cuciono pance, è vero, ma io seduto ai bordi di una fonte mi sono spinto più in alto. Comprendendo tutte le cose che a loro sfuggivano, e che a malapena riescono a giudicare o a rammendare. Io. Solo. Con la forza del mio sguardo. Due foglioline che si ostinano a fiorire sul ramo più alto di un albero secco di castagno e il vento le scuote l’una contro l’altra facendole crepitare e a te pare che ti stiano applaudendo per ringraziarti di essere venuto una volta ancora a guardare il loro sforzo di vivere nonostante. La lotta tenace con la terra di ogni fiore. La ricerca affannosa di un insetto tra gli steli. La lepre che fugge ognora da qualcosa che la minaccia. È così, soffrendo, che si vive?  Vi paiono cose da poco? Ma non ce la farebbero da sole, non basta lo sforzo per quanto considerevole, vogliono esistere in uno sguardo che le lasci intatte.  Solo così continueranno a fiorire, altrimenti seccano e muoiono inutilmente. Solo così la fonte continuerà  ad essere la fonte. Così vanno le cose.

La sera in cui la realtà si è spaccata come un favo davanti ai miei occhi, scendevo coi miei cani verso la fonte. Avevo sottobraccio un libro da recensire e immagini e visioni premevano dall’alto di questi alberi e montagne su di me per entrare ancora una volta e farsi parole. Rasente ai campi sentivo l’affanno di gente piegata sui filari, l’odore pregnante dei pomodori maturi colorava l’aria del crepuscolo. Giunsi al cancello dove avevo conosciuto quella volta i miei cani, e mi fermai. Da un ramo di gelso prese forma un’ombra lunga e mi venne incontro. Ne sapevo il nome senza avergli mai parlato. Nella pelle grinzosa del viso quel contadino sembrava che mi sorridesse. Sbagliavo, e gli tesi la mano per lasciargli la buona sera. Ma lui sfilò dalle brache dei calzoni un falcetto curvo e affilato come il becco di un corvo. Me lo mostrò, facendolo oscillare a lungo davanti a ciascuno dei miei occhi. Sentivo acre tutto il suo fiato tanto mi era venuto vicino. “Lo vedi questo? Se vieni ancora una volta a infastidirmi e a molestare i miei cani, questo ti finisce dritto sulla fronte.” Provai a rispondere cercando invano tra le mie parole almeno una che lo rassicurasse. “Te ne vuoi andare? O non capisci?”. Indietreggiai, senza voltarmi. Raggiunto l’estremo sconfinamento, che altro resta da fare?  I cani sazi nascosti tra l’erba dormivano. Buona notte, cani. Dall’uscio di una capanna la voce snervata di una donna che domandava. “Niente”, le rispose con un’altra voce il suo compare, “Era ancora quel marocchino che gira da solo, e dà fastidio ai cani, ma non tornerà più.”

 

Testo e foto di Adriano Napoli.

 

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