Alfonso Gatto

Il nome del padre

Chissà se nel prossimo centenario verrà ricordato che l’«unificazione di tutti i debiti degli antichi Stati della penisola» ordinata e realizzata con provvedimento del giugno-luglio 1861, portò il Mezzogiorno con le sue finanze solide a risanare il bilancio esausto del Piemonte e a perdere tutto il suo risparmio. Chissà se verrà ricordato che la soppressione delle corporazioni religiose portò all’accaparramento di tutti i beni ecclesiastici da parte della grande borghesia terriera. Questa ebbe così modo di allargare il latifondo a danno della classe media, oppressa dai tributi nel momento stesso in cui la sua economia fondata sul risparmio e su un’industria a tipo domestico entrava in crisi.
È inutile recriminare. Se la questione meridionale si tira dietro ogni volta questo compendio di storia recente e tuttavia segreta, è solo per non spiegare e per lasciare irresoluto quel «complesso di colpa» in cui il Sud sembra quasi imbrogliato con le sue ragioni, al punto di non trovarle più.
In realtà, senza manifestarlo nella sua cultura e lasciandolo spegnere nella vaghezza del presentimento, il Sud ha avvertito sempre di mancare al suo spirito di rivolta. Lo spirito di rivolta è spirito pacifico solo in quanto si rifiuta, per libertà, di cedere a una qualsiasi forma organizzativa, sia pure rivoluzionaria. Si manifesta come ingratitudine verso lo Stato e, nel costume più diretto, come spontaneità del vivere. Nulla è più legalitario di una rivoluzione che si risolve sempre in un accrescimento delle istituzioni, nel trionfo della ragion di Stato e in un progressivo annientamento dello spirito della rivolta. La borghesia intellettuale del Sud, di Napoli in particolare, riversò la sua cultura giuridica e «rivoluzionaria» nel legalitarismo costituzionale del nuovo regno nato dall’Unità: e il popolo, i lazzaroni della città e le plebi della campagna, tradussero anch’essi il proprio legalitarismo e il proprio spirito reazionario in quelle forme associative e gerarchiche, quali camorra e mafia, che si misero contro la legge in nome della legge stessa, cioè al servizio del più forte.
Questo rifiuto all’essere individuale in nome d’una malintesa disciplina associativa, di una società che si onora per il rispetto delle sue interne costituzioni, viene a risolversi nella decantazione formale di un diritto che il privato ha sulla cosa pubblica e, quanto al costume, nel rendiconto della vita privata che si fa quindi sempre più attenta al suo «parere» e all’opinione. La provincia è informata pubblicamente di se stessa, nascono le «buone famiglie» e i «figli di buona famiglia». Nasce l’ideale del legittimismo, dell’impiego, della funzione. La cultura scopre i principii, ma ne teme le conseguenze. Riduce a gusto l’arte e la poesia, rifiuta di comprendere tutto ciò che la mette in crisi, nega l’iniziativa per il sistema. L’intelligenza non ha segreti, non ha difficoltà, non ha errori. È irriverente e profanatrice come un’istruttoria. La coscienza è solo l’attributo del carattere:  la vita, sempre impreparata a riconoscersi nella sua identità, si fa metafora, idea, esagera i suoi appetiti, non misura la nausea.

Ora, nel guardare un mondo nuovo che per tanti segni esterni va nascendo nelle campagne e nelle città del Sud, vien fatto di chiedere in che modo, e con quale intensità, possa rivivere quello spirito di rivolta, in che modo il fermento sociale del Mezzogiorno non debba esaurirsi un’altra volta nel legalitarismo.
Lo spirito reazionario dei giovani di buona famiglia meridionale può diventare tutto: è una velleità umiliata che ha perduto la sua carica (nel fascismo e poi nel neofascismo) e ora lima più segretamente e più consapevolmente il suo rancore. Oramai, al di fuori di ogni consapevolezza di «valore», volutamente fuori fino a ridursi peggiori di quel che sono, dopo un passaggio indifferente, quasi cieco, di quindici o vent’anni attraverso la scuola, questi giovani meridionali si identificano con la funzione e si offrono come strumenti. Gli ultimi credono di essere le prime vittime, ma se tutti tornassero indietro rifarebbero cocciutamente la stessa strada per giungere allo stesso punto. La lasciano percorrere ai fratelli più piccoli, domani la lasceranno da percorrere ai figli. Mancano di spirito di rivolta, perché mancano di vera pace e di vera guerra. Sono stati educati a «parere». Come possono essere?
Accanto a migliaia di dottori che murano le lapidi del proprio nome sui portoni di casa, migliaia di analfabeti ormai endemici accertati dalle statistiche, ma irreperibili per le leve scolastiche obbligatorie. Sembra quasi che i poveri, lontani dalla grazia di Dio e della vita, nelle remote campagne della Lucania e della Calabria, nei vicoli immemori di Napoli, siano attaccati al legittimismo del proprio «non-sapere».
Tutti i discorsi sul Sud si concludono in atti di fede e in una lista di bisogni: l’industria, l’apprendistato tecnico, le scuole professionali, le scuole agrarie, il passaggio dalla coltura estensiva a quella intensiva, ecc. Ma, nel fondamento stesso di una nuova realtà economica che risolva con l’elevazione del tenore di vita e con l’accresciuto benessere molti dei problemi particolari che sono condizionati dalla miseria, dalle malattie, dalla disoccupazione, io credo che il Sud abbia bisogno di quella disciplina esistenziale dell’uomo che solo la religione può dare, il Vangelo che rovescia nel valore degli ultimi la gerarchia dei primi: una religione armata contro i bigotti e i sanfedisti laici e clericali.
Il Sud è in cerca del suo spirito di rivolta, della sua cultura intensiva, della sua paura metafisica, del suo entusiasmo morale, ha bisogno di impegno profondo nell’«ingratitudine», perché il lievito psicologico e l’impaccio del «parere», che in ogni famiglia capillarmente raggiunge il decoro e la miseria di tutti, si risolvano nella semplicità e nella coscienza dell’essere.
Che vuol dire questo: l’invio di un esercito di profeti, di missionari, di veri provocatori? Non so, ma l’assurda e immaginaria prospettiva non toglie valore alle mie parole. Il Sud è in cerca di dubbio e di fede: il figlio dei millenni e dei giorni, del Sole e di «oscure origini», bastardo e di razza, miserabile di buona famiglia che non conosce, deve finire di scontare nel suo legittimismo il bisogno del padre, e averlo finalmente.

 

A. Gatto, Napoli N.N., Ripostes 2000.

 

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