Henri Michaux

 

Scrive

Scrive…
La carta cessa d’essere carta, a poco a poco diventa un lungo, lungo tavolo sopra cui arriva, diretta (lo so, lo sento, lo intuisco) la vittima ancora sconosciuta, la vittima lontana che gli è destinata.
Scrive…
Il suo orecchio fine, fine, il suo unico orecchio ascolta un’onda che sopraggiunge fine, fine, e un’onda successiva pronta ad arrivare da un’età e da uno spazio remoti per spingere la vittima ancora sconosciuta che dovrà subire.
La sua mano si accinge…
E lui? Guarda fare.
Coltello che proviene dall’alto della fronte e arriva fino in fondo a se stesso, veglia, pronto a tranciare, nella massa che l’Universo straripante spinge verso di lui, la vittima che gli è destinata.
Scrive…

 

In compagnia dei mostri

Risultò presto evidente (fin dalla mia adolescenza) che ero nato per convivere coi mostri.
Essi furono a lungo terribili, poi dopo una grande violenza, cessarono di esserlo e divennero inattivi. Così vivevo sereno tra loro.
Era l’epoca in cui altri, ancora insospettati, si addestravano fino a quando, un giorno, si presentarono di fronte a me, attivi e terribili (poiché dovevano sorgere per essere modesti e riservati, chi pensava sarebbero mai venuti?), ma dopo aver fatto incetta di nefandezze per tutto l’orizzonte, si attenuarono; vivevo tra di loro con affinità d’animo ed era una bella cosa, soprattutto avendo essi fallito nell’essere così detestabili, quasi mortalmente.
Loro che, a prima vista, erano così smisurati e ripugnanti, assumevano una tale finezza di lineamenti che, malgrado le loro forme improponibili, li si sarebbe quasi reintegrati nella natura.
Erano come vulcani spenti. E qual era il segno sicuro della loro inoffensività? Il fatto che non avessero più occhi. Privi degli organi della rivelazione, il loro volto, sebbene mostruoso nella forma, le loro teste non intralciavano che per le corna, cilindri e forme che la natura offre agli scogli e in molti altri dei suoi domini.

 

La doppia vita

Ho lasciato crescere in me il mio nemico.
Tra i materiali che trovai nel mio spirito, nei miei viaggi, nei miei studi e nella mia vita, molti rimasero inutilizzati. Dopo anni e anni vidi che, qualunque cosa facessi o approfondissi, restavano inutilizzati, inutilizzati ma, al tempo stesso, ben presenti.
Ne fui contrariato, se non commosso, ignorando che ci fossero contromisure da prendere. Lasciai da parte i materiali utilizzabili, come li trovavo, innocentemente, e utilizzavo al meglio il resto.
A poco a poco, edificandosi necessariamente sopra quelle rovine elementi della stessa famiglia (poiché scartavo sempre cose del medesimo tipo), si formò e crebbe dentro di me in maniera graduale un avversario ben piantato.
Inizialmente non era forse che un essere qualsiasi, come la natura ne mette al mondo tanti. Ma in seguito, elevandosi al di sopra del cumulo crescente di materiali ostili alla mia architettura, arrivò ad essere quasi in tutto il mio nemico, armato sempre più da me. Più in effetti eliminavo da me ciò che mi risultava dannoso più gli davo forza e appoggio, nutrimento per l’indomani.
Così cresce dentro di me, a causa della mia incuria, un nemico più forte di me. Ma che fare? So adesso, seguendomi dappertutto, dove trovare ciò che l’arricchirà, mentre la mia paura di impoverirmi a suo beneficio mi fa aggiungere elementi incerti o dannosi che non mi danno alcun costrutto e mi lasciano in sospeso al limite del mio universo, più esposto di prima ai colpi subdoli di colui che mi conosce come nessun avversario conosce il suo oppositore.
Ecco come stanno le cose, le tristi cose di adesso, raccolto sempre ambivalente di una doppia vita di cui non mi sono accorto in tempo.

 

H. Michaux, Il lobo dei mostri, Edizioni l’Obliquo 2006. A cura di Pasquale Di Palmo. 

 

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