Egon Schiele

A Carl Reininghaus

[dopo il 27.2.1912]

Caro Carl Reininghaus! ammetto volentieri che per il momento hai ragione tu; a una prima occhiata, nel grande quadro non si capisce esattamente come i due stiano in piedi, ma è un bene che i fiori non abbiano colori violenti, e riconosco che è inutile ce ne siano così tanti. – Però vorrei dirti qualcosa sul ragionamento sotteso al quadro, che giustifica molte cose, forse tutte, non solo per me ma anche per l’osservatore. – Non è un cielo grigio quello contro cui si muovono i due corpi, bensì un mondo afflitto nel quale sono cresciuti in solitudine, spuntati organicamente dal terreno; tutto quel mondo deve rappresentare, insieme alle figure, la «decrepitezza» di ogni realtà essenziale; una singola rosa appassita che esala la sua bianca innocenza, contrapposta alle corone di fiori sulle due teste. – Il personaggio di sinistra è colui che si china davanti a un mondo così cupo, i suoi fiori devono dare un’impressione di freddezza, di durezza, vorrei dire di fiori spenti o paragonarli al suono delle parole di un ammalato grave, che ormai balbetta soltanto, cavernose e rauche; il modo in cui qui sono dipinti i fiori mi va benissimo, in realtà potrebbero essere di meno; ma i loro colori sbiaditi sono voluti, altrimenti l’idea poetica e la visione andrebbero perdute, allo stesso modo dell’indeterminatezza delle figure, che sono pensate come ripiegate su se stesse, corpi di persone stanche di vivere, di suicidi, ma corpi di uomini capaci di sentimenti. – Guarda le due figure come fossero una nuvola di polvere simile a questa terra, che vuole innalzarsi e deve crollare priva di forze. – In un altro quadro che non ha questo significato, si vedrà nuovamente accentuata la posizione delle figure, ma qui non deve esserlo. – Non è un quadro che sono riuscito a dipingere dall’oggi al domani, ma nasce dalle vicende di alcuni anni, a cominciare dalla morte di mio padre; ho dipinto più una visione che immagini riprese da disegni. – Forse adesso sei più vicino al significato del tutto, non lo so, ho dovuto dipingere questo quadro, non importa se buono o mediocre dal punto di vista pittorico, ma se tu sapessi alcune cose, come mi appare il mondo e come la gente si è comportata finora nei miei confronti, voglio dire con quale falsità; così devo volgermi in là e dipingere quadri del genere, che hanno valore soltanto per me. È nato solo dalla mia interiorità. – Vedo che tu mi vuoi del tutto sincero, e lo sono, appunto, perché al quadro non apporterei nessun cambiamento. Ti saluto cordialmente!

Egon Schiele

 

Eremiti (1912)

 

E. Schiele, Ritratto d’artista. Lettere, liriche, prose e diario di Neulengbach, SE 1999.

 

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