Andrea Emo

Quando invecchiamo, l’unico libro che leggiamo volentieri è il libro della nostra vita e del nostro passato, tutto pieno di scritture geroglifiche, ideografiche e simboliche, che difficilmente riusciamo a decifrare; ma che, ciò non di meno, appunto perché tanto nascosto, appunto perché più misterioso e impenetrabile di un futuro, è pieno di fascino, come la bellezza eternamente entusiasmante e sempre inesplicabile di un poema.
Noi diveniamo i guardiani di un segreto supremo, non divulgabile fuorché nell’affermazione della sua assoluta importanza; il segreto di ciò che avrebbe potuto essere e non fu, e insieme fu, eternamente fu e non potrà più essere; (ciò che fu, sarà eternamente, sarà eternamente stato) qualcosa di realissimo e irreale, di eternamente e per sempre passato ed eternamente e per sempre futuro; di tramontato e intramontabile: la nostra giovinezza.

(Quaderno 242, 1961)

È inutile avere delle immense biblioteche: l’unico libro che leggiamo capitolo per capitolo, fino alla catastrofe finale, siamo noi stessi. I libri sono i dizionari in cui cerchiamo la definizione, la spiegazione del nostro nome, del nostro misterioso essere, la cui inesplicabilità è la nostra luce. Che cosa avverrebbe se riuscissimo a capire, a definire perfettamente noi stessi, cioè a distruggere perfettamente noi stessi? Ma sembra che il nostro compito, che rimane felicemente incompiuto fino alla morte, è di distruggerci conoscendo. Possiamo conoscere soltanto la nostra inesplicabilità.
Per arrivare a noi stessi, cioè all’assoluta e perpetua origine, vale il motto degli antichi navigatori: buscar el levante por el ponente. Raggiungere il levante, il paese dell’aurora e della resurrezione seguendo la rotta verso ponente, verso il tramonto e la morte. Soltanto questa rotta è la giustificazione del viaggio.

(Quaderno 387, 1978)

 

A. Emo, La voce incomparabile del silenzio, Gallucci 2013.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *