Claudio Magris

A Trieste, alla partenza, lo aveva accompagnato soltanto Nino. Nella cabina di comando ci dev’essere il sestante, che fa il punto sul mare misurando l’altezza degli astri sull’orizzonte, impercettibilmente più bassi man mano si procede verso sud. Enrico cerca d’immaginare il sestante e gli altri strumenti che servono a tenere la direzione e a non smarrirsi, a sapere dove e dunque chi si è su quella distesa uguale delle acque; la sua vita, qualsiasi cosa succeda al di qua e aldilà dell’oceano, sarà tutta una trigonometria di quella soffitta dove s’incontravano ogni giorno tutti e tre – Carlo, lui e Nino.
Quando si erano conosciuti, a scuola, Carlo era ancora segnato nei registri come Karl Michlstädter, ed era già, subito, «l’amico che doveva empirmi tutto lo spazio ed essermi il mondo, ciò che io cercava», come Enrico gli aveva scritto poco prima di partire; la loro comune valutazione del mondo era il desiderio più grande, meraviglia e piacere. Nella soffitta di Nino, a Gorizia, avevano letto tutti e tre insieme, nell’originale, Omero, i tragici, i presocratici, Platone e il Vangelo, e Schopenhauer, anche lui in originale, si capisce, e i Veda, le Upanishad, il sermone di Benares e gli altri discorsi del Buddha e Ibsen, Leopardi e Tolstoj; si erano raccontati in greco antico i loro pensieri e gli incidenti quotidiani, come quella storia di Carlo col cane, traducendoli poi per scherzo in latino.
In quella soffitta era successo qualcosa di semplice e definitivo, una chiamata senza appello, chiara e ariosa come quelle giornate in cui andavano a nuotare e a far rimbalzare i sassi sull’Isonzo: Carlo sorride, bianca cresta di un’onda sotto gli occhi neri e i capelli neri, e si va, come ci si alza dal tavolo e ci si avvia verso la pista da ballo o si sale sulla cima del San Valentin o in soffitta, nella persuasione.

 

C. Magris, Un altro mare, Garzanti 2007.

 

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