Alejandro Duque Amusco

Il baule di Lisbona

Tornava dal lavoro nel pomeriggio.
Il mestiere di ogni giorno cedeva il passo
ad un altro universo libero e grandioso.
Il rito incominciava.
Lentamente accendeva una sigaretta
nell’umida stanza in affitto,
e dinanzi a dei fogli, sul desolante
tavolo della stanza da pranzo, si sedeva
ad occupare il tempo.

E lì scriveva
senza neppure fermarsi a pensare
alla verità di quelle rapide righe.
Fuggire era quello che più gli importava,
e quel singolare modo era il suo.
Forse niente dava
piacere al corso della sua vita.
Non le passeggiate lungo i viali
e per le lente stradine, non le ciarle
svagate, sulle terrases dei caffè
potevano alleviarlo di quel peso
che lo sfiniva: il tedio.
Il balcone sulla strada.
Curiosità? Nessuna. Gli stessi tetti, ripetuti,
con quei gatti malati,
gli stessi uccelli del vicino porto,
le barcacce e le gru, lo stesso labirinto
di gente indaffarata
sotto la fiamma oscura della sera.
Sera spaziosa, vuota, uguale a tante altre…

Egli non guarda. Scrive. E il tedio cresce.
È la perfetta trappola
da cui non ci si libera
(e non ci sono stratagemmi).
Egli scrive. Scrivere è l’unica sua consolazione,
agile la mano, il cuore ardente,
gli occhi pieni del più grande oblio,
aspettando dal mondo una visione segreta,
aspettando dalla parola
quel che non dà la vita.

 

Poesia pubblicata sulla rivista Versodove n. 9/10 1998. Traduzione di Giuseppe Gentile.

 

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