Francesca Marica

Francesca, avvocato e poetessa, è nata a Torino ma vive da un po’ di tempo a Milano dopo aver trascorso un periodo sul lago d’Orta. Il suo meticciato comprende antenati sardi, lucani e spagnoli. Il nostro primo contatto è avvenuto l’estate scorsa quando, incuriosito da alcune cose che aveva pubblicato sulla sua pagina, le scrissi chiedendole di poter leggere le sue poesie per sceglierne una da pubblicare sul sito. Da allora è nata una fitta corrispondenza, fatta di lettere, messaggi e scambi di consigli di lettura.  Durante questi mesi si è consolidata un’amicizia senza voce e senza volto resa ancor più stretta dal sovrapporsi, nello stesso periodo, della mia personale ricerca sulla poetica e sulle fotografie di una sua omonima, Francesca Woodman, cara ad entrambi. Per questa conversazione decidiamo di lasciar fuori l’attualità dell’emergenza sanitaria e torniamo a parlare di libri, di lettura, di ricerca sul linguaggio e di poesia.

 

 

Cominciamo dalla tua passione per i libri e per la lettura e del percorso che ti ha portato a scrivere.

Entriamo nel vivo (rido). La passione per la lettura è stata precoce. Sono nata in una famiglia dove i libri non sono mancati e questo ha favorito, magari anche solo accelerato, alcune dinamiche e scelte personali. Mi piace raccontare che mio papà leggeva a noi bambini le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci la sera prima di andare a dormire; non erano fiabe ma in qualche modo lo diventavano – questo ha determinato in me una capacità critica anche feroce e un senso dell’etica saldo.

Ho imparato a leggere e a scrivere prima delle elementari e nei primi anni di scuola mi sono annoiata terribilmente. Il rapporto con i libri è fondamentale. Sono una lettrice esigente. I libri continuano a essere compagni di vita silenziosi e nel tempo questo rapporto di complicità non è mai venuto meno. Ogni giorno cerco di creare uno spazio che sia solo mio, dove i libri sono una presenza costante. Leggo soprattutto poesia. Ho letto tanti libri in prosa fino agli anni dell’università. Con la prosa ho avuto un rapporto immediato e diretto; la poesia continua a richiedermi invece un’attenzione e un tempo di sedimentazione maggiori e queste premesse hanno creato un legame più forte, un’alchimia più intensa.

La poesia è musica prima d’ogni cosa, scrive Verlaine. Ma è anche attenzione allo scarto minimo, alla lingua poco appariscente del quotidiano, all’ermeneutica di quanto intorno esiste e respira. Nella postfazione di Concordanze e approssimazioni (Il Leggio, 2019), rispondendo a una domanda di Gabriela Fantato, mi è tornato in mente un pensiero di Dylan Thomas: Spesso lascio che un’immagine si produca in me emozionalmente […] dall’inevitabile conflitto delle immagini che ne derivano cerco di pervenire a quella pace momentanea che è una poesia. E subito dopo ho citato, come se volessi completare il pensiero di Thomas, una frase di Philip Larkin : la poesia è un atto di preservazione […] scrivo poesie per preservare le cose che ho visto/pensato/sentito sia per me che per gli altri, sebbene io senta che la mia prima responsabilità è rivolta all’esperienza stessa, che io cerco di far sfuggire all’oblio. Ecco, cercando di semplificare: la poesia è suono ma anche (e indiscutibilmente) atto di preservazione, di lotta all’oblio, di testimonianza. Se tutto questo abbia una funzione pratica, beh, è un capitolo diverso, lo teniamo da parte per la prossima intervista.

Dal punto di vista temporale, l’attività di lettrice ha preceduto inevitabilmente quella di scrittrice. Le letture accumulate nel tempo hanno influenzato la mia scrittura ma è vero anche il contrario: dopo aver scritto le prime poesie anche la lettura è cambiata. Il percorso che mi ha portato a scrivere credo sia racchiuso nella mia storia e affonda le sue radici in zone inconsce che non sono neppure in grado di saper decifrare e tradurre compiutamente. Chi vende certezze in questo senso è un venditore di fumo, uno dei tanti. Scrivo da anni, Concordanze ha avuto una gestazione abbastanza veloce ma è il risultato di quegli anni di scrittura. Lì sono stati raccolti testi scritti prevalentemente tra il 2018 e il 2019, il materiale più risalente è inedito se escludi le pubblicazioni in rivista.

Da gennaio di quest’anno sto lavorando a due nuovi progetti. Sono progetti diversi ma anche paralleli: brevi prose poetiche quasi delle partiture teatrali, in un caso e, poesie in versi liberi, nell’altro. C’è un terzo progetto, per la verità, in collaborazione con una scultrice, che potrebbe tradursi in un libro d’artista a quattro mani.

 

 

Quando hai deciso di pubblicare un libro? E come descriveresti l’ambiente letterario e quello delle presentazioni di libri che frequenti?

In Italia oltre alle grandi case editrici (spesso riunite in gruppi societari ed espressione di centri di interesse prevalentemente economico), esistono diverse case editrici medio-piccole. I cataloghi di queste ultime si rivelano piuttosto vivaci e in alcuni casi mostrano un’attenzione importante alla qualità della parola poetica che sembra invece mancare, sempre più sensibilmente, nel panorama commerciale. Non di rado, quelle stesse realtà sono anche le uniche a svolgere un’attività esplorativa vera e propria (scouting è una parola orribile ma rende bene il concetto).

Come ho ricordato più sopra, scrivo da anni ma non avevo mai concretamente pensato a una pubblicazione. Forse i tempi non erano maturi, forse ho attraversato anni che mi hanno vista in altre faccende affaccendata o, più semplicemente e fatalisticamente, la pubblicazione è avvenuta quando doveva avvenire. Ho rifiutato in passato alcune proposte nelle quali non mi riconoscevo e l’occasione mi si è ripresentata concretamente qualche anno fa. Su proposta della poetessa e critica milanese Gabriela Fantato sono entrata a far parte della collana Radici da lei curata per Il Leggio, una piccola casa editrice di Chioggia alla cui guida c’è Sandro Salvagno.

Come ho già accennato, i testi che sono confluiti nel libro sono stati scritti quasi integralmente tra il 2018 e il 2019, la mia scrittura è cambiata nel tempo e i testi più antichi non rappresentavano più quello che sono diventata. Senza voler insistere su parallelismi forzati tra scrittura e vita privata, ritengo corretto dare atto del fatto che sono accaduti eventi nel mio privato che non solo hanno modificato la mia scrittura ma, più in grande, hanno modificato il modo stesso di concepire le cose, quanto a priorità e forma.

Cosa dire dell’ambiente poetico? In Italia è piuttosto affollato, attraversato e persino dominato talvolta da rivalità latenti, gelosie, ipocrisie e da un chiacchiericcio di fondo che somiglia molto al rumore. Come in altri ambienti esistono clientelismo e servaggio a centri di potere. Questo non impedisce di entrare in contatto con persone di grande valore e generosità. I poeti che ho incontrato sulla mia strada sono diventati in qualche caso amici, punti di riferimento. Gli incontri sono sempre rivelatori e fanno la differenza, permettono di separare il grano dal loglio.

Da anni faccio parte della redazione di blog e riviste letterarie, partecipo come giurata a due premi di poesia e collaboro con alcuni archivi italiani. Credo di avere maturato uno sguardo abbastanza lucido e disincantato su questa realtà.

A differenza di quanto avviene altrove, e penso soprattutto all’esperienza francese, in Italia manca il riconoscimento del ruolo sociale del poeta. E per forza di cose, l’ambiente finisce per assumere caratteri che non esito a definire autoreferenziali.

Chiedi delle presentazioni di libri che frequento. Come poetessa partecipo a quegli incontri ed eventi che reputo buoni, organizzati in modo serio perché sono interessata alla qualità delle proposte non alla quantità. Bisogna scegliere una direzione e seguirla, non disperdendo energie. Sono attratta dagli orizzonti ampi dove ci sono premesse per un dialogo reale. Applico gli stessi criteri alle presentazioni che frequento come pubblico, come lettrice. Esistono molti appuntamenti e momenti di confronto importanti e sono, per lo più, lontani dal clamore.

 

(Non è la visione a essere cambiata)

Non è la visione a essere cambiata, è il suono.
Mi diventa sempre meno necessaria
la tua assenza.  Accade senza preavviso:
arriva il vento e ogni cosa spazza via.

I morti tornano per affrontare quello che
non hanno fatto in tempo a dire.
Mancano alla vista e anche al tatto
eppure qualcuno per lo spavento, grida.
Altri fingono di non vedere, di stare male.

Noi rimaniamo intatti come se niente ci avesse attraversato.
Lo sguardo è quello che resta e vince anche i colori.
Dopo verranno i boschi, le foreste e tutti i respiri senza labbra.

 

Testo inedito

 

Abbiamo spesso parlato di autori che si sono occupati di linguaggio.  Di che natura è la tua ricerca su questo tema?

Il tema del linguaggio ha attraversato nei secoli diversi campi del sapere: dalla filosofia alla sociologia passando per la linguistica, il diritto, la semiologia e la psicanalisi. Ritengo sia un tema fondante rispetto a ogni ricerca che decida di porre l’uomo al proprio centro di indagine.

Wittgenstein scrive nel Tractatus che il linguaggio è la condizione originaria dell’uomo, la sua essenza. Il mondo esiste come totalità di fatti e il linguaggio come totalità di proposizioni che significano i fatti stessi. Tutta la filosofia è critica del linguaggio e se assumiamo come premessa che il linguaggio è raffigurazione logica del mondo, il limite del mondo diventa inevitabilmente il limite del mio linguaggio. Detto in altri termini, perché una realtà fenomenica possa dirsi esistente devo non solo poterla rappresentare e apprendere attraverso i sensi ma anche poterla nominare e il linguaggio è lo strumento che ci permette di nominare, di dare un nome alle cose di cui la realtà si compone.

Julia Kristeva, in tempi più recenti, colloca il linguaggio tra due mondi: quello della carica energetica e della percezione da un lato, e quello dell’attività logica dall’altro. Se collocato all’interno di questi due mondi, il linguaggio è uno strumento di conoscenza e di coscienza: Nella crisi dello Stato, del diritto, della religione, il linguaggio poetico opera un’autentica rivoluzione che rivela le logiche profonde della creatività. In particolare, nel libro La rivoluzione del linguaggio poetico, ha reso evidente come nella dialettica tra momento simbolico (ordine dell’individuazione, dell’enunciazione, della significazione) e momento semiotico (momento d’irruzione della pulsione del linguaggio, ritmo, senso) propri di qualunque forma di linguaggio, il linguaggio poetico compie una rivoluzione non teologica, non risolutiva ma di appartenenza. È interessante l’affermazione: il linguaggio poetico come rivoluzione di appartenenza.

Penso alla poesia come a un momento di incontro e di ritrovamento, non solo su un piano concettuale ma anche e soprattutto, su un piano linguistico. Il linguaggio andrebbe inteso nella sua essenzialità e meno nella sua funzionalità. In poesia il linguaggio diventa materia, Blanchot lo ha intuito e ce lo ha insegnato. Sembra il contrario di quanto avviene nella prosa definita significativa, dove il mondo finisce quando la cosa pronunciata si sgretola dietro al suo significato, si annulla in una forma concreta diventando pura essenza. Nella poesia il linguaggio non si annulla, non si perde, si trasforma anzi in un “altro di ogni mondo”. La poesia è il chiaro nel bosco, per usare le parole di Maria Zambrano.

Ida Travi, in L’aspetto orale della poesia, individua nella poesia la lingua parlata al suo nascere, quella primitiva, l’impronta di animale: Se è vero che le prime tracce, le prime iscrizioni viste dagli uomini furono le impronte degli animali sulla neve, la mente poetica va all’inverno che regnò quando gli esseri umani erano tutt’altro che intellettuali. «Si narra che in quei tempi ogni cacciatore conoscesse centinaia di impronte e che ogni impronta venisse associata a un animale proprio come una parola a una cosa. Leggeva le tracce prima d’aver imparato a scrivere». Rubina Giorgi, in Alla ricerca delle nascite (lingue e manie), scrive una cosa diversa: Il linguaggio ha eletto per sé il movimento del bruciare e ci vuole ira per rifare il fuoco. Così anche nella vita di parole: concentrare, coagulare il desiderio. Quest’ira non è una scienza, ma un’arte delle parole esplose, delle nascite latenti.

Mi piace pensare che queste due ultime ipotesi siano strettamente connesse. Voglio pensare al linguaggio come qualcosa che preesiste a ogni attività intellettuale (qui torna Wittgenstein) ma che racchiude in sé il movimento e la potenza di una fiamma che brucia (qui senti gli echi di Bachelard).

Per quanto mi riguarda, la ricerca che mi interessa è di tipo storico, filosofico, sociologico, etimologico. Cerco di capire come il linguaggio si adegua al suo tempo, in che modo gli sopravvive e quali sono i tratti specifici e le contraddizioni che riesce a coglierne.

La violenza, la miopia, i valori di una società passano anche attraverso il linguaggio che la attraversa. Esiste una corrispondenza biunivoca tra questi due elementi, in che modo venga poi tradotta concretamente dal singolo poeta dipende dalla sua sensibilità, dal suo rigore.

 

 

Come avvocato ti occupi di disagio giovanile. Argomento e problematica difficile che investe tanti aspetti della società. Mi parli dell’impatto che certe esperienze possono avere sulla vita personale e sulla tua sensibilità artistica?

Sì, nella professione mi occupo anche di minori e disagio giovanile. La materia non copre interamente il mio ambito di operatività ma ne costituisce una parte importante. Gli studi legali con i quali ho collaborato negli anni non trattavano questa specifica materia, mi ci sono avvicinata autonomamente ricavando un mio spazio di intervento.

Esercitando in ambito penale, intervengo per lo più in seguito alla commissione di un reato o all’applicazione di una misura di sicurezza. Entro in gioco in un momento di forte vulnerabilità dell’individuo e mi espongo senza mediazioni alla violenza, alla sofferenza e alla disperazione che quelle vicende umane si trascinano dietro. I minori e i giovani, che vengono definiti ‘problematici’, spesso vivono ambienti malsani (ne sono il sintomo in un certo senso) viziati dal disinteresse nei loro confronti, o peggio, dal loro sfruttamento che passa quasi sempre dalla seduzione di guadagni facili legati ad attività criminali.

Quei ragazzi sono il prodotto di un’illusione, o meglio, di una società che continua a illuderli. Il rischio di essere travolti da questo carico umano emotivo ed emozionale esiste e le responsabilità sono molte, è un settore delicato dove occorre muoversi con estrema cautela e lucidità. L’incontro con i giovani resta in ogni caso, sempre e comunque, un momento di forte arricchimento personale, un terreno fertile di riflessioni e considerazioni non solo giuridiche ma anche politiche, sociologiche. Finché i più giovani non si sentiranno parte integrante e risorsa di un sistema istituzionale, il rischio di cadute e fallimenti individuali rimarrà sempre molto alto. E prima o poi qualcuno dovrà esserne chiamato a risponderne. Più una società si dimostra lontana, distante e sorda alle richieste dei suoi giovani, più cresce il rischio di creare con questi una frattura insanabile.

Molte di queste riflessioni e considerazioni influiscono inevitabilmente anche sulla mia scrittura senza però sommergerla, inghiottirla, ghettizzarla. Non credo alle etichette in poesia. Non esiste una poesia civile, impegnata. Tutta la poesia, quando è vera, non può che essere civile, politica, impegnata.

 

A cura di Mauro Leone.

 

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