Afonso Gatto

Io credo che nel cuore di tutti gli uomini sopravvissuti alle stragi e agli orrori di quest’ultima guerra sia rimasta una durezza che non si scioglierà mai, tanto meno nelle parole. I racconti, narrati alla buona o scritti ad arte e con arte, si fermeranno anch’essi a questo punto vuoto e chiarissimo ch’è in noi, a questa pietra che suggella il silenzio e il freddo di intere generazioni. Le poesie, anche le poesie, riconcilieranno ancora amore alla vita, una persuasione a sostenerla, forse, in quegli stessi ideali che ci hanno traditi. Perdiamo, stiamo perdendo, l’angoscia che avevamo nel petto al posto del cuore, la distendiamo senza averla placata. Parlo in termini fisici. Mi guardo le mani, le guardavo nelle notti che Milano era deserta sotto la neve e gli spari: allora tutto esisteva con un realismo quasi magnetico. Le mani erano mani più mani, gli occhi, occhi più occhi: eravamo fissati incisi, in noi stessi, come uomini. Fummo prossimi – per me l’ho sentito – alle parole che sono cose, al respiro e alla vita delle parole che sono atti. Resistendo incominciavamo finalmente a durare in noi stessi, a essere. Nessuna «aulicità» era possibile, anche se poi qualche poeta ha detto di aver appeso le cetre agli alberi in segno di lutto. Non si trattava di lutto o di lutti, non si trattava di occupazione o di «piedi stranieri». Era qualcosa di più: era la natura umana offesa. Anche la finzione necessaria ai sentimenti perché si esprimano e alla stessa sincerità perché consista doveva cadere, lasciandoci soli.
Chi non ha sentito il peso del proprio corpo, chi non s’è visto assediato dalla propria faccia in tutta la terra, in tutto il gelo, in tutti i morti incredibili fissati quasi senza pietà per quel cuore duro che dentro ingrandiva, in ogni alba, in ogni notte, nella guerra estesa allo spazio e al tempo senza principio e senza fine, non potrà mai dire di essere esistito o di avere lottato come un uomo offeso: Sarà stato al più un italiano punto sul vivo, un antitedesco, un avventuriero del bene.
Quando si parla di «letteratura della resistenza», di «poesia della resistenza», io vorrei si considerasse l’effettiva «verginità» delle parole che sono state scritte: altrimenti fino a qual punto questi scrittori, questi poeti sono stati soltanto «civili», riattaccati cioè ai modi della «offesa» nazionale che si compiange attraverso un secolare rito poetico? In che modo hanno fatto vendetta dell’offesa alla propria natura? A questa domanda bisogna rispondere incontrandoci con quel cuore che c’è rimasto dentro e che non si può sciogliere nelle parole che non siano esse stesse atti, nomi pronti sulle cose. Si tratterà d’ora in poi di trovare la poesia che abbia in sé perduto sin l’ultima traccia degli ideali convenuti.
Come preambolo a una lettura di poesie della resistenza io credo si debbano intendere chiaramente e il valore della poesia e il valore della resistenza: non perdere l’una nell’altra in un compromesso d’occasione storica. Appunto perché per la maggior parte dei casi non s’è trattato altro che di «colore» e di riflessa intonazione morale, se non di piccole apocalissi d’immagini o di «arte», io credo si debba postulare il bisogno che resta vieppiù intatto di un nostro scontro definitivo con la nostra difficoltà di essere, cioè di esistere veramente. Per i poeti, per gli scrittori che sentono e vedono la natura umana offesa ben al di là ormai delle sue tregue politiche tra le guerre, direi che è un dovere uccidere, sterminare l’arte ripiegata sulle irreparabili sconfitte umane. In tal senso la resistenza è appena cominciata e la liberazione è nelle nostre mani di giustizieri o di suicidi. Occorre incominciare a riparare in questa terra al dolore degli uomini.

 

Premessa di A. Gatto a “Il capo sulla neve“.

 

*

 

Agli amici che non sono più amici

 

Voi non siete più amici, ombre straniere
d’un mondo che dimentica i suoi morti
e le speranze che credeste vere.
Venduti alla ragione dei più forti,

ragionevoli amanti, al vostro lume
adunate fantasmi e la paura
di perdervi accogliete dentro il fiume
blando del tempo e della storia. Oscura

sorte v’è legge e il vivere indifeso
degli uomini evocate perché nulla
cambi di loro, la miseria e il peso
delle vecchie sentenze che alla culla

i bambini già soffrono. Sui figli
lasciate il segno della nostra fame.
Voi non siete più amici e vi somigli
il nemico che miete nello strame

delle guerre perdute il suo raccolto
e chi s’appresta a vendere la casa
ad un altro straniero! Forse, assolto
il cuore d’ogni dubbio e già persuasa

la coscienza a far brindisi nel vino
d’una saggezza sconsolata, il mondo
credete di lasciare al suo destino,
alle vecchie sentenze: nulla in fondo

vi par che vi convenga perché solo
il riserbo vi lega con gentili
nodi celesti a quel cantar d’assiolo
nelle case dorate: d’esser vili

vi fate vanto e d’esser certi dono.
Gazzettieri e poeti, non v’importa
che vostro padre sia rimasto prono
sulla terra a scavare la sua morte?

Che vostra madre chiami suoi i figli
degli altri se le vengono vicini
nella miseria, attenti ai suoi consigli?
Voi non tornate più da quei confini

del mondo ove l’amore è già venduto
e la memoria che rimorde è paga
di sentirsi delusa. Il vostro muto
patto con l’ombra è d’essere la vaga

libertà del pensiero che in sé scioglie
i vincoli del sangue e le ragioni
della lotta suprema. Siete foglie
dell’albero abbattuto dai padroni.

Voi non siete più amici, ombre straniere.
Da voi diviso un altro cielo ho sciolto
alla luce degli occhi, alle bandiere
del mio grande Partito. Io so che ho tolto

il mio cuore ai padroni, è mio è mio
da muovermi nel sangue, nell’eguale
vita di tutti come un uomo. Addio.

(1947)

 

A. Gatto, Il capo sulla neve, Liriche della Resistenza, n.2 Quaderni di Milano-sera 1947.

 

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