Maria Zambrano

Solo la parola

C’è una parola, una sola, della quale non si sa con certezza se abbia mai oltrepassato la barriera che separa il silenzio dal suono. Per quanto a lungo e incontenibilmente si sia parlato, infatti, la barriera fra il silenzio e il suono non ha mai cessato di esistere, ergendosi fino a condurre colui che parla sull’orlo del parossismo. L’incontinenza del linguaggio deve avere in quest’insormontabile ostacolo la propria origine. E lo straripamento della parola assume allora carattere di fenomeno cosmico: di cateratta, di eruzione vulcanica. E la parola che è in se stessa unità, congiunzione miracolosa della “fysis”, del senso che abbraccia e riunisce i sensi, soffio vivificante, impalpabile fuoco e luce dell’intelligenza, cade trascinata in basso più miseramente della pietra che almeno smetterà di rotolare quando avrà trovato un seppur minimo riparo al suo peso.

 

Il vuoto e la bellezza

La bellezza fa il vuoto – lo crea – come se quel volto che ogni cosa acquista quando è bagnata da essa provenisse da un lontano nulla e ad esso dovesse tornare, lasciando la cenere del suo sembiante alla condizione terrestre, a quell’essere che della bellezza partecipa. E che le chiede sempre un corpo, la sua copia, di cui per una specie di misericordia essa gli lascia a volte la traccia: polvere o cenere. E al posto del nulla, un vuoto qualitativo, segnato e puro insieme, ombra del volto della bellezza quando parte. Ma una volta creato quel suo vuoto, la bellezza lo fa suo, perché le appartiene, è la sua aureola, il suo spazio sacro in cui si conserva intangibile. Uno spazio nel quale all’essere terrestre non è possibile installarsi, ma che lo invita a uscire di sé, che spinge a uscire di sé, l’essere nascosto, anima accompagnata dai sensi; che trascina con sé l’esistere corporale e lo avvolge; lo unifica. E proprio sulla soglia del vuoto che crea la bellezza, l’essere terrestre, corporale ed esistente, si arrende; depone la sua pretesa di essere separatamente e persino quella di essere sé, se stesso; consegna i suoi sensi che si fanno tutt’uno con l’anima. Un evento che si è chiamato contemplazione e oblio di ogni cura.

 

M. Zambrano, Chiari del bosco, Bruno Mondadori 2004.

 

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