Rocco Scotellaro

Amo le giovinette e le nonne
sono cose della natura
come i fiori e le pietre
fuori dal discorso del mondo.
Noi diamo gesti e parole
e discorsi e guerre e affanni,
loro sono lì arrese al sole
bellezze estreme del lungo viaggio.

[1952]

 

A M.

Vedere e rivedere.
La fretta, la corsa: Lascia che guardi ancora questo posto.
Correndo lontano, c’è la delusione di trovarsi
soli. E tornando indietro, si trovano le cose non
mosse, rifiorite o morte.
Non ti farai un giardino, se non ti fermi a tempo
come pietra che non posa, non piglia ceppo.

[1952-1953]

 

Da Margherite e rosolacci, Parte terza (1950-1953).

 

*

 

I

“Uscii per la seconda porta di casa, che mena alla parte a monte del paese; con la borsa che avevo, ognuno, dallo spiazzo di sant’Angelo fino in campagna, mi chiese con meraviglia dove andavo, perché sapevano tutti che sarei dovuto partire e pensavano a una delle solite improvvise decisioni: quando mi caricavano troppo, io ero solo di fronte ai loro malanni, alle loro grida, ai loro problemi recenti e remoti, taluni irrisolubili e disperati, allora prendevo il biroccio o la corriera o mi mettevo la via sotto i piedi, dovevano lasciarmi stare, si dispiacevano per avermi irritato, tornavano calmi ad aspettare il mio ritorno e le risposte che potevo alle loro domande.
Con questa borsa, se non partivo, dovevo apparire stravagante, io stesso credevo di sapere le loro supposizioni e i commenti, altre cose pensavo da me così che questa passeggiata alla vigna con la borsa era e non era per un viaggio, per una visita alle ciliegie, a un posto senza vento dove leggere e studiare, per una partenza clandestina, per un saluto ai morti.
Mi stavo appunto avviando, in prima, verso il Cimitero, che è di fianco al paese, sulla grande strada, nella piega di due colline: da tutte le finestre e i balconi si può vederlo di fianco con pudore, lì stanno i nostri morti nudi, di lì misurano loro puntualmente la nostra fedeltà.
Mi succedevano tanti fatti, e la decisione di abbandonare il mio posto era stata così necessaria che mi pareva dovessi trovarmi avanti un insospettato squarcio di luce e una freccia certa di direzione, che al bivio presi la grande strada per il cimitero.
Erano le prime giornate di maggio: sotto la cava dove la rotabile è dritta a rettifilo, si vedevano gruppetti a passeggio dietro di me, dal convitto stavano per uscire le studentesse nei grembiuli neri per le prime passeggiate dell’anno.
Il Maestro Contino si distingueva con le sue mani legate dietro, i preti erano più avanti, per non imbattermi in loro ritornai sui miei passi. Presi per la via Comunale del Corneto, che si prolunga – a ridosso del Camposanto – fin sotto la grande Pietra, tra le vigne e gli ulivi, e si affaccia sul fiume. Tornava gente dalle vigne. Mi disse uno il posto buono, parato dal vento, dove avrei potuto leggere e scrivere. Ripensandoci, con la borsa per la campagna, era difficile non destare stupore: Ieri avevo lasciato il mio posto, oggi venivo al Corneto, come Carmelo, l’artista, Giuseppe, il pensionato, Pasquale, l’anarchico. Io potevo dare all’occhio come uno di questi che non chiedono e non danno ormai più il saluto a nessuno, prendono le vie solitarie, di notte e di giorno, sono spaesati o pazzi, uccelli senza nido.”

Da L’uva puttanella, Parte prima.

 

R. Scotellaro, Tutte le opere, Mondadori 2019.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *