Castor Seibel su Giuseppe Ungaretti

Il suo recital a Bonn,
il primo giorno di primavera nel 1969

…il mare, il mare
o, forse, la morte

 

La sala, il grande auditorium dell’università, era gremita, ma nessuno avrebbe potuto credere che, da un istante all’altro, sarebbe arrivato Giuseppe Ungaretti, lui, in persona.
Mentre avanza, ci si guarda, l’un l’altro. Tutti si alzano: un ordine breve muto. Ungaretti raggiunge il tavolo, saluta, apre il libro, comincia a leggere.
Qualcosa sembra materializzarsi dalle prime parole vigorosamente chiaramente pronunciate: una presenza poetica prende forma, una vita singolare, un fenomeno acustico, delle vibrazioni sonore si fanno messaggere tra il recitante e l’auditorio.
Grazie alla voce del poeta, qualcosa si rivelava, attraversando il corpo del recitante e facendosi spazio e avvicinandosi in onde all’udito dei presenti affascinati, in una tensione appena sostenibile.
Suoni, parole, ritmo. Scambio tra ritmo, parole, suoni, prima che senso e significato si manifestassero. Ungaretti recitando si liberava di ciò che intrinsecamente veniva fuori dalla sua anima angosciata.
Se dopo questa lettura le pagine fossero diventate bianche, come per miracolo, nessuno di noi si sarebbe stupito. Un fenomeno come giungendo da un altrove. Sì, un incantesimo, un incantesimo ebbe luogo. E in modo naturale come cadono le foglie agitate dal vento, naturale come il pane sulla tavola.
Folgorazione.
Tutto avveniva come se l’atto della recitazione fosse l’atto della creazione della poesia stessa.
Avvenimento.
Una messa in presenza. E questo spazio particolare tra la poesia scritta e la parola ricordava le parole proprie di Ungaretti “lo spazio tra il fiore colto e il fiore offerto”.
Se la poesia è ciò che siamo senza saperlo, secondo il proposito di Joë Bousquet, essa si è manifestata quel giorno di primavera.
Messa alla prova, la chiarezza della poesia abolisce tutte le prove e non si spiega poiché è la poesia a spiegare il mondo.
Alla fine della serata Ungaretti lesse una poesia che terminava con “…il mare, il mare / o, forse, la morte”. Fu con un’angoscia crescente, appena trattenuta, appena dissimulata, che articolò ad alta voce “il mare, il mare”, e poi, dopo una pausa, con un lungo e dolce sorriso, il vecchio Ungaretti aggiunse sottovoce “o, forse, la morte”.

 

C. Seibel, Ungaretti, ‘A Camàsce n. 7, CTL-Presse Amburgo 2007.

 

Giuseppe Ungaretti e Castor Seibel, Bonn 1969. Foto di Karl Heinz Bast.

 

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