Pierre Reverdy

A chi ho dato l’anima in cambio di una striscia di cielo luminoso all’orizzonte? Un lampione a gas crudamente realistico si staglia nel vano della finestra e quieta la stravaganza dei sogni. È qui che bisogna rimanere e lottare contro l’influenza dei nervi che ci guidano male. La verità e la follia si scaricano in noi lasciandoci la responsabilità dell’agire. Tuttavia non abbiamo fatto nulla di tanto spregevole. Poveri schiavi, una tavola resta una tavola se non ne sappiamo fare qualcosa d’altro. Ma ci mancano i mezzi per rimanere semplici come le cose inerti. L’oscurità e la luce ci trasformano. La sensibilità è una triste eredità di cui si potrebbe fare a meno ed è un nemico indispensabile che bisogna combattere, senza mai esserne completamente vincitori dal momento che il suicidio è un’idiozia. Bisogna possedere tutto dentro di noi per conservare l’equilibrio. Entusiasmo e freddezza e non l’uno senza l’altra, altrimenti sarà necessario camminare troppo alla svelta in senso contrario e inciampare in tutti gli ostacoli.

Ad ogni passo i talloni martellano l’impiantito e la mano afferra un bicchiere nei giorni di calma e niente più; ma se gli occhi ci guardano dentro per mescolarvi i ricordi sarà necessario cercare il significato di ogni parola nei libri e non vi troveremo mai gli oggetti richiesti. Se il vento soffia è un altro suono, se il sole si alza un altro colore. Bisogna chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie perché dentro di noi tutto è verità, ma non bisogna proporsi di persuadere alcun altro.

 

P. Reverdy, Il ladro di talento, Einaudi 1972.

 

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