Jean-Luc Lagarce

Una società, una città, una civiltà che rinuncia all’Arte, che se ne allontana, in nome della viltà, della pigrizia inconfessata, della ritirata in se stessi, che s’addormenta su di sé, che rinuncia al patrimonio di domani, al patrimonio in divenire per accontentarsi, nell’autosoddisfazione beata, dei valori che crede di aver forgiato e che invece ha soltanto ereditato, questa società rinuncia al rischio, si allontana dalla sua unica verità, dimentica in anticipo di costruirsi un futuro, rinuncia alla sua forza, alla sua parola, non dice più niente agli altri e a se stessa.

Una società, una città, una civiltà che rinuncia alla sua parte di imprevisto, al suo margine, ai suoi indugi, alle sue esitazioni, alla sua disinvoltura, che non rinuncia mai, nemmeno per un istante, a produrre senza riflettere, una società che non sorride più, nemmeno un poco, nonostante il dolore e lo sgomento, delle sue inquietudini e delle sue solitudini, una società così è una società che si accontenta di se stessa, che si abbandona completamente alla contemplazione morbosa e orgogliosa della propria immagine, alla contemplazione immobile della propria immagine menzognera. Essa nega i suoi errori, la sua bruttezza e i suoi fallimenti, se li nasconde, si crede bella e perfetta, mente a se stessa. Oramai avara e meschina, con la testa vuota, con i suoi risparmi di fantasia, sparisce e si inabissa, distrugge la parte dell’altro, che lo rifiuti o lo ammetta, si annega e si riduce al proprio ricordo, all’idea che s’è fatta di sé. È fiera e triste, nutrita della sua illusione, crede al suo fulgore, senza seguito e senza discendenza, senza storia futura e senza spirito. È magnifica, poiché lo dice lo crede e resta sola ad ascoltarlo. È morta.

 

J. Lagarce, Music-Hall. Del lusso e dell’impotenza, Cronopio 2013.

 

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