Joë Bousquet

Esci dalle tue false chiarezze: ascolta, sei tu o è il tuo passo… Il rumore cessa, il canto continua, spera. Sii colui che il canto chiamava, colui che si riconosce nel canto. Diventa un’aria per i tuoi occhi liberati dei loro sguardi dalla luce alta, una romanza per l’oblio delle parole. Quando il silenzio è la carne delle tue labbra, la tua bocca dimentica il bacio.

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La poesia non deve aggiungere nulla alla vita dell’uomo, essa è l’uomo meno le resistenze che gli impedirebbero di scendere in se stesso, dove è la sorgente delle cose. Non si tratta di ingrandire l’anima dell’uomo, ma di renderla più presente: l’anima, la cui immensità dispera. Poiché è solitudine, ignoranza dell’amore, e tende a conoscersi nei luoghi in cui la solitudine è amore e in ogni parte vestita di inaccessibile. La poesia è fatta per rivelare agli uomini ciò che sono senza saperlo. Scopriamo la poesia guardando le cose fino a dimenticare chi siamo e il senso di un mondo che non è in nessun luogo.

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L’uomo è grande unicamente per la coscienza totale, perpetua, di ciò che è. Se il pensiero non può scavare la vita, bisogna lasciare che sia la vita a descriversi.

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La tristezza dell’uomo è la consapevolezza che la sua infanzia non finirà mai; la vede dovunque. Ha creduto nella sua infanzia dalla quale era totalmente ignorato. Ciò che sono non è neppure me stesso. La mia ferita è in me, non sono nella mia ferita. Il mio amore è in me, non sono nel mio amore; e la mia bruttezza non mi offre rifugio.

 

J. Bousquet, Da uno sguardo un altro, Panozzo 1987.

 

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