Ritrarsi al mondo. Una deposizione per Francesca Woodman di Mauro Leone.

 

Elle suscite la parole. Là par Elle.

Nei pressi di. Mai dove regge il suo occhio. Mai lei.

 

Esistono genealogie parallele che ramificano nel corso di una vita. Esse non sono né più vere né più false di quelle a cui potrebbe ricondurre una ricerca negli archivi storici o una ricognizione nelle memorie familiari. I filamenti di queste oziose catene, sorta di legacci magnetici intermittenti, si compongono per segni dilazionati nel tempo: perseveranza nell’indagine e attenzione ai dettagli non rappresentano condizioni necessarie a diagnosticare la nostra presenza nel mondo. Si tratta per lo più di rivelazioni o per meglio dire spiragli da cui si dipana una luminescenza.

Ne scaturisce un’immagine. Falsa come tutte le immagini, si arrischia a profanare la coscienza rabboccando il suo siero ‘in memoria di’.

*

Una giovane donna sfiora la chioma arruffata di un ragazzetto. Lo oltrepassa. Egli si torce deponendo lo sguardo sulla scia della sua veste. Si insinua una ritrosia a procedere, impasse che intima di tornare verso ciò che dovrà venire.

Movimento spiazzante, l’andare verso dietro. Sollecitato da un apparente chiarore.

Luce estorta alla propria genesi, trasfigura la natura della sua apparizione. Piuttosto un inconveniente, un dispiegamento di forze, ciò che disabilita dal noto spingendoci oltre il punto focale.

Traccia per decifratori obsoleti, privi di sensi… solo a loro può volgere l’attesa.

Una flessione prepara lo smacco dello scatto. L’occhio è fissato e impotente nel raggiro dell’obiettivo.

Inaugurazione della durabilità, durata-abile di un racconto a venire, nel tempo, che è passato futuro.

Lo scatto innesca il processo di misurazione della luce. Genera un attrito fecondo nella misura in cui ciò che si è (per l’osservatore) si sfalda nell’atto del corpo di giungere al fuoco.

Ci si riguarda – cura in atto.

Si profila la scena. L’occhio ritratta il corpo esortandolo all’azione. L’osservatore indietreggia, allarga la cornice, miserevole retrocessione nella ragionevole certezza – rinsalda le fila di un ordine prestabilito. Ma non vede. S’incunea tuttavia il suo capo. L’occhio esorbita e cade, letteralmente, ai piedi dell’immagine, trascinando gli orpelli – braccia, gambe, ventre…

L’equilibrio è rotto. Declina l’asse che ci simula dritti e tutti d’un pezzo (pagheremo per questa celebre postura).

L’occhio intima la scissione. Solo un corpo sfinito implora la lezione dell’occhio. Un corpo che non vede viversi. Si mortifica. È disponibile al solo fine di dismettere l’attesa di farsi corpo. Di reale resta soltanto il cardine su cui poggia l’impalcatura domestica e fragile del nostro esistere.

Lo sguardo registra la dinamica del cardine che evolve frammentandosi.

Certi incontri, probabilmente tutti, compromettono. Quelli mancati sono le rovine di quelli futuri.

Le rovine seducono nella mancanza che costruiamo. Conoscenza a detrimento.

 

 

Attraversiamo stanze, i pori legnosi restano chiusi. La porta-corpo vacilla nella sua claustrofobia. Potremmo evadere mai? Proseguiamo o attendiamo… divaricazione della sorte.

Proviamo a rinsaldare fili a nodi in continuo scioglimento.

Tra l’occhio e il corpo si puntellano trincee.

Sfumatura nel bianco. Evaporazione.

Lo sgomento di un “non possibile altro” che inizia a pesare, che rigenera come eccedenza di assenza. Disponibilità a liberarsi di sé.

Ci si incontra dunque per mutuazione. Traendo nell’occhio la vertigine della resistenza del corpo. Si compie la muta.

Si è in grado di sostenere lo sguardo dell’altro, operazione ricca di ambiguità, ma sostenere la perdita di gravità dell’occhio che anela?

Sos-tentatore – attrattore di allarmi, l’occhio.

In questa tentazione la parola forgia lo scarto.

È questa terra, corpo di tutti gli occhi, da sollevare allo sguardo?

Da una radice erompe un tronco, matura foglie e frutti. Irrompono braccia sotto un cielo mitigato dall’impossibilità di giungervi. Quale il veleno? La foglia che si dissipa al vento, volo libero, o il frutto nella avida perpendicolarità della fame, corpo istituito?

L’occhio di Francesca non è più lì dove ancora è appiccato il fuoco della sua apparizione. Non mostra orbite vuote. In un certo modo resta a spiare la propria cecità. Obiettivi mancanti. Sono rapidi schianti di gioco, gli scatti.

*

Sottratta alla vita dei vedenti. Attratto dalla tua orbità.

Prendo in parola l’eco piombato dall’orecchio della morte.

*

Generalizzando, la terra lenisce l’impotenza e la fatica. Ci si dissolve.

Il volo non ha cardini. È assoluto.

Nel volo libero il corpo si riallinea alla misura dell’occhio.

È questa terra, occhio di tutti i corpi, che ci solleva dal vedere.

 

Là par Elle. Pas de parole.

 

Mauro Leone

 

 

Foto:

1 Dalla serie Space, Providence, Rhode Island, 1977.
2 Senza titolo, Providence, Rhode Island, autunno 1976.
Self portrait at Thirteen, Boulder, Colorado, 1972.
4 Senza titolo, Providence, Rhode Island, 1975-1978.
5 Senza titolo, MacDowell Colony, Peterborough, New Hampshire, estate 1980.

Libri:

Isabella Pedicini, Francesca Woodman, Gli anni romani tra pelle e pellicola, Contrasto 2015.
Francesca Woodman, Catalogo mostra Palazzo della Ragione, Milano 16.07-24.10 2010, a cura di Marco Pierini, Silvana Editoriale 2010.

 

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