Giovanni Paglioli

Nell’ambiente musicale salernitano lo conoscono un po’ tutti. Negli ultimi trentacinque anni ha lavorato con la maggior parte dei gruppi musicali locali e non solo. Da qualche tempo ha iniziato una nuova avventura con lo Studio XXXV dell’amico Nicodemo, un’altra delle realtà più dinamiche e professionali del nostro territorio. Giovanni ha un’ottima memoria e sono tanti gli aneddoti e i particolari che vengono fuori nella conversazione, alcuni però resteranno top secret! Oggi, così come quando era un ragazzino, è sempre a lavoro per dare consigli e informazioni preziose per rendere la musica degli artisti che si affidano allo studio qualcosa in più di un semplice prodotto: esperienza e libertà creativa restano i punti fermi del suo lavoro. Ma con Giovanni vengono fuori anche altri spunti: dalla politica all’educazione, dal Do It Yourself all’ambiente musicale contemporaneo. 

Con Matilde Citro, Nicodemo e Roberto Policastro.

Iniziamo parlando della tua passione per la musica. 

La ‘malattia’ della musica l’ho presa presto perché me l’ha trasmessa mio padre che cantava in un gruppo, i Gemini, i cui componenti avrebbero poi fondato il Giffoni Film Festival. Con lui e con i suoi amici andavo ai concerti e così sono rimasto affascinato da quell’ambiente. L’attrazione per la parte tecnica della musica è venuta subito dopo. Dove abitavo io, siamo alla fine degli anni ’70, era nata radio Salerno 1 e così, frequentando quel posto, iniziai ad incuriosirmi al lavoro che si faceva dietro al mixer. Poi, all’inizio degli anni ’80, cominciai a seguire gli Spleen Fix, gruppo storico dell’underground salernitano, e poco dopo mi ritrovai con loro in quella che definimmo la capanna di zi’ Cipriano, un vero e proprio pollaio poco fuori città, che il gruppo aveva fittato per realizzare le prove. Mi interessai subito al lato tecnico e produttivo. Una serie di brani erano fatti anche di effetti sonori che gestivo live. Nel 1984 invece, grazie ai miei genitori, presi un mixer con un registratore multi traccia, un tascam a bobine 8 tracce, qualcosa di molto avanzato per l’epoca e così con Nino Cammarota, Carola Bellantoni e Roberto Bove nacque la Banhof Records, con sede a via Sabatini.

Il nome dello studio fu preso da una fanzine che esisteva già dagli inizi degli anni ’80, in cui scrivevano un po’ tutti quelli che facevano parte dell’ambiente culturale a Salerno. Ci piaceva l’idea di questa stazione di registrazione, poiché in tedesco Bahnof, scritto leggermente diverso, significa appunto stazione. Eravamo in contatto con altri gruppi sia in Italia che all’estero e che potevi contattare semplicemente prendendo i numeri di telefono che trovavi dietro le copertine dei dischi. Poi la Bahnof divenne un’etichetta discografica e fu per circa dieci anni il riferimento dell’underground salernitano. Inoltre facevamo trasmissioni live radiofoniche per promuovere la musica dei gruppi locali, ma in realtà era un punto di riferimento anche per gruppi che venivano dall’area napoletana. Purtroppo nel 1994 a causa di un allagamento che distrusse molto materiale tecnico l’avventura della Bahnof ebbe termine.

Al Medimex 2018.

Come descriveresti l’ambiente culturale e musicale in cui sei cresciuto?

Si viveva ancora sull’onda lunga degli anni ’60, con le varie rivoluzioni culturali, sessuali ecc. Per un certo periodo Salerno negli anni ‘80 è stata, insieme a Firenze, la capitale underground italiana ma a differenza di Firenze non si è voluta mai organizzare a livello industriale. Se a Firenze hanno saputo capitalizzare qui da noi c’era sempre un atteggiamento blando verso la creazione più organizzata di strutture. Però probabilmente credevamo anche di più in quello che si faceva perché in fondo la nostra era una realtà più depressa. In provincia, nonostante tutti i limiti, viene sempre fuori qualcosa di più, di geniale, perché chi ha sensibilità e curiosità forti deve provare a inventarsi qualcosa per raccontare un certo disagio. Il punk ad esempio da una parte era anche questo, trasmetteva comunque qualcosa di forte. La gente che ci vedeva per strada mostrava un vero e proprio ribrezzo per il nostro modo di vestire e di stare insieme, e quello che rimandava la nostra immagine era proprio lo specchio delle cattive coscienze di chi ci additava. In un certo modo mostravamo alla gente come poteva diventare in futuro la vita dei propri figli e purtroppo avevamo ragione.

Da un altro lato invece nel punk non esisteva una gerarchia e anche il disadattato poteva dire qualcosa che riusciva a cambiare il tuo modo di pensare. Si creavano così delle vere e proprie relazioni orizzontali. Intorno a noi non c’era altro che la nostra voglia di esprimerci, eravamo iper-compressi.  A lungomare, come noto, c’erano le varie fazioni, ognuna portava un pensiero col quale confrontarsi o essere in disaccordo e non era raro giungere fino alla rissa che però si chiudeva con una bevuta collettiva. Erano gruppi di persone, dark, punk, freak, metallari, che rappresentavano canali differenziati di comunicazione… una specie di pay tv ante litteram, solo che era gratis! In realtà la musica aveva tante commistioni e quando si creava qualcosa non ci si chiedeva realmente a che genere appartenesse, magari questo aspetto interessava di più a chi ci ascoltava. In fondo uno dei modi per far finire un movimento è quello di catalogarlo e massificarlo, così da rinchiuderti, attraverso una definizione, in un recinto.

Come si è modificata la scena dopo quegli anni?

Credo che il cambio di rotta non solo a livello locale ma generazionale sia avvenuto da una parte con l’avvento del digitale e dall’altra con la fine di una visione politica e ideologica della società. Il concetto del Do It Yourself, nato come motivazione a mettere alla prova il proprio talento e la propria creatività, è stato capovolto e abusato. Ad esempio ti dicevano che se compravi la telecamera che usava Spielberg potevi fare i film come lui. Un’operazione di marketing che ha convinto le persone che Spielberg non aveva niente più di te se non la telecamera che prima non potevi permetterti. Una volta che ce l’hai sei più o meno come lui. Ancora oggi è una presa in giro colossale perché la verità è che la differenza la fa il fatto di sapere chi sei tu, cosa hai da dire, dell’esperienza che fai e infine del talento che devi scoprire e coltivare. Poi c’è l’altro aspetto che secondo me nasce con l’avvento di Reagan in America. Prima il mondo girava su un asse politico che si è trasformato in asse economico. L’economia non ci appartiene, è esterna all’essere umano. Oggi o sostieni l’economia oppure il mondo non funziona. Ma questo è un bluff. Così si passa dall’ideologia che racchiude molti degli aspetti fondamentali dell’essere umano alla logica del consumo che si limita a quelli economici. Togli dal centro l’essere umano e metti il prodotto. Cosi lo strumento diventa il fine. Oggi credo sia vero anche nella musica.

Quello che avevamo guadagnato noi allora, cioè una nicchia di musica indipendente nel vero senso della parola, oggi è un genere definito Indie. Ti dico la verità: quando sento chi pronuncia questa parola mi si rivolta lo stomaco. Ma cos’è? In fondo è un genere come un altro, ovvero basta attenersi a dei canoni per poter dire “sono Indie”, e questo è un meccanismo sempre economico. Il fatto è che la musica evolve solo se evolve l’uomo. Come qualsiasi forma d’arte è influenzata dagli aspetti sociali in cui nasce. Certo è difficile trovare novità nonostante i milioni di canali informativi gestiti da chi detiene il potere. Ma di quale informazione parliamo?  Adesso che pensi di avere tutte le informazioni non sai più se sono vere o false e soprattutto non sai se ti servono. Questo accade perché ti tolgono sistematicamente gli strumenti per fare queste differenze. Ad esempio i professori che ancora insegnano in un certo modo sono degli eroi, perché insegnano ancora a fare differenze, ad avere gli elementi  per capire cosa ti piace e perché. Altrimenti puoi anche fare esperienza di tutto ma niente ti soddisferà mai. Dipende da come decidiamo di vivere quello che facciamo.

Quando iniziavamo a fare musica, avendo poco o niente, quello che vivevamo lo vivevamo a mille, quasi oltre le possibilità. Avere tutto disponibile senza rapportarlo alle proprie esigenze, che non si conoscono neanche più, può solo creare noia. E magari per questo, per non annoiarsi, alcuni danno fuoco ai barboni per strada. Ma alla fine penso che quello che si fa di buono oggi lo potranno dire solo domani. Ai ragazzi dicono quali sono i loro problemi e gli danno subito dopo le soluzioni prima ancora di dar loro la possibilità e il tempo di esplorare e di esplorarsi. Sono saturi di soluzioni per problemi che non hanno affrontato.  Una volta si diceva il tempo è denaro. Se tu a fine giornata non hai un’ora per te, per pensare a te o fare qualcosa di piacevole vuol dire che qualcun altro se l’è presa, te la sta rubando, sta guadagnando su di te. Se invece dici io quell’ora me la prendo, forse le cose possono iniziare a cambiare.

Con gli Emian e Peppe Frana.

Dopo aver fatto varie esperienze adesso lavori di nuovo in uno studio di registrazione. Come si è creata questa opportunità? 

Dopo la Bahnof  ho aperto uno studio che si occupava di produzione cinetelevisiva. Ho continuato a collaborare come fonico con i Festival che si tenevano in città ma più che altro ho fatto molte esperienze viaggiando in Europa, Nuova Zelanda e America, sia per occuparmi di musica che di astronomia, l’altra mia grande passione.  Quando sono rientrato invece per un po’ di tempo non mi sono occupato di musica fino a quando ho incontrato i Malatja, gruppo rock di Angri, e ho finito per produrgli il disco che stavano registrando. In quel periodo però è avvenuto anche l’incontro con Nicola Pellegrino, alias Nicodemo, che conoscevo solo artisticamente e che oggi considero mio fratello. Mi ha accolto nel suo Studio XXXV dove realizzava  eventi e format ma che non era ancora un vero e proprio studio di registrazione. Da lì è nata poi un’etichetta e un’associazione no profit. Essendo diventato a tutti gli effetti un ingegnere del suono, il progetto con Nicodemo oggi si sta trasformando in qualcosa di pienamente soddisfacente. Ormai la gente viene da noi non tanto perché lo studio è figo ma per il nostro personale modo di gestire la produzione artistica. Il vero produttore è uno che ha fatto tante esperienze. Riesce a capire dove vuoi arrivare e ha i mezzi per farlo e, insieme ai musicisti, contribuisce a quel salto in avanti per finalizzare il lavoro.

Una delle cose più belle è stata la collaborazione tra Studio XXXV, Baba Sissoko e le Lilies on Mars. È un disco che si chiama DjeliBit  e per presentarlo abbiamo fatto fondamentalmente un concerto illegale nel ghetto di Rignano Garganico, vicino Foggia, dove vivono migliaia di immigrati di cui nessuno voleva sentir parlare. Uomini e donne che stanno sotto il caporalato e lavorano per l’industria del pomodoro. Abbiamo organizzato un concerto su una superficie completamente sommersa dal fango dove non ci sono neanche le fogne. Ci siamo incontrati con Jack Spittle  un ragazzo americano che aveva aperto una radio pirata, radio ghetto, e un gruppo che si chiama Funky Tomato e che prova a fare industria di pomodoro per lavorare con gli immigrati in maniera legale e farli emancipare dal caporalato.  Per la prima volta si sono viste le donne che non escono mai perché fanno le prostitute e hanno anche parlato alle telecamere. In fondo non è proprio vero che non si può fare niente nel nostro operare quotidiano e non si deve sempre necessariamente farlo per un ritorno economico.

L’ultimo progetto che è partito da una idea di Nicola si chiama LAP, laboratorio artigianale di pazzia, un’opera audiovisiva in 5 parti, che mette insieme artisti italiani e stranieri che hanno partecipato alla realizzazione della musica. Ci sono Teresa De Sio, musicisti degli Afterhours, dei Marta sui Tubi e tanti altri. Ognuno contribuiva inviando attraverso WeTransfer il proprio contributo e “we transfer” veniva inteso non solo come trasmissione di dati in digitale ma anche nel senso di trasferirsi l’uno all’altro in termini di empatia, di conoscenza e di esperienza. In seguito abbiamo dato queste suggestioni sonore ad altrettanti videomaker che hanno realizzato le parti video. Lap esiste ancora e spero tirerà fuori altre cose.

Che pensi della città in cui vivi?

Questa città ha sempre giocato a fare la grande città senza esserlo, e non ha mai voluto credere di essere semplicemente un paese più grande degli altri, cosa che probabilmente avrebbe aiutato a definire la sua identità. Quindi, purtroppo, non ha i pregi né dell’una né dell’altro. All’epoca, quando abbiamo iniziato sapevamo di vivere in un “paesone” e, come già detto, anche in provincia può nascere qualcosa di creativo. Oggi sembra che la gente abbia paura delle emozioni e attraverso i social sviluppa un comportamento distorto. Se parli con qualcuno, come stiamo facendo adesso, e lo guardi negli occhi e non attraverso una chat, forse il discorso va a finire in un altro modo, forse le cose che dici acquistano un altro significato. Da cosa ti protegge una chat se non dalla possibilità di provare emozioni reali?  Oggi i soldi si fanno facendoti credere che quello che non serve è assolutamente necessario. Ad esempio che non puoi fare un figlio perché non hai abbastanza soldi. Ma chiediamoci in realtà come sono cresciute le generazioni prima della nostra o anche come vivevamo noi da ragazzini, per strada, nelle case degli altri, avevamo bisogno di soldi o di stare insieme per giornate intere?

Adesso siamo tutti più divisi. È la vecchia storia del “divide et impera”. Poi ci sono troppi master di tutto, master chef, master qua e master là, ma se davvero non sai fare un mestiere finisci male. Se non stai attento, se non hai qualcuno o qualcosa che ti dà uno stimolo, fai la fine di quelli che scendono per strada, bevono, si ubriacano fino a stare male, si fanno una botta di coca per riprendersi e se ne vanno a dormire. E questo è tutto? Davvero basta questo? Spesso però ha funzionato e funziona cosi. Oggi non è previsto il fallimento, devono vincere tutti.  E nessuno ha il tempo per comprendere i propri errori. Il male in fondo è bello, se passa Satana come un caprone tu te ne scappi. Ma se il male ti appare bello e ti seduce è tutta un’altra cosa. Il problema è quando te lo danno gratis e lì la cosa mi puzza. Questa città ce la siamo persi perché pensavamo che andasse tutto bene. Il movimento è morto e i frutti sono stati calpestati. Ad esempio non c’è mai stata una vera politica per il turismo, che è la più grande risorsa su cui investire in questi luoghi.

Oggi forse la gente non si accorge neanche di stare male, il disagio non lo percepisce, sono diventati disabili emotivi, troppo presi da situazioni che glielo nascondono, ma intanto il disagio li consuma e così semmai dovessero accorgersene finisce per essere troppo tardi. Non è questione di insegnare agli altri a vivere. Io ho le mie passioni, il mio lavoro e quello che è necessario fare è incuriosire e stimolare gli altri a mettersi alla prova con le proprie capacità.

 

A cura di Mauro Leone.

 

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