“Lezione sui Gelsomini” di Enrique Murillo Capitán. Con una nota di Giuseppe Gentile e postfazione di Diego De Silva.

Da Lección sobre jazmines a Lezione sui gelsomini, di Giuseppe Gentile.

Nell’estate del 1999, ero a Valencina, un piccolo paese andaluso non lontano da Siviglia, ospite del poeta Alejandro Duque Amusco. La sua casa era circondata da un giardino recintato, per buona parte, da un’alta siepe di gelsomino: i pomeriggi e le sere e le notti erano colme del profumo di quei piccoli fiori bianchi, penetrante tanto da provocarmi, a volte, un leggero ‘dolor di testa lirico’.
Un pomeriggio ebbi anch’io la mia “lezione sui gelsomini”. Me la impartì il fratello del poeta, Antonio, che trascorreva, quando poteva, buona parte dell’ora crepuscolare a raccogliere quei fiori per poi ripartirli nelle varie stanze da letto, la sua e di sua moglie e quelle dei numerosi figli che ancora vivevano in casa. Fu una lezione silenziosa: non mi disse quali cogliere e cosa fare con essi. Lasciò che guardassi, che seguissi i suoi gesti meticolosi e delicati, e così appresi che quell’attività non era affatto fuori del comune: chiunque abbia sia pure una piccola pianta in un vaso, a Siviglia, lo fa perché  le stanze, la notte, profumino di quel fiore. “Unos jazmines o unos nardos, colocados luego sobre la almohada para orear la medianoche…”, scriveva in Inghilterra, ricordando, nel suo Ocnos del 1949, Luis Cernuda.
Mi raccontò anche, Antonio Duque, che, insieme ad altri oncologi spagnoli, colleghi suoi che nutrivano la comune passione per la letteratura e per la scrittura, aveva immaginato, nel 1996, di pubblicare un libro di racconti scritti da medici. L’anno seguente, il libro fu presentato al Convegno della SEOM di León, con il titolo di Cuentos de médicos.
Non aveva più copie di quella raccolta, Antonio Duque, sì da potermene fare dono. Poté donarmi invece Cuentos de médicos 2 (Convegno della SEOM di Sitges, Ed. Ergon 1999), testimonianza che quell’iniziativa non si era fermata, anche se non tutti i medici che avevano contribuito a formare la prima raccolta avevano voluto o potuto dare un loro nuovo racconto per la seconda. Il dono era accompagnato da questa bella e semplice dedica:”…., este libro que es fruto de la buena voluntad de unos cuantos médicos que creen que el humanismo no debe perderse”.
Quei racconti li lessi a Valencina e mi parvero, quale più quale meno, interessanti, ben scritti, dilettevoli nel senso  più alto della parola: nati cioè dal piacere di scrivere per costruirsi un sia pur piccolo spazio di libertà immaginativa ad arginare la fatica e l’impegno che richiede il contatto quotidiano con la malattia, il dolore, la morte.
E tuttavia, sin dalla prima lettura, il racconto di Murillo Capitán – non me ne vogliano gli altri autori – mi colpì, tra tutti, in modo strano. Non so dire se quella immediata predilezione nascesse dalla intrinseca qualità letteraria del testo, o dal fatto che i due fratelli, Alejandro e Antonio, me lo avessero indicato già, anticipatamente, come degno di particolare attenzione; o, ancora, che la percezione soggettiva fosse acuita dal vivere, in quei giorni a Valencina, immerso nella fluida sensualità della luce, degli odori, dei colori andalusi, meglio, sivigliani; certo è che quel racconto ha finito per andare a fissarsi in quella parte di me che chiamerei la mia memoria insonne.
Al rientro da quel soggiorno, spesso ho riletto il racconto dei gelsomini, l’ho letto ad altri in una lingua orale, ne progettai la traduzione, tant’è che già nel dicembre del 1999, l’autore – da me informato dell’intenzione – mi scrisse una breve lettera in cui mi chiedeva, se possibile, che anche nel testo tradotto circolasse “un’aria anacronistica, dell’inizio del XX secolo, in cui tanti anni trascorsi [erano] identificati con nomi desueti quali ‘wagón’ invece di ‘vagón’, ‘alcoba’, ‘recibidor’, ‘descalzadora’, ‘fluido eléctrico’, ‘azafate’ ”. Il biglietto era accompagnato da un foglio contenente una piccola parte del racconto che, per un involontario disguido tipografico, mancava nel testo stampato in Spagna (da “Si levava una gazzarra di uccelli eccitati…” a “… – Grazie, Micaela, faccio da sola. Lei piuttosto prepari la terrazza”).
Come spesso accade, malauguratamente, tra un progetto e la sua realizzazione passa del tempo; per una volta almeno, questo lungo intervallo è stato positivo. Lessi il racconto, come molte altre volte avevo fatto, traducendolo all’impronta, a Diego De Silva: gli piacque tanto da propormi di tradurlo ‘a quattro mani’. De Silva non conosce lo spagnolo, per cui ha finito per verificarsi, nel lavoro in tandem, la stessa condizione che, credo, debbano aver sperimentato Margherita Dalmàti e Nelo Risi quando hanno tradotto le Settantacinque poesie di Constantinos Kavafis. Lo stesso Risi ce ne informa in un nota, che accompagna la sua prefazione, dove scrive di un ‘veggente’ che traduce un testo da una lingua che conosce per un ‘cieco’ che non è in grado di leggere l’originale.

Lezione sui gelsomini che ora il lettore ha tra le mani è il faticoso ed emozionante risultato di un incontro di tre voci: quella indiscutibile, immutabile, di Murillo Capitán e quella di De Silva, in pericoloso falsetto, oscillante tra la sua propria e la mia, suggerente, consigliante;  sorvegliante, nei limiti del possibile, che non venisse mai meno il solidario patto iniziale: di essere rispettosi del modello, di rimanere, umilmente e sempre nei limiti del possibile, nel cono d’ombra della scrittura originale.

 

Lezione sui Gelsomini

 

Il dodici di giugno del 1909 fu il giorno intorno al quale, ora lo vedo, andò intessendosi la mia vita. Può sembrare strano che dopo tanti anni il ricordo di quel giorno mi appaia così chiaro.
Avevo quattro anni, quasi cinque. Fin dal primo mattino avevo capito che non era un giorno normale; tutto aveva assunto una coloritura stranamente particolare. E, di riflesso, mi sembrò che neppure i giorni immediatamente precedenti fossero stati normali. Mia sorella piccola era stata malata e fu quello, forse, a turbare i tempi e le abitudini di casa.
Era venuto zio Perico, il medico. Io lo adoravo. Mi lasciava giocare con la sua valigetta e io l’aprivo e la chiudevo per sentire il mantice di cuoio nuovo piegarsi e dispiegarsi e l’aroma emanato dal fondo, e lo schiocco netto, secco, metallico della serratura. Quel giorno mi permise di svuotarla e di tirare fuori quel mondo di oggetti diversi, luccicanti, di amuleti misteriosi sui quali dovette forse fondarsi la leggenda della sua reputazione di medico miracoloso. Mi lasciò poggiare sul lungo tavolo del salone le scatole nichelate, di diverso formato, dov’erano riposte le siringhe, le pinze, le forbici curve e quelle diritte, i vasetti di laudano, le scatole di latta colorata con le pomate di calomelano, il martelletto di gomma, lo stetoscopio …; con tutte quelle cose feci un lungo treno con locomotrice e vagoni.
Zio Perico mi aveva fatto da padrino e io portavo il suo nome; forse per questo ho voluto essere come lui. Lo preferivo a chiunque altro, anche a mio padre, e credo che anche lui preferisse me. Come feci a capirlo a quell’età, e come presi coscienza che da me poteva dipendere quel rapporto privilegiato, non lo so. Ma ora mi è chiaro che quel pensiero lo avevo già in testa mentre facevo finta di giocare con quegli arnesi che odoravano di alcohol canforato e di acido fenico.
Lui veniva con la sua carrozza trainata da mule, il calesse, che lasciava all’ingresso del giardino. Si levava una gazzarra di uccelli eccitati dallo stridere dei cardini del grande cancello che dava sulla strada e non veniva aperto quasi mai. Le mule avevano un nome, Garduña e Micaela. Quel giorno aveva portato Micaela. Zio Perico aveva folti baffi, fra il rosso e il bianco, attorcigliati all’insù, sempre vestito di scuro, e di solito portava un papillon di nastro azzurro a pois piccoli e bianchi oppure uno rigido e nero, che non si scioglieva e si abbottonava dietro, sotto il collo della camicia.
La valigetta era rigonfia e bombata molto più sotto che sopra, nel punto in cui si chiudeva, tanto che vista di lato sembrava la custodia di un piccolo violino.
Quei giorni venne spesso a casa e si trattenne con me più del solito, quasi fino a sera. Lui solo guardava come giocavo. Tutto un pomeriggio con lui, silenzioso, lungo e solitario. Mi guardava come se stesse quieto dietro una finestra a guardare un fiume che scorre. Quel pomeriggio doveva essere l’undici di giugno, o il dieci, o forse il nove, o tutt’e tre insieme.
Mi mandarono a letto più tardi, che era quasi notte. La mia stanza da letto era di sopra e non sentii quasi alcun rumore dal patio o dal ballatoio e nemmeno dalle stanze sottostanti, nonostante la mia finestra fosse aperta per il  caldo. Allora mi ricordai che non avevo udito il canto del canarino e che la gabbia era rimasta coperta dal panno per tutto il giorno. E pensai che lo avevano costretto ad andarsene a letto molto prima di me, e forse non lo avevano nemmeno svegliato da un giorno all’altro.
Micaela, la serva (per lei zio Perico aveva chiamato così la mula, senza che nessuna delle Micaele lo sospettasse), si avvicinò a mamma con la faccia compunta.
– Signorina, sono le sei. Il fotografo viene alle sette. Vuole che l’aiuti?
– Grazie Micaela, faccio da sola. Lei piuttosto prepari la terrazza.
Mamma si avvicinò al tavolo e spinse l’ultimo vagone verso la macchina locomotrice perché si muovesse la lunga fila eterogenea dagli instabili incastri. Fece uno zigzag lento e incoerente e la spinta non raggiunse la scatola più grande che faceva da locomotrice.
– Signori viaggiatori, in carrozza, signori viaggiatori, in carrozza, chuff, chuff, chuff. Oh, oh, ha deragliato.
Zio Perico riparò il guasto allineando con le mani i vagoni e abbracciò sua sorella. Si erano sempre molto amati. Ricordo che dissi:
– T’aiuto io, mamma?
– Sì, ninno, sì, vieni. Vieni che vestiamo la sorellina.
E mi portò per mano verso la sua alcova che si trovava dall’altro lato del patio, sorridendo. E allora prese sua figlia dalla culla e la portò nella stanza da bagno grande, quello accanto all’alcova. Si sedette sul panchetto e sistemandosi sulle ginocchia un asciugamani piegato in quattro vi distese mia sorella e cominciò a spogliarla e a coccolarla. La strofinò accuratamente con un guanto nuovo, di cotone arricciato imbevuto di colonia, la asciugò, le incipriò le pieghe del corpo con Poudre-Blanch Saint Jacques, di Parigi, la vestì con abitini di filo e la pettinò. Solo allora la sollevò e l’abbracciò in silenzio. Mia madre era di poche parole e forse distante.
Micaela, dalla porta, interruppe quell’abbraccio.
– Si può? Signorina, vuole che l’aiuti? L’aiuto?
– Le ho detto di no, Micaela, grazie. Lasci stare.
Chiese se avevano portato in terrazza il sofà di vimini del patio e le piante di azalea e di aspidistra.
– Signorina, lo butto il fumo profumato nella colombaia?
– Sì, ma non me le spaventi. E vada a vedere che vuole don Pedro, è giù nel salone, vada a vedere se ha bisogno di qualcosa, e gli offra una limonata.
La mamma andò verso la porta della stanza da letto e sciolse i lacci della tenda. L’aria dell’alcova ristagnò e si levarono gli odori sedimentati di adulto. La mamma aveva disteso sua figlia sul letto. Aprì una scatolina nuova di rossetto e glielo distese dolcemente sulle guance, sulle labbra, sul bordo sottile delle orecchie e le lasciò cadere una piccola goccia di glicerina tra le palpebre.
Io me ne stavo in silenzio mentre mia madre continuava a contemplare mia sorella. Mi venne in mente che forse zio Perico stava bevendo una limonata e me ne andai.
Quando Micaela avvisò che era arrivato il signor Grau Roselló,  il fotografo, mia madre uscì dalla stanza da letto con sua figlia in braccio, con lo stesso elegante abito nero che portava quel giorno, adorna di una lunga collana a due giri, di perle vere, con il bracciale di promessa sposa e la spilla grande. E salì sulla terrazza per la foto ricordo.
Lassù c’era ancora luce, perché i pomeriggi erano ormai lunghi e si protraevano tra i tetti quando nelle stanze di sotto era già stata accesa la corrente elettrica.
Non osai seguirla perché mi era proibito salire le scale e rimasi al piano ad aspettarla, ai piedi del gelsomino.
Quando scese, dopo un po’, lo fece molto lentamente, poggiando tutti e due i piedi scalino dopo scalino. Non mi disse niente. Io la vedevo bellissima, bellissima e pallida. Allora attraversò la casa e ripose sua figlia nella bara che stava al centro dell’ingresso.
Non ho mai più parlato con mia madre di quei giorni del giugno del 1909. Né con nessun altro. Una sera – ero ancora un bambino e mamma non aveva ancora perso la testa – Micaela mi disse:
– Ninno, ti ricordi Isabelita?
– Quale Isabelita? – mentii.
Lasciai che mi raccontasse di quando ero più piccolo e avevo una sorella che era morta, che era molto bella e che io, quel giorno, avevo colto dei gelsomini per lei e con molta cura gliene avevo messo un mucchietto sul petto quando già era nella cassa.
– Non ti ricordi, ninno?
Quel gelsomino c’è ancora. Quando comincia il caldo il suo odore riempie il patio e le stanze vicine, verso sera. Dopo tanto tempo il suo odore mi è diventato un po’ più sopportabile, ma mia madre trasformò quell’aroma in un silenzioso, impazzito lamento che rinverdiva ad ogni crepuscolo e che durò per tutti gli anni che ancora visse.
– Ninno, ninno, vuoi cogliere con me i gelsomini per la sorellina?
Mi porse la piccola guantiera ricoperta con una tovaglietta bianca e cominciò a parlare, a parlare di gelsomini, come non fosse stata con me, mentre le sue dita aleggiavano tra i fiori.
– … Si devono cogliere soltanto i più pieni, ma che siano ancora ben chiusi, quelli che lasciano intravedere che s’apriranno lungo quella vena violacea e poi li devi distendere, non ammucchiarli, su un vassoietto pulito. Capito?
E mi lasciava cadere addosso una pioggerella di gelsomini.
– … Attento però a non toccarli molto con le mani, perché sono sensibili al sudore e appassiscono e si riempiono di macchie marroni. Un fazzoletto bianco inumidito è la cosa migliore, li mantiene tersi e ne imprigiona l’odore.
Di tanto in tanto, quando ne aveva accumulati molti nel cuore della mano, si accoccolava di fronte a me e la svuotava nella guantiera. A quell’altezza io vedevo i suoi occhi azzurri, luminosi, e il suo volto pallido. E il suo collo lungo, con la collana di perle. Ero consapevole, davvero, di quella fortuna che m’era toccata in sorte, di avere una madre così bella …
– … I primi gelsomini e quelli di fine autunno sono più piccoli e di odore più acido. Quelli dell’estate profumano così intensamente e si diffonde tanto il loro odore … Con il caldo il loro aroma riempie ogni cosa ma questo sforzo uccide la loro grazia …
Mentre mi parlava così tutte le sere di tutti gli anni io guardavo quelle mani ogni giorno più insicure, incapaci di distinguere i gelsomini che si sarebbero aperti quel giorno. Mani che mai più tornarono ad accarezzare.
Sono molti anni che mia madre è morta. Ho provato appena dolore per la sua morte.
Quello stesso giorno aprii i cassetti della sua toeletta dove custodiva le sue cose più intime per cercare quella fotografia. Era separata dal resto, in una busta a parte, sulla quale, di mano sua, aveva scritto: Isabella morta. 12 di giugno del 1909. Riconobbi quella fotografia che non avevo mai visto,  come se l’avessi sempre avuta davanti agli occhi. E fu così che credetti di aver vinto il tempo.
Ora che sono molto vecchio vedo che tutta la mia infanzia, e tutta la mia vita, sono appena quel ritratto che continua ad apparirmi, seppure il tempo lo abbia reso sfocato e pallido, il ritratto di una bambina viva fra le braccia di una morta.

Enrique Murillo Capitán

Titolo originale: “Lección sobre jazmines” in Cuentos de Médicos 2, Madrid, Ediciones Ergon, 1999. Traduzione di Giuseppe Gentile e Diego De Silva.

 

La misura breve di un’intera vita, di Diego De Silva.

Sempre più spesso mi trovo a pensare che la mia vita, le cose che mi sono accadute e mi accadono, le persone che mi hanno lasciato il loro nome addosso, i libri che ho letto, gli studi che ho fatto, la musica che ho preferito e suonato, le passioni sposate e lasciate ai primi fallimenti, gli anni buttati o ben spesi (ma anche quelli sprecati avevano una bellezza che non ho saputo vedere), le scelte che ho creduto di compiere (perché non si sceglie mai veramente), tutto quanto si racchiude in quel guscio di comodo che è il nome che porto non sia altro che la derivazione, il portato logico e conseguente di un fatto minimo, e non necessariamente decisivo o traumatico, capitato a me direttamente o anche soltanto nei miei dintorni quando ho cominciato a connettere i pezzi di realtà a mio modo.
Sarà stato uno sguardo, un pezzo di frase, una parola mancata, un dolore scolpito sulle labbra increspate di qualcuno a cui volevo bene che non avrebbe mai voluto tradirsi davanti agli altri, un no, una vergogna, un segreto che non si rivelerebbe mai a nessuno anche se non ci è stato chiesto di tenerlo, una modificazione minuscola della realtà che nell’istante in cui si svelava ai miei occhi mi diceva senza equivoci chi ero, come funzionavo e dove mi guastavo, che cosa mi faceva male e mi avrebbe sempre ferito, con quali debolezze e quali aspettative avrei reagito al seguito che mi aspettava, e quali donne avrei cercato, quali errori avrei ripetuto sempre, di cosa avrei avuto sempre paura e da cosa non avrei mai imparato a difendermi.
Non sono così difficile. Consisto, come chiunque altro, nelle cose che mi mancano. I miei quarant’anni potrebbero stare benissimo in qualche breve frase.
Provate a raccontare la vostra vita, magari quando restate soli, con il silenzio intorno, cercando di essere quanto più sinceri vi riesce e sottraendovi alla tentazione naturale del curriculum: non vi ci vorrà molto.
Siete – siamo – poco. Anche se questa scoperta ci destabilizza; perché preferiamo pensarci come libri difficili da tradurre.
In fondo, abbiamo un copione che recitiamo tutti i giorni, ed è quello che ci tiene in piedi, che ci permette di avanzare in qualche modo e difenderci, facendo passare l’idea (un messaggio pubblicitario, nient’altro che quello) che siamo entità complesse, impegnative da conoscere e rappresentare. E non è un caso che quel copione lo stracciamo volentieri quando siamo nell’amore. In quel mondo non abbiamo nessuna voglia di sembrare, diventiamo pura voglia di essere. La nostra opinione non ci interessa così tanto, parliamo sottovoce e finalmente stiamo a sentire. Il rumore ci stanca. Abbassiamo la guardia e diventiamo freddolosi e deboli. E ci tornano in mente piccole cose, un giocattolo, un pedale di bicicletta, un paio di pattini che forse conserviamo ancora da qualche parte, e ci accorgiamo di non essere mai veramente cambiati.

Lezione sui gelsomini racconta il ritrovamento di una fotografia. Le poche pagine che lo compongono sono gli antefatti, elementari e discreti, della riappropriazione di un’immagine antica che contiene la misura breve di un’intera vita. Ed è imbarazzante – ma di un imbarazzo pacificato, privo di rancore – l’effetto di persuasione che viene da una scoperta del genere.
L’autore scrive con il pudore contenuto della sincerità. Dice: Io sono questa cosa. Arrivo da qui a lì. Non ho nulla di veramente importante da aggiungere al poco che significo. Io sono il bambino nel giorno in cui ha incontrato la morte per la prima volta. Sono quello che l’ha sentita come un mutamento del clima, un’anomalia delle cose, una lentezza. L’ho capita – anche se non sapevo nemmeno che cosa fosse – nel garbo reticente con cui i miei parenti mi stavano intorno perché non sapessi, perché quella conoscenza fosse rinviata o (in qualche modo che neanche loro avevano progettato) ritrattata. Io l’ho vista, sì, forse l’ho perfino vista, nella spaventosa eleganza di mia madre. Ricordo ogni cosa, ogni suono, ogni fotogramma, ogni odore di quella giornata.
Sento ancora i gelsomini. Li annuso mentre cadono, sbriciolandosi, dalle mani di mia madre. Una per una riascolto le sue istruzioni e ancora le ripeto sulle labbra.
Non ho imparato molto altro. Non ho imparato niente di altrettanto importante. Tutta la mia vita è questa poca cosa, intatta sotto la polvere. Per mostrarla a chi la vuol vedere mi sporco, vi traccio serpenti incantati con le dita.
Poi, con una falciata della mia mano aperta, cancello.
E rimango a guardarla.

29 settembre – 4 ottobre 2004

a Geppino, con amicizia

 

Enrique Murillo Capitán è nato a Siviglia nel 1942. Medico e oncologo, ha coperto per anni diversi incarichi professionali (Presidente della Società Andalusa di Cancerologia, Direttore medico del Centro Regionale di Oncologia). Nel 1962, con il racconto “8 gennaio: ritorno“, ha vinto il Premio Nazionale Universitario “Santa Maria del Buen Aire”. Nel 2003, con “Lezione sui Gelsomini“, ha vinto il premio San Lucas.

 

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