Franco Ferrara

 

V

 

forse, ancora la circostanza: la vipera,

l’anguilla meridiana, il coltello, la faina

   nello zodiaco

e sempre

nell’ansia di questa grata

   (fittissima)

e nel fruscio delle acque nel cuore

del cristallo

(e poi: nella neve è forse più semplice

stanare la foglia bianchissima), anche

   rabbrividendo sotto la pelle elettrica

delle lampade

nell’alluvione di farfalle piumose (e con parole

assiepate per la statura minima

della teca ove riporre l’idioma coagulato

dei sogni ventriloqui e la polpa azzurra

   delle comete)

e la sorpresa per la risacca ustoria

dei millepiedi nel fumo affollato

delle acetilene

sopra la retina.

 

Certo: sorprende questo turchino manufatto

capogiro d’un osso residuo

in trucioli di malva

e la punta finissima d’un mignolo iodato

a tentare lo scacco proprio nella strettoia del silenzio

e nella reticenza degli attigui universi.

 

Eppure tracciammo mappe e sortilegi

e fiutammo antichissime vie nell’anello

dei tronchi;

e il luogo, dopotutto; e la presenza

d’un estrema infermità nell’osso calcinato

sulla carcassa dei fiumi;

o è questa, forse

la condizione necessaria ai lembi

   della ferita;

e sempre da questo lato della coscienza

ove il tempo s’assiepa proprio in un tratto

    circolare

anche nel rischio di dissolversi

negli occhi gialli del midollo d’un viaggio

     senza orientamento

(o nel ventre riarso d’una ghirba in sospensione

   cardiaca e nel fogliame del medesimo

 ovunque

e sempre ripercorrendolo il disperato esercito

delle sabbie

   per finire nella scacchiera della tempia

del medesimo luogo, stipato

e sempre più dentro a un tempo infinitesimo

   – sebbene il parere degli orologi sancisca

un lanceolato scalfire degli annali –

:come nell’era delle onde boscose

   al confine dell’improrogabile mossa

e la necessità, comunque),

di là della grata;

   o, forse

ancora la misura dell’equivoco

la compiacenza del tarlo

la gogna del reticolo, il forcipe

     nel grembo del silenzio;

il luogo erratico che la pietra eternamente

    trattiene.

 

In questo è forse l’astuzia geometrica

dell’altrove;

il transito necessario per la trasgressione

    del nucleo radiante

e questo vizio di resine

e pollini ed erbe propizie, forse:

l’implicazione necessaria per l’alleanza

       di veglia e sonno;

o il tempo: sebbene,

dopotutto:

    (come la sabbia) questo adunco lunario

  il silenzio

      attraversa

nello stupore bianchissimo

della foglia.

 

F. Ferrara, La trasgressione del silenzio, Edizioni Terzo Millennio 1985. Con una nota di Rubina Giorgi.

 

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