Christine Lavant, La Marmocchietta del diavolo, La Grande Illusion 2019.

“Dov’è la mia porzione di luce, Signore?”

Tra il 1945 e il 1949, quando presumibilmente scrive la Marmocchietta del diavolo, Christine Lavant, ha già alle spalle un’infanzia e una giovinezza di privazioni e di malattia. Per ragioni geografiche e anche a causa dei ripetuti ricoveri, ha vissuto in grande solitudine, il suo villaggio nella valle della Lavant è diventato per lei una sorta di convento di clausura in cui risuonano di continuo formule religiose, riti minacciosi, fustigazioni morali racchiuse nelle storie dei santi, paure ereditate di generazione in generazione, tutte cose che si riverberano nei suoi scritti. Anche le prime e più importanti passioni letterarie sono già state assimilate: Knut Hamsun, per primo, e poi Dostoewskij e infine, negli anni trenta, Rilke per citare quelli che la Lavant considera gli autori per lei più significativi. Come gli altri racconti della Lavant anche la Marmocchietta del diavolo non si sviluppa in orizzontale, ma cresce in profondità. Scava nell’anima dei personaggi e la mette a nudo con le sue storture, i punti ciechi, là dove Dio è assente e imperversano le passioni umane.

Dalla nota di Anna Ruchat.

C. Lavant, La marmocchietta del diavolo, La Grande Illusion 2019. Traduzione di Anna Ruchat.

Titolo originale: Das Wechselbälgchen, Wallstein Verlag 2012.

Christine Lavant (1915-1973) nacque nel borgo di Großedling nella Valle della Lavant, in Carinzia, nona figlia di un povero minatore. Successivamente adottò il nome della vallata come pseudonimo. È stata una poetessa e scrittrice austriaca.

 

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