Eliana Petrizzi

Sfogliando in libreria vecchi cataloghi di mostre mi imbatto per la prima volta nel segno di Eliana. Qualche tempo dopo invece, mi capita tra le mani il suo libro di racconti e infine mi ritrovo casualmente ad una sua mostra al Marte di Cava dè Tirreni. L’incontro reale è però ancora rimandato. Intanto inizio a leggere il suo libro. Dopo averla contattata, la raggiungo in una bella giornata di primavera a casa sua, in provincia di Avellino. Eliana è accogliente e generosa nel parlare di sé. Ci fa compagnia Sgorby, il suo piccione domestico, che all’inizio è nervoso e non gradisce troppo l’intruso ma col passare dei minuti si tranquillizza permettendoci di iniziare la nostra conversazione.

 

 

Prima di parlare di pittura vorrei mi raccontassi de “La vita spiata”, il libro che hai pubblicato qualche anno fa.  

Io scrivo da sempre parallelamente alla pittura, perché ci sono cose che possono essere dette solo attraverso la figurazione e altre attraverso la scrittura quindi, nell’impossibilità di unire le due cose, le pratico entrambe. Nella scrittura mi metto più a nudo da un punto di vista personale. Lo faccio però con fatica perché è un atto di coraggio, la scrittura è un atto più duro. La pittura invece nasconde di più, almeno nel mio caso, perché ricorre a simboli archetipici dietro i quali ti puoi nascondere, simboli che sono per tutti ed in cui un’occhio medio coglie sentimenti più partecipati. Nella scrittura invece, non mi nascondo, sono particolarmente auto-impudica. Mi aiuta a liberarmi delle cose, a superarle; la uso anche per questo e cosi facendo offro anche agli altri la possibilità di ritrovare qualcosa di personale nelle vicende narrate. Scavo molto nel personale, sul dato biografico, cosa che non faccio nella pittura dove cerco di raccontare delle atmosfere mentali emotive, dove tutto è molto più rarefatto, molto meno individuato.

 

 

Come è nato il libro e di cosa parla?

“La vita spiata“ non è nato da me. Io avevo un contatto epistolare web con Pino Aprile, che seguiva la mia scrittura da tempo e mi ha invogliato a farne un libro, presentandomi ad una casa editrice che pubblicava una collana di autori del Sud. Grazie a lui l’ho realizzato, è stato un suo progetto, lui ha scelto i racconti e il filo che li lega. Da sola non l’avrei mai fatto. Sono 28 ritratti di uomini e donne differenti che vivono il lato grigio della vita di provincia. In realtà il soggetto è sempre un po’ la stessa persona che nei vari racconti può avere sesso e visione differenti, ma ciò che non cambia è l’atmosfera grigia che racconta una provincia dell’anima, l’incapacità di apertura che non consente di riconoscere il bene e il positivo nell’altro, la mancanza di coraggio di essere ciò che si è veramente. In fondo, il provincialismo può essere sintetizzato come il voler sembrare sempre completamente diversi da come si è realmente. È un libro malinconico che racconta vicende amare, ma lascia sempre un’apertura. In parte è una scrittura che somiglia ai miei quadri, cioè piuttosto inquietante, e rimanda a un orizzonte non completamente rivelato ma che bisogna saper cogliere, dove però non c’è mai qualcosa che non contempla una speranza.

 

 

Parliamo adesso della pittura.

Ho iniziato a dipingere da bambina grazie al fatto di avere genitori che amavano l’arte. Dipingo volti e paesaggi, che poi sono per me la stessa cosa, perché i volti non sono né individuati né sessuati, sono paesaggi con lineamenti umani e allo stesso modo i paesaggi sono delle condizioni psicologiche, sono veri corpi. Se devo dipingere uno stato d’animo malinconico preferisco dipingere un paesaggio che ricorda un’espressione, anche perché in un viso, essendo più statico, tu individui sempre qualcosa che conosci chiaramente e quando chiami le cose con esattezza esse muoiono, perché il loro potere di evocazione si spegne, mentre il paesaggio ha una possibilità di lettura simbolica molto vasta. Quello che cerco di fare in pittura, poiché ho una forte vocazione figurativa, fiamminga, è sottrarre, dire silenziando. È quello che faccio quando creo rarefazioni, brume, per dare modo di riconoscere le cose nell’evanescenza.

Vengo da una pittura molto attenta al colore e al dettaglio, ma negli ultimi quindici anni ho iniziato un lavoro più complicato per rinunciare alla vanità, e cosi faccio certe cose per far vedere che non so dipingere più, perché il pittore che sa dipingere cerca sempre di far vedere che sa dipingere; io tolgo quanto più è possibile, lascio solo quello che serve al significato, cerco di combattere la vanità della tecnica. Non si tratta di andare verso l’astrazione ma verso una liquefazione, cosa che per me rappresenta un progresso. L’immagine che descrive troppo dice poco, quando smetti di descrivere, il potere evocativo della forma si potenzia e con esso anche la sua risonanza simbolica, le sue chiavi di letture. Cerco di raccontare dei sentimenti in una sorta di silenzio visivo. Questa liquefazione forse ha a che fare anche con il fatto che le cose che ho imparato e che ho fatto sono sempre avvenute per il venire meno di qualcuno. In forma di lutto, di delusione, di distacco. Mi sento molto vicina a tutto ciò che racconta la ferita, la lacuna, il memento mori che è qualcosa che torna molto nella mia pittura.

 

 

C’è però una forte componente classica nella tua pittura. Qual è il motivo di questa scelta?

La mia è una memoria classica della figura, vengo da una formazione rinascimentale. Quello che trovo nell’arte classica è questa raggiunta aspirazione all’ideale, questo senso di unità profonda che c’era tra la storia, la natura, tra il senso dell’umano e la possibilità di conoscenza attraverso tutte le discipline. Insomma, una visione unitaria e ottimistica delle cose a cui si aggiunge un senso di bellezza innegabile. Così, anche se si vuole raccontare un dramma deturpando la forma classica, è necessario per me lasciare sempre leggibile quella forma. È la porta per una speranza. Certo sono un’artista del mio tempo, però non sono un’artista contemporanea nel senso che non mi riconosco nel linguaggio artistico contemporaneo.

Quando nell’ottocento, con il romanticismo, l’artista ha smesso di rivolgere lo sguardo al mondo e lo ha rivolto dentro di sé, finendo sicuramente per conoscersi con un progresso innegabile, si è però creata una disgregazione violenta del suo rapporto con il mondo, per cui quello che oggi fa l’arte contemporanea è raccontare sempre questa disgregazione, questa mancanza di orientamento, di centro, di senso e di speranza. Quando vedo certe mostre ho un attacco di vuoto, non provo né emozioni intellettuali né sensibili dal punto di vista estetico. Sarà forse un mio limite, ma lo trovo molto condiviso. Poi c’è anche il fatto che la democratizzazione dell’arte iniziata con Duchamp, se da un lato ha dato a tutti la possibilità di esprimersi, dall’altro ha creato una frammentazione nella qualità e degli arbitri terrificanti per cui oggi è difficile capire chi è artista e chi non lo è. Prima lo decideva il tempo, la storia, quello che rimaneva nei posteri, oggi lo decidono altri meccanismi che dipendono dal mercato, dai curatori, dalle grosse istituzioni che promuovono arte e dalle quali io sono completamente fuori, essendo un’artista molto piccola.

 

 

Che ruolo ha l’artista nella società?

L’artista ha una responsabilità enorme e in fondo non ha grandi meriti, è una specie di medium. Forse a volte ha una sensibilità maggiore attraverso cui passano, da altre fonti,  delle cose che l’artista trasforma e deve dare agli altri, per cui ha questa responsabilità, deve parlare di sé fino a un certo punto, anche perché non si può non parlare di sé. Bisogna fare un lavoro onesto, quando una cosa non va bene deve essere distrutta, non la si può dare agli altri. La responsabilità è di fare il meglio possibile per presentarlo agli altri. E anche i contenuti che veicola sono importanti. Per me raccontare il brutto, raccontare la violenza o le cose che non funzionano è superfluo; non deve farlo l’artista, per questo c’è la cronaca, c’è il reportage. L’artista deve prospettare soluzioni possibili che possono essere di tipo intellettuale, religioso, estetico, deve confortare, come una grande madre, deve proteggere, certo anche mostrando le cose brutte, ma deve riportare alla memoria la possibilità che c’è sempre dell’unitario, della ricomposizione, dell’armonia. Pensa a come era costruita la città rinascimentale, a livello urbanistico, con il suo centro e le sue diramazioni, con un grande equilibrio dove tutto convergeva. Anche la città era il ritratto di una visione unitaria del mondo. Oggi le città hanno un centro?

 

 

Hai rinunciato da tempo a vivere in una grande città. Descrivimi la tua giornata tipo nel luogo in cui vivi.

In passato ho provato a vivere in grandi città rendendomi presto conto che la vita della metropoli non fa per me a livello umano. Sono una persona campestre, amo una vita lenta e mi piace anche privarmi di cose che potrebbero servirmi, in questo modo mi relaziono a un’insoddisfazione che mi spinge sempre a fare meglio. Dipingo circa otto ore al giorno, almeno durante il periodo invernale, ascoltando musica medievale e rinascimentale. In estate lavoro meno perché, amando la natura, vivo molto all’aperto. Dipingo al mattino e il pomeriggio vado in bici. Lo sport, il ciclismo in particolare, è un modo diverso di stare negli spazi aperti e fare foto. Poi la bici da corsa rappresenta una metafora perfetta per affrontare le difficoltà della vita perché è un mezzo leggero, pericoloso, elastico e veloce e ti aiuta ad esercitare la prontezza di riflessi, la resistenza alla fatica e l’abitudine al sacrificio, fortificandoti molto dal punto di vista caratteriale. È anche una palestra psicologica.

Cerco di viaggiare appena possibile. In passato ho viaggiato spesso da sola in varie parti del mondo. Mi ha aiutato a comprendere che l’uomo, quando dirige le sue forze e la sua intelligenza verso il bene, è in grado di realizzare cose meravigliose. Cerco di orientarmi verso cose appaganti, come può essere appagante il processo mentale che mi porta a realizzare un quadro. Un quadro in fondo non è altro che un residuo, il precipitato di una soluzione. Una volta finito lo metto faccia al muro, sperando che vada via presto. Se non lo vendo o non lo do a nessuno, lo fotografo e poi lo distruggo.

 

A cura di Mauro Leone.

 

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