Jan Zabrana

“Ho infine maturato la certezza che è possibile correre tutti i rischi della libertà, ma che quello della sua assenza non è sopportabile. Io non sopporto più questa situazione. Non scrivo più. E, ciò che è peggio, non lo faccio neppure per me stesso. A volte, soltanto, leggo quel che scrivono – questi giovincelli e questi stronzi eternamente vecchi. Satiram scribere, come sarebbe facile, sui loro poveri vomiti. Ma non ne posso più.”

“Anche loro hanno imparato qualcosa. Nel loro interesse, ovviamente. Nel 1950 impiccavano la gente, ed è una cosa che non si può dimenticare, che si porteranno sempre dietro, che chiunque avrebbe potuto sbattergli in faccia, nel 1968 – qualcosa che non potevano liquidare con un gesto stizzito rispedendolo al reparto degli errori trascurabili, insignificanti, ridicoli. Oggi liquidano la gente amministrativamente – precipitandoti in un bisogno materiale cronico o licenziandoti dal lavoro ogni volta che ne trovi uno. Così basta qualche anno per consumare un uomo, schiacciarlo, abbatterlo definitivamente. Eppure, non gli è successo niente. Se un bel giorno qualcuno li accusasse soltanto di averlo cacciato dal lavoro in modo illecito, sarebbe ridicolo.”

“A volte mi sento solo, in mezzo a giovani di vent’anni che non sanno niente e non vogliono sapere niente. Solo con la mia memoria straordinariamente viva di omicidi, tradimenti, vigliaccherie, della solitudine e del silenzio glaciale degli anni ’50, da cui non mi sono mai riavuto, ipnotizzato ancora oggi come davanti a un serpente. Ma mi sento solo anche con il ricordo della speranza vissuta nel corso di questi anni, mai formulata, che si riferiva a ciò che avevo di fronte a me, una speranza che non ho più e non avrò più. Soltanto in seguito ho capito che il valore della speranza (quella che si prova in un certo momento della nostra vita) consisteva nella speranza stessa, nell’averla provata, e che non aveva alcuna importanza se quella speranza si fosse realizzata concretamente oppure no.”

“Che si cerchi senza sosta di ridurci a capi di bestiame, a bruti non-pensanti, incapaci di confrontare, valutare – bruti che mai oserebbero chiedere perché le cose debbano essere così e non altrimenti, che si rassegnano in silenzio e senza protestare a dire che il nero è bianco e il bianco è nero – ecco il fondamento del mio conflitto con loro, quel che non accetterò, a cui non mi rassegnerò mai. E da questo punto di vista, sono più chiuso a ogni compromesso e più ostile di quanto non fossi venticinque anni fa. È sorprendente che nulla si sia placato, che nulla sia divenuto indolore, che nulla in me abbia ceduto. Ostilità e intransigenza non hanno smesso di crescere. Abdicare o soltanto addolcirsi di fronte a chi ha come programma la trasformazione della gente in bruti non-pensanti o in campioni della duplicità abietti e corrotti fino in fondo all’anima, la cui vocazione ultima consiste della dissimulazione?”

J. Zabrana, Tutta una vita, duepunti edizioni 2009.

 

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