Marco Giannattasio

Il mio interesse per il lavoro di Marco è nato guardando alcune sue foto. Mi trovavo ad un’asta organizzata per raccogliere fondi da destinare alle associazioni che si occupano dei bambini del Bangladesh. I suoi documenti fotografici erano forti, inquietanti e non potevano lasciare indifferenti. Quando guardiamo oltre il contesto sociale in cui viviamo sono molti gli interrogativi che nascono confrontando realtà diverse.  Ad esempio potremmo chiederci a quale prezzo e a danno di chi conserviamo questi privilegi e se questi sono realmente tali. Tutto ciò che accade lontano da noi e per cui proviamo una certa emozione non sta in realtà iniziando a pervadere anche le nostre vite, le nostre relazioni? Disparità di condizioni e di opportunità lavorative, perdita di diritti acquisiti, povertà materiale e culturale, discriminazione sono temi di cui si discute spesso. Marco spiega che il suo lavoro nasce dalla curiosità di conoscere situazioni estremamente diverse da quelle in cui vive. Un primo e fondamentale passo per innescare tante altre considerazioni e magari ripensare anche le azioni che compiamo e le parole che usiamo, spesso frutto di pregiudizi, per provare a guardare da un’altra angolazione il mondo in cui viviamo.

 

Quando hai iniziato a occuparti di fotografia?

La fotografia è venuta dopo aver abbandonato la mia iniziale passione per la filosofia, alla quale mi sono dedicato in maniera “professionale” fino alla soglia dei 30 anni. Ho studiato a Salerno e subito dopo la Laurea ho vinto una borsa di perfezionamento all’estero che mi ha portato per quasi due anni in Germania. Dopo questa esperienza ho fatto il dottorato, nuovamente  a Salerno. Ho provato ad entrare nel mondo accademico ma presto ho capito che non sarebbe stato possibile e che comunque non era un ambiente particolarmente consono alle mie attitudini.

Inoltre, avendo un’indole poco sedentaria e amando viaggiare decisi, con un amico, di aprire uno studio fotografico e subito dopo dedicarmi al reportage e alla fotografia documentaria. Certo non posso dire di vivere solo facendo reportage e per questo mi occupo anche di fotografia pubblicitaria. Il reportage ha come destinazione la stampa e in un paese in crisi editoriale diventa difficile pubblicare. Ho comunque iniziato occupandomi di tradizioni religiose, partecipando poi a varie mostre realizzate in ambito provinciale.

Qual è stato il tuo primo reportage all’estero?

Grazie ai missionari Saveriani ho avuto l’occasione di andare in Bangladesh. Nel mio primo soggiorno mi sono occupato della condizione dei bambini di strada, i cosiddetti Tokai, e ho approfittato del fatto di essere sul posto per cercare storie meno note, scoprendo così il fenomeno della schiavitù domestica, sul quale ho lavorato nel mio secondo viaggio. Bambini che vengono regalati o venduti a famiglie che li adoperano per tutto ciò che concerne la gestione della casa. Una delle prime bambine che ho fotografato era a servizio di un poliziotto. I poliziotti gestiscono un po’ tutto e non rispondono a nessuno. Sono entrato nelle case di molte famiglie e ho visto bambini con piaghe e segni di torture. Non è molto difficile entrare in queste case. Culturalmente in quel paese non vedono il problema come lo vediamo noi. Tutto ciò che le famiglie danno a questi bambini è il vitto e l’alloggio ma il vero problema è psicologico, perché vivono come oggetti e sono alle dipendenze di tutti, anche degli altri bambini. Non sviluppano mai relazioni umane.

Questi bambini-servi sono gestiti dalle donne della casa. E le donne sono anche le torturatrici.  Quando una  ragazzina diventa grande viene però mandata via perché può diventare oggetto sessuale del marito, sempre che non lo sia già diventata. A volte i bambini si procurano volontariamente dei tagli perché hanno interiorizzato il meccanismo di punizione e lo ripetono autonomamente. Da adolescenti, se sono fortunati, possono andare a servire altre famiglie sperando in una piccola retribuzione. Devi sapere che il Bangladesh è stato il polo industriale dell’occidente per molto tempo e i bambini hanno sempre lavorato. Adesso ci sono leggi per tutelarli ma sui lavori informali c’è solo una policy che sconsiglia ma non vieta.

Tra le varie foto che ho visto prima di conoscerti mi ha colpito molto quella della bambina che sorride a lato di una distesa di immondizia. Dove ti trovavi?

La foto per cui mi hai contattato è stata scattata a Dacca, capitale del Bangladesh. I bambini sorridono spesso perché hanno una grande forza e proprio perché vivono nella povertà estrema sono sempre curiosi ed eccitati dalla presenza di un intruso quale potevo essere io in quel momento.  Oltre a Dacca non ci sono grandi città se si fa eccezione per quelle sulla costa. Questo paese ha vissuto contemporaneamente la rivoluzione industriale e quella digitale senza essere pronto né per l’una né per l’altra. La parte povera è preponderante. Io ho battuto prevalentemente la zona delle stazioni dove si creano sorte di piccoli villaggi ai margini della città. Ci sono baracche da dove i bambini saltano direttamente sui treni per spostarsi.

Di sera queste zone diventano un mondo a parte, tra marginali, tossicodipendenti e bambini che vagano. Nei dintorni ci sono poi delle grandi discariche dove un po’ tutti vanno a riciclare immondizia per poi rivenderla alle aziende. Questo è l’unico lavoro che hanno a disposizione. Vivendo nelle baracche a ridosso dei binari sono moltissimi i bambini che restano mutilati per il passaggio dei treni. Se si finisce in ospedale e non si hanno i soldi per le medicine allora, nel caso, interrompono anche l’operazione a cui si era sottoposti. In una nazione povera tutto diventa privato e quindi è sempre più difficile la sopravvivenza. Inoltre è molto alto il consumo di colla e eroina tra le fasce di popolazione più giovane. Fortunatamente ci sono associazioni che lavorano per fornire loro un minimo di assistenza e i più fortunati vengono accolti in strutture che riescono a farli studiare in un ambiente protetto. Anche i missionari hanno creato e supportano molti di questi rifugi. La difficoltà però è sempre la stessa: una volta create queste strutture è difficile fare in modo che nel tempo vengano gestite autonomamente dagli abitanti del luogo.

In seguito sei stato anche in Nigeria.

Sì. Sono stato in Nigeria con una associazione salernitana. Mi hanno fornito assistenza logistica, vicino al delta del Niger, zona petrolifera della Nigeria. Mi ha colpito molto il fatto che gli abitanti delle zone che ho visitato non avevano alcuna idea di cosa esista oltre i due chilometri da casa loro: per loro il Canada e l’Italia possono anche confinare. In Nigeria ho fatto foto in una sorta di manicomio dove le persone venivano tenute in catene. Pensavo di dover rubare quelle foto invece quando hanno visto il mio interesse me le hanno mostrate con gioia. Socialmente questo stato di cose è accettato. Il manicomio è gestito da un re locale, sciamano e curatore spirituale, nella sua villa coloniale molto grande. I pazienti vengono portati dalle famiglie che li affidano alla sciamano per motivi diversi. È una zona molto cristiana ma c’è un forte sostrato pagano e animista. Alcuni erano incatenati alle mani altri ai piedi.

La villa era estremamente buia. Non hanno energia elettrica e a me capitava di inciampare tra gli ospiti della villa. Case senza energia elettrica in un paese che è tra i primi dieci-dodici produttori di petrolio al mondo! Qui si pratica prevalentemente medicina tradizionale ma viene praticata anche la medicina che conosciamo noi. Il problema è che non ci sono medici. Entrando in questa villa, grazie ad una persona che ha fatto da intermediario, si viene sottoposti a un rito di benvenuto, il rito della cola, un frutto amaro che sa di tabacco e che passa dalle mani dello sciamano fino agli ospiti più vicini per giungere al più lontano, ovvero io. Un pezzo lo mangi subito e una parte la metti in tasca per riportarla a casa. Alla fine sullo stesso oggetto cerimoniale dove è stato servito il frutto lasci il regalo per il padrone di casa.

Quello che mi va di sottolineare è il filo rosso che collega tutti questi paesi:  non hanno più una loro cultura ma una sottocultura occidentale, cioè quella legata allo sfruttamento. Con la sua pervasività, la cultura occidentale, trasforma quella locale in folklore senza più possibilità di sopravvivere. Questi paesi diventano la versione povera e non strutturata culturalmente dell’occidente ma senza rivoluzione francese senza illuminismo, senza filosofia. Gli inglesi, gli olandesi sono andati via soltanto negli anni ’60 del secolo scorso. Il Biafra, zona della Nigeria dove sono stato, era ricco anche culturalmente, con etnie scolarizzate. Quando, poco prima di abbandonare il paese, i colonizzatori hanno scoperto il petrolio, hanno vietato l’accesso alle posizioni politiche agli abitanti delle etnie locali. In Biafra provarono a fare una guerra di indipendenza proprio perché avevano una forte concezione di sé come popolo e volevano utilizzare le risorse del loro suolo.

Insomma le terre ricche di risorse vengono predate e quelle povere lasciate al loro destino. Se vedi le statistiche, tra le popolazioni più povere trovi sempre il Congo che in realtà è una nazione che ha tutto, oro, diamanti, coltan. Fondamentalmente in Africa le nazioni che si stanno riprendendo sono quelle che non hanno risorse, perché non vengono sfruttate dagli occidentali. Naturalmente questi paesi sono attraversati anche da lotte intestine molto violente con gruppi che fanno capo a diverse aree di influenza, sia religiose che politiche.

Qual è la differenza di approccio delle persone alle situazioni di degrado così lontane geograficamente rispetto a quelle che hanno intorno, nei luoghi in cui vivono?

Le due cose secondo me non sono comparabili per quantità e qualità.  Noi siamo nella parte di mondo che può vivere ancora bene. Queste differenze sono fatte in cattiva fede o ignoranza. Ci si emoziona per le cose spiacevoli che sono lontane perché per queste non si avverte responsabilità, la gente non ne sente la puzza.  L’emozione è libera di venire fuori perché non ti senti responsabilizzato. Sotto casa invece la puzza la si sente eccome e si ha paura perché si ha timore della responsabilità che ne dovrebbe scaturire. Diventa faticoso agire, ti devi aprire al dolore dell’altro.

Facendo un’offerta per i bambini del Bangladesh ti senti assolto. Il contatto non diretto, mediato, genera una emozione superficiale e poco impegnativa. Adesso per esempio sto lavorando a un progetto che riguarda il litorale a sud di Salerno. Una zona dove puoi trovare aree in cui si espande una edilizia folle e altre dove un numero sempre più alto di immigrati lavora e vive in contesti particolari.

Cos’è per te la fotografia?

Io penso alla fotografia come a una forma di artigianato. La mia non è una motivazione artistica, non penso che la fotografia sia arte. A me interessa vedere una situazione estremamente diversa da quella in cui vivo, raccontare storie poco conosciute che ti danno la cifra di come possa essere la società o la vita in altri luoghi. Non amo le forme artistiche della fotografia, spesso le trovo delle prese in giro. Per quanto riguarda l’arte in generale io credo che oggi sia diventata più ricca proprio perché storicamente è la più priva di emozione: è un’interrogazione, una riflessione, una forma filosofica di interpretazione e interrogazione, di inquietudine, qualcosa che si apre a tutto tranne che all’emozione. Gli artisti non hanno più intenzione di produrre cose belle, cercano di inquietarti, stimolarti intellettualmente. C’è chi riflette sulla questione della visione o sul tempo, un altro riflette sul rapporto tra paesaggio antropizzato e natura.

Con il suo gesto inaugurale del ‘900 l’arte ha rinunciato all’idea di bellezza, che è sempre stato il suo cardine. Naturalmente è anche aperta a un enorme quantità di inganni. La fotografia documentaria è molto simile al cacciatore e al raccoglitore preistorico, che si muove, non inventa, non predispone, non dispone, l’unica cosa che fa, ed è la magia della fotografia, è raccogliere in un tempo molto breve tutta una serie di elementi che magari a un occhio non allenato sfuggirebbero. La fotografia è una sorta di malattia dell’occhio, cioè il fotografo vede diversamente da come vede un’altra persona. D’altra parte un fotografo guarda sempre come se avesse una macchina fotografica in mano, ed è quello che faccio sempre anche io, anche adesso, mentre stiamo parlando.

 

A cura di Mauro Leone.

 

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