André Breton, Nadja, Einaudi 2007.

“La bellezza sarà convulsa o non sarà”

Nadja è una donna realmente esistita, realmente conosciuta da Breton e, come il personaggio del libro, finita in una clinica psichiatrica. Nadja è l’autorappresentazione femminile di Breton. Nadja è l’incarnazione del surrealismo. Nadja è tutto questo e molto altro ancora: è l’inizio della parola speranza in russo, è un sogno d’amore e di libertà. Soprattutto Nadja è il capolavoro di Breton. La casualità degli avvenimenti, santificata dalle precedenti pratiche di scrittura automatica, è qui esplorata in modi più sottili, ambigui e profondi, in un percorso che si insinua tra le pieghe della psiche e della realtà visibile, cercandovi connessioni sotterranee. Nadja è l’opera di Breton in cui maggiormente la forza della scrittura (e delle immagini) diventa un meccanismo efficace, evocativo, coinvolgente, e supera di gran lunga gli intenti teorici.

In Nadja Breton non ha inventato niente di niente. Il nome della protagonista, le sue lettere e i suoi disegni, la sequenza dei fatti, i luoghi, le letture, le conversazioni, le frasi che non andranno via dalla memoria, le comparsate degli amici e i loro libri e quadri, i film e gli spettacoli in cartellone a Parigi, le insegne degli alberghi, le installazioni della pubblicità: tutto è preso dal vero, dalla cosiddetta e detestata realtà – e tutto è sconvolto, da cima a fondo, per l’intervento di una figura di donna che è la negazione stessa del principio di realtà. Una volta Breton aveva parlato di personaggi-tentazione; e ora ne incontra un esemplare tangibile e inafferrabile, che si può unicamente seguire passo passo e descrivere momento dopo momento, e che mette in scacco la logica come l’invenzione. Nadja è una persona vera e insieme il presentimento di un mondo che si spinge oltre.

Dalla prefazione di Domenico Scarpa.

A. Breton, Nadja, Einaudi 2007. Traduzione di Giordano Falzoni. Prefazione di Domenico Scarpa.

Titolo originale: Nadja, Editions Gallimard 1963.

André Breton nasce a Tinchebray, in Bassa Normandia, nel 1898. A partire dagli anni universitari (studi di medicina non completati) si trasferisce a Parigi, dove vivrà tutta la vita. Negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale fonda la rivista “Littérature” insieme ad Aragon e Soupault e pubblica i primi esperimenti di scrittura automatica. Conosce Tristan Tzara e aderisce al dadaismo. Nel 1924, con Eluard, Desnos, Picabia e Max Ernst, dà vita alla “Centrale di ricerche surrealiste” e scrive il primo Manifesto del Surrealismo. Dopo anni di polemiche e litigi con i molti compagni di idee, negli anni Trenta rompe con Aragon e con il Partito comunista: rimane per molti anni l’unico “sacerdote e dittatore” del movimento surrealista. Muore a Parigi nel 1966. Tra le sue molte opere, Einaudi ha pubblicato i Manifesti del surrealismo, un volume di Poesie, il romanzo L’amour fou e l’Antologia dell’humour nero.

 

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