Cesare Garboli, La gioia della partita, Adelphi 2016.

Per oltre mezzo secolo, la scrittura di Cesare Garboli ha suscitato gioia ed energia – non solo intellettuale – nei suoi lettori. Che parli di cinema o di letteratura, che affronti la pittura o il teatro, ogni suo incontro (con Francis Bacon o Mario Soldati, con Chaplin o Goya, con Gianni Brera o Walter Benjamin, o magari con l’ufficiale delle SS Herbert Kappler) produce l’impatto memorabile di una rivelazione. Ma il dono del supremo esecutore di testi, «portato a vedere le cose piuttosto come un problema da risolvere che come un tema da svolgere», l’ammaliante intelligenza comunicativa coabitarono in Garboli con una cruda severità verso i propri scritti: pochi e come a contraggenio ne raccolse, centinaia ne lasciò dispersi. Il giovane filologo che nel 1954, non ancora laureato, curava un’edizione di tutto Dante in versi, e al quale dobbiamo la promozione di Pascoli e Molière a nostri contemporanei, è autore di un’opera che ha dissimulato sé medesima nel segno di un apparente e talvolta compiaciuto spreco. È tempo, dunque, di rendere disponibile per tutti il luminoso rigore del lavoro svolto da questo scrittore antagonista sempre, anche del proprio talento.

“Ma ci sono scrittori che la morte tradisce e smaschera, vendica e prende di contropiede. Scrittori che la morte assolve, nel momento stesso in cui, come una madre severa, li costringe a un’identità sempre fuggita, sempre temuta e rinviata attraverso tortuose dissipazioni, astuti alibi che tutti insieme formavano una lunga, lunghissima catena di appuntamenti mancati. È nelle carte improvvisate e superstiti di questi scrittori che cerchiamo il foglietto, l’appunto, il taccuino, il manoscritto rivelatore, prezioso e rivelatore come sarebbe la testimonianza di uno spettacolo o di una rappresentazione alla quale nessuno ha assistito. Non importa se questi scrittori siano piccoli o grandi, perchè quello che cerchiamo di loro è una verità che non ci è stata detta, e che pure è stata affidata alla caduca volubilità della vita. Cerchiamo, nei loro cassetti, ciò che di loro è andato perduto. Quale sia il giudizio sulla sua opera, Flaiano appartiene a questa famiglia. Con la sua andatura trotterellante, egli va ad affratellarsi e a raggiungere, su questa strada, e magari a rallegrarli con la petulanza dei suoi calembours, esseri diversissimi da lui: esemplari inarrivabili come Carlo Emilio Gadda o Giacomo Debenedetti, o supremi campioni come Delfini: tutti e tre, chi più chi meno, grandi attori di scena postuma e vuota.”

C. Garboli, La gioia della partita, Scritti 1950-1977, Adelphi 2016.

Cesare Garboli (1928-2004) è stato un saggista e critico italiano. Fu una figura «anomala» nel panorama della critica italiana per la molteplicità degli interessi e per l’originalità della scrittura, ricchissima di tonalità, capace di orchestrare gli ingredienti più diversi: sensibilità rabdomantica, finezza psicologica, una vena narrativa che si esprime in una particolare capacità di usare lo humour e di raccontare per immagini. In particolare, si è occupato di Dante, Shakespeare e Molière (dei quali è stato anche traduttore), Leopardi, Pascoli, Delfini, Longhi, Penna, Montale, Chateaubriand.

 

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