Lucia Lamberti

L’incontro con Lucia risale al 2005. Fu a una mostra collettiva sul tema della paura. Lei esponeva un suo lavoro, io leggevo alcuni testi. Ci riconoscemmo nel comune desiderio di agire nell’ambito di una collettività abbastanza eterogenea in cui ci si confrontava sulle varie modalità espressive sapendo quanto fosse fondamentale per ciascuno di noi la necessità di vivere privilegiando sempre la componente creativa. Lucia da alcuni anni vive e lavora a Bologna continuando la sua ricerca artistica che presto la porterà ad esporre di nuovo nella regione dove è cresciuta.

2 Girls 1 Gun, tempera, acrilico e olio su tela, cm 100×120, 2006.

Vorrei mi parlassi dei tuoi primi approcci all’arte, gli studi e i momenti propiziatori che ti hanno portata a sviluppare la tua ricerca.

Nei miei ricordi di bambina, mi vedo con i colori e i fogli di un album. Disegnavo continuamente e dovunque. Questa pratica elementare, istintiva e costante, ha determinato le scelte successive rispetto agli studi, ai viaggi, alle persone che ho frequentato.

Durante il percorso ho trovato molti ostacoli ma anche molti aiutanti, per dirla alla Propp.

Più che di momento propiziatorio, parlerei di un flusso di pazienza e concentrazione, una sorta di priorità intima che ricava il suo spazio quotidianamente, anche quando non sono in studio. Al Liceo Artistico a Salerno ho studiato fin dal primo anno con il compianto professore Sergio Vecchio: aveva un grande rispetto per le scelte e per i risultati a cui arrivavamo; nella sua classe si respirava un’atmosfera adulta. Ancora adesso ricordo perfettamente quella sensazione benefica. Pratica e pensiero scaturivano da ciascuno secondo la propria natura e volontà, sentivi in qualche modo la responsabilità della creazione.

Poi mi sono iscritta a Lettere moderne. Fu una mediazione con la mia famiglia, non me ne pento. In quel periodo ho incontrato Federico Sanguineti: dipingevamo assieme, viaggiavamo per assistere a spettacoli teatrali e vedere mostre in tutta Italia. Lui e Rosanna Benvenuto fondarono una compagnia teatrale di cui ho fatto parte per diverso tempo: si portavano in scena scritture originali, alcune sono diventate dei corti.

Bacino di carenaggio 2, tecnica mista su tela, cm 120×180, 2009.

Prima di trasferirti quali sono sono state le esperienze e le figure artistiche di riferimento più importanti? 

Il mio primo vero studio fu a casa dell’artista Casimiro Forte, che mi offrì uno dei locali della sua bellissima abitazione. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza per aver consentito alle mie aspirazioni di trovare un luogo dove concretizzarsi. Dipingevo quasi esclusivamente per studiare gli effetti della luce sulle forme; inoltre mi interessava cercare composizioni ritagliando immagini più ampie, decentrando il soggetto rappresentato per sbilanciare la raffigurazione e trovare nuovi contrappesi. I risultati estetici erano assicurati, ma la vera svolta ci fu con la serie delle donne armate. Ricordo che avvertii nettamente il salto in ciò che facevo; se ne accorse anche la mia amica Tiziana Di Caro, oggi valente gallerista, che mi invitò a partecipare alla prima edizione di She Devil presso lo Studio Stefania Miscetti a Roma, nel 2006.

L’altro incontro felice di quel periodo è stato quello con Antonello Tolve, fine intellettuale e critico militante, di cui ammiro lo sguardo chirurgico sorretto da molteplici  inferenze culturali. Per non parlare di Achille Bonito Oliva, conosciuto proprio all’inaugurazione della mostra a Roma. In quegli anni lavoravo come restauratrice per sostenermi economicamente, ma il denaro non era l’unico vantaggio: affrontare grandi superfici seguendo le precise linee guida del restauro ha rafforzato in me l’attitudine al rigore del gesto e alla pulizia del segno. E poi lavorare su una tela o su un foglio, dopo aver restaurato un soffitto, fa un effetto completamente diverso, com’è facile immaginare.

Schauspielhaus, olio su tela, cm 100×90, 2012.

Quali sono stati i motivi del tuo trasferimento a Bologna e come è proseguita la tua ricerca?

Un motivo: l’amore! A Bologna, essendo frequenti le mostre presso gallerie, spazi sperimentali ed istituzionali, mi è preso il desiderio di scriverne delle recensioni che sporadicamente pubblico su una rivista d’arte, Segno. Ciò mi consente di avere un ruolo attivo e di confrontarmi con alcuni degli autori, come ad esempio Simone Pellegrini o Giulio Saverio Rossi, anche su processi concettuali legati all’uso del medium pittorico.

Luft 4, acquerello su carta, cm 90×100, 2014.

Come sviluppi un progetto? Da quali stimoli parte la tua ricerca e come si concretizza nell’opera? Esiste un centro di riferimento nella tua poetica?

Parto dall’ultima domanda: le diverse serie si collegano le une alle altre creando un discorso continuo. Per esempio, tra il 2009 e il 2012 ho lavorato su immagini provenienti da una sola area geografica, immagini che coprivano diversi periodi storici. Dopo il 1946 questo luogo ha cambiato nazionalità: un tempo vi sorgeva la capitale della Prussia, poi è diventato un oblast russo.

Sono nate così le opere sui bacini di carenaggio, le cartoline dal Baltico con le navi dragamine ormeggiate nella baia militare di Baltijsk, i dipinti capovolti della città nell’acqua e i sette ponti di Koenigsberg, abbattuti dalle incursioni aeree della seconda guerra mondiale. Li ho dipinti su carta e, quando li espongo, allestisco le opere nella stessa posizione in cui si possono vedere i ponti sulla mappa disegnata da Eulero, nel suo trattato. I sette ponti hanno dato vita ad un problema che porta il nome della città scomparsa, il primo esempio di astrazione, di passaggio da un luogo fisico ad una formula, che ha poi dato vita alla teoria dei grafi e alla topologia.

Durante le mostre mi piace accompagnare i visitatori per spiegare i passaggi, gli archi, che portano ai nodi, ai nessi e quindi svelare il percorso.

Dal luogo Koenigsberg-Kaliningrad sono ripartita attraverso i dirigibili, una serie che ogni tanto continuo: sono opere leggere, acquerelli su carta. Il dirigibile è un oggetto molto affascinante in sé, per la forma astratta che lo contraddistingue, l’involucro sviluppato intorno ad un asse centrale sembra dividerlo dal resto del creato: un nido, un vaso protettivo e leggerissimo, capace di volare in silenzio e lentamente, per osservare con attenzione i paesaggi dall’alto.

Attualmente sono intrigata dalla relazione fra questi tre concetti: il fare, il distruggere programmato per realizzare, le tracce della catastrofe.

04, acquerello e acrilico su carta, cm 31×41, 2019.

Cosa pensi dell’arte contemporanea?

Dell’arte penso che non se ne possa fare a meno, meno che mai di quella a noi contemporanea perché interpreta e consegna attraverso i più svariati linguaggi il disegno del presente della società in cui si sviluppa. Tra gli artisti che amo e che mi meravigliano sempre ci sono William Kentridge, Gerhard Richter, Marlène Dumas, Peter Doig, Wilhelm Sasnal, Andro Wekua, Maria Lai, Berlinde de Bruyckere, Cesare Pietroiusti…

 

A cura di Mauro Leone.

 

2 commenti

  1. Sono una via per andare ovunque restando in se stessi
    Rosario

  2. Un autentico ritratto,sublime

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *