Salvatore Toma

La mia è una donna favolosa

Vorrei ficcarmi le dita
allo stomaco
spaccarmi le costole
spezzarle con grandissimo dolore
aprirle
so che non verrebbero fuori
viscere fegato cuore
verrebbero fuori
neve alberi fuoco
vento pioggia
perché io sono fatto così
vegetale e libero.
Io non sono cervello
ossessioni inibizioni
società paure
io sono vita
vita libera libertà foreste
gioia di esistere.

La mia
è una donna favolosa.
In nessuna parte
del mondo avrei potuto
trovare un simile mostro
di pazienza e di amore.
La mia
è una donna favolosa.
Pur di non perderla
rinuncerei ai miei versi.

Lo sbagliato sono io
non c’è che dire
non occorre perciò illudersi
tacitarsi con metodi
d’appendice usuali
il caso le fantasie le occasioni…
o ridursi a un sono fatto così
ma è successo
che un angelo è sbandato
e io non so farlo felice.

È disperata
per questo mio modo
naturale
(ma sarà poi vero?)
di vivere la vita
(ma sarà poi vera?)
mi tenta l’idea
di spingere il tormento
di sfiorare la pazzia
gonfiando l’assurdo
a dismisura.
È una gara irresistibile
e tremenda
dove il perdente
è evidente.

Ricordo la sua dolcezza
i primi tempi
faceva vergognare il paradiso
le sue dita sul mio corpo
erano lentissimi ragni
non c’era parte che lei
non avesse esplorato
baciato stretto a sé.
Darei tutto
perché oggi si ripetesse
quel tessersi dolcissimo
di carezze di sguardi
di tremiti
oggi ridotti a un tollerarsi
con violenze con rabbia
con ingiurie.

Che cosa si può fare
per tornare indietro?
ringiovanire dimenticare
invecchiare illusi alla rovescia
riproporsi…
non che io voglia ringiovanire
per rivedermi di nuovo ragazzo
magro e forte
vorrei ringiovanire
per quelle mani
per quel suo frusciare in un corpo
come un rinascere.
Aveva gli occhi
marrò dolcissimi stremati
una volta lucenti come acqua
io avevo altri amori.

Facciamo ancora l’amore
una cosa ormai meccanica
dopo ci si lava
(per la verità si lava lei)
ma i baci
i baci sono rabidi
serrati come un morso.
Un tempo erano piume
sofferti come vento estivo.

Eppure qualcosa
ci deve essere
che si può fare
qualcosa di mai tentato.
Si ritrovano civiltà perdute
statue sui fondali
brocche monili
come posso ritrovare
il mio passato
se non è sottoterra
e non è sepolto in mare?
Il guaio è che è dentro di me
dove non mi posso tuffare.

È il passato
non è la morte
che mi fa paura
è il passato
che è più funebre e più funesto
del buio in una bara
è il passato che mi dilania
questo essere stati
senza possibilità di ripetersi
di dirgli una parola.
È per esso
che noi senza saperlo
ci prepariamo a morire
e forse siamo nati
già morti.
Ma allora il vero in che consiste?
dov’è? io non lo vedo.
Io vedo solo noie
rumori dolori
incredibili cose
disonestà infamie
il tutto passeggero.

S. Toma, Canzoniere della morte, Einaudi 1999.

 

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