Francis Ponge

Il ciclo delle stagioni

Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno, gli alberi all’improvviso si lusingano dell’essere ingannati. Non ce la fanno più: lasciano andare le parole, un flusso, un vomito di verde. Cercano di raggiungere un infogliamento completo di parole. Tanto peggio! Tutto si metterà in ordine come potrà! Ma, in realtà, si mette in ordine! Nessuna libertà nell’infogliarsi… Lanciano, perlomeno lo credono, parole qualsiasi, lanciano gambi per appendervi ancora parole: i nostri tronchi, pensano, ci stanno per assumersi tutto. Cercano di nascondersi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dire tutto, di poter ricoprire il mondo intero con parole variegate: non dicono altro che “gli alberi”. Neanche capaci di trattenere gli uccelli che se ne volano via, mentre essi si rallegravano di aver prodotto fiori così strani. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi, e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a se stesse, simmetricamente sospese! Tenta, ancora una foglia! – La stessa! Ancora un’altra! La stessa! Niente insomma che possa fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi di alberi”. Una nuova stanchezza, un nuovo capovolgimento morale, “Lasciamo che tutto questo ingiallisca, e cada. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l’AUTUNNO”.

F. Ponge, Il partito preso delle cose, Einaudi 1979.

 

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