Antonin Artaud

25 maggio 1924

Caro signore,

perché mentire, perché cercare di porre sul piano letterario una cosa che è il grido stesso della vita, perché dare apparenze di finzione a ciò che è fatto della sostanza inestirpabile dell’anima, che è come il lamento della realtà? Si, la sua idea mi piace, mi rallegra, mi appaga, ma a condizione di dare a chi leggerà l’impressione di non assistere a un lavoro fabbricato. Abbiamo il diritto di mentire, ma non sull’essenza della cosa. Non ci tengo a firmare le lettere con il mio nome. Ma occorre assolutamente che il lettore pensi di avere in mano gli elementi di un romanzo vissuto. Bisognerebbe pubblicare le mie lettere dalla prima all’ultima e perciò risalire fino al giugno 1923. Bisogna che il lettore abbia in mano tutti gli elementi del dibattito.
Un uomo si possiede per schiarite, e anche quando si possiede non raggiunge se stesso completamente. Non realizza quella coesione costante delle sue forze senza la quale ogni vera creazione è impossibile. Eppure quell’uomo esiste. Voglio dire che ha una realtà distinta e che lo mette in valore. Lo vorremmo condannare al nulla con il pretesto che può dare solo frammenti di sé? Neppure Lei lo pensa, e ne è prova l’importanza che attribuisce a questi frammenti. Da tempo progettavo di proporgliene la raccolta. Finora non ho osato farlo, e la sua lettera risponde al mio desiderio. È per dirle con quanta soddisfazione accolgo l’idea che Lei mi propone.
Mi rendo perfettamente conto degli arresti e degli scarti delle mie poesie, scarti che toccano l’essenza dell’ispirazione e che provengono dalla mia indelebile impotenza a concentrarmi su un oggetto. Per debolezza fisiologica, debolezza che tocca la sostanza stessa di ciò che si è convenuto chiamare anima, e che è l’emanazione della nostra forza nervosa coagulata intorno agli oggetti. Ma tutta l’epoca soffre di questa debolezza. Per es.: Tristan Tzara, André Breton, Pierre Reverdy. Ma la loro anima non è fisiologicamente colpita, non lo è sostanzialmente, lo è solo in tutti i punti in cui si congiunge a dell’altro, non lo è fuori del pensiero; allora da dove viene il male, è forse l’atmosfera dell’epoca, un miracolo che galleggia nell’aria, un prodigio cosmico e cattivo, o la scoperta di un nuovo mondo, un vero allargamento della realtà? Rimane però il fatto che loro non soffrono, mentre io soffro, non soltanto nello spirito, ma nella carne e nella mia anima di ogni giorno. Questa inapplicazione all’oggetto che caratterizza tutta la letteratura, in me è una inapplicazione alla vita. Io posso proprio dire che non sono al mondo, e non è un semplice atteggiamento dello spirito. Le ultime poesie mi sembra indichino un serio progresso. Sono proprio così impubblicabili nella totalità? Poco importa del resto, preferisco mostrarmi così come sono, nella mia inesistenza e nel mio estirpamento. In ogni caso se ne potrebbero pubblicare frammenti di una certa lunghezza. Credo che la maggior parte delle strofe prese a sé siano buone. Solo la loro unione ne distrugge il valore. Scelga Lei stesso i frammenti, classifichi le lettere. Qui non sono più giudice. Ma tengo principalmente a questo: che non si introduca un equivoco sulla natura dei fenomeni invocati a mia difesa. Bisogna che il lettore creda a una vera malattia e non a un fenomeno dell’epoca, a una malattia che tocca l’essenza dell’essere e le sue possibilità centrali d’espressione e che si applica a tutta una vita.
Una malattia da cui l’anima è affetta nella sua più profonda realtà e che ne infetta le manifestazioni. Il veleno dell’essere. Una vera paralisi. Una malattia che toglie la parola, il ricordo, che estirpa il pensiero.
Credo di avere detto quanto basta per essere capito, pubblichi questa ultima lettera. Mi accorgo, terminando, che potrà servire, per quanto mi concerne, da precisazione e conclusione al dibattito.
La prego di credere alla mia più grande e affettuosa riconoscenza.

Antonin Artaud

 

Lettera a Jacques Rivière, Al paese dei Tarahumara e altri scritti, Adelphi 2009.

 

1 commento

  1. grazie!

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