Rubina Giorgi

Parlare e scrivere sono davvero una cosa da impazzire. Il vero conversare è un puro giocare di parola. Non è che da ammirare il risibile errore della gente che ritiene di parlare per amore delle cose. Il carattere proprio della lingua, che è di occuparsi unicamente di se stessa, invece nessuno lo conosce. Un mistero così mirabile e fecondo essa è perché, quando uno parla soltanto per parlare, allora egli enuncia le verità più magnifiche, le più originali. Mentre quando vuol parlare di qualcosa di determinato, la lingua capricciosa gli fa tirare fuori le banalità più ridicole e più assurde. Di qui deriva anche l’odio che parecchia gente seria nutre per la lingua. Essa recepisce la sua capricciosità, ma non si avvede che il detestato chiacchierare è il lato infinitamente serio della lingua. Se solo si potesse far capire alla gente che la lingua è come le formule matematiche: queste costituiscono un mondo per se stesse – giocano soltanto con se stesse, non esprimono null’altro che la loro meravigliosa natura e proprio per questo sono così espressive, appunto per questo si rispecchia in loro lo strano gioco di relazioni delle cose. Solo per la loro libertà esse sono membra della natura e solo nei loro liberi movimenti si esterna l’anima del mondo rendendole un tenero metro e tracciato delle cose. Così è anche per la lingua: chi ha un senso fine della sua diteggiatura, della sua cadenza, del suo spirito musicale, chi percepisce in sé il tenero agire della sua intima natura, e muove in armonia la propria lingua o mano, questi sarà un profeta. Invece, chi pur sapendo bene queste cose non ha per esse orecchio e senso sufficienti, scriverà verità come queste ma sarà burlato dalla lingua stessa e deriso dagli uomini come Cassandra dai Troiani. Se io dunque credo di avere nel più chiaro dei modi indicato essenza e funzione della poesia, so tuttavia che nessun uomo può concepirle e che io ho detto qualcosa di interamente insulso perché ho v o l u t o dirlo, e che in questo modo non nasce alcuna poesia. Che sarebbe, però, s’io fossi costretto al dire e se un tale impulso linguistico al parlare fosse il segno dell’ispirazione della lingua, dell’efficacia della lingua in me? Quand’anche la mia volontà volesse tutto ciò soltanto cui fossi costretto, potrebbe questo proprio senza mia conoscenza e credenza infine esser poesia e rendere manifesto un mistero della lingua? e sarei io così uno scrittore di vocazione, dal momento che uno scrittore è solo un posseduto dalla lingua?

R. Giorgi, Esercizi 1, Feltrinelli 1979.

 

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