Alfonso Gatto

“Il mio cominciare a scrivere attorno ai diciannove anni, fu, alla fine, una sorta di delusione che provai. Ho creduto fino ad una certa età che agli uomini bastasse parlare fra di loro, dire la verità, quello che vedevano, che pensavano, bastasse comunicare le proprie emozioni, soprattutto le scoperte, i propri sentimenti. Pensavo che gli uomini dovessero parlare lo stretto necessario ma di cose alte, nobili, pulite soprattutto, cioè parlare secondo verità. Il momento della scoperta di dover scrivere invece di dover parlare, cioè di affidare ad un modo più fidato della parola e più diffidente, quale è lo scrivere, le mie emozioni, le mie scoperte, fu dovuto proprio all’accorgermi che gli uomini fra di loro non parlavano secondo verità, secondo giustizia, secondo un autentico rapporto fra le cose che vedevano, i sentimenti e ciò che dicevano. Lo scoprii addirittura nell’ambito delle prime amicizie, nell’ambito familiare, pur essendo nato in una famiglia di molta verità, di semplicità. Mi accorsi che gli uomini fra di loro erano portati a nascondere quello che scoprivano, per non dirlo o non saperlo dire. Vivevano in questa approssimazione continua per delle cose che avrebbero dovuto riferire nel modo più semplice, più veritiero, in un modo più diretto.”

A. Gatto, Il sogno del poeta, Postfazione di Francesco D’Episcopo, Ripostes 2000.

 

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