Giuseppe Spina (Nomadica)

Il primo incontro con Giuseppe è avvenuto durante le belle giornate d’estate del 2014 trascorse a Capo d’Orlando per la quinta edizione della Mostra Itinerante di Nomadica. La torre dove sorge il Faro della piccola cittadina siciliana faceva da scenario alle presentazioni e alle proiezioni dei film.  Oggi ritrovo Giuseppe per approfondire il discorso su Nomadica che, come si legge nel sito del progetto, viene definito “circuito autonomo per le arti e il cinema di ricerca, per la creazione e la circolazione di opere autonome.” È sempre interessante esplorare ciò che, in ambito artistico, si realizza e si sviluppa attraverso percorsi autonomi.  Una ricerca, una messa in opera di spunti e visioni che aprono ad ulteriori modalità del vedere e si svincolano da linguaggi sempre più spesso uniformati e appiattiti.  In questo caso parliamo di cinema ma non solo.

Obsidian, volcanic glass, obtained bringing the Etna basalt to high temperatures (for the feature-film AETNA, in progress)

Cos’è il pensiero nomadico e come si collega il tuo percorso personale alle finalità del progetto Nomadica?

È quel pensiero che non può essere catalogato, che non si lascia agganciare, che non si incatena a metodiche e non mette radici in teorie ma semmai le attraversa, che non cavalca le tendenze e non sottostà a tempi e contemporaneità altre. C’è Deleuze alla base di questo concetto, ma anche Aldo Braibanti nello stesso periodo teorizzava – applicandoli al suo teatro – i tre fondamenti: “decentramento, desaturazione, deconcentrazione”, che credo siano legatissimi al pensiero nomade.

Per quanto mi riguarda, essendo cresciuto nel deserto, sono naturalmente immerso in queste intuizioni, e mi lascio la possibilità di sperimentare, di svincolarmi da generi, tecniche, mezzi ed estetiche. Questo mi permette di non cadere nelle trappole di aggregazioni artificiose e dogmatiche, e nelle varie manifestazioni di potere di cui sono portatrici. Tutto ciò coincide con il progetto, che ho da sempre sviluppato con Giulia Mazzone e che può essere considerato il nostro specchio costante. Poi comunque molta gente ti cataloga lo stesso senza avere idea di ciò che dice, ma che ci vuoi fare.

Da “Impressio in-urbe”, di Giuseppe Spina, Super8, 2015.

Nel sito ho trovato interessante la citazione che fai di Alain Badiou “non occorre oggi tendere all’inclusione, ma al contrario, all’esclusione” riferita immagino alla ricerca di percorsi paralleli a quello della commercializzazione e alle politiche vigenti. Mi spieghi meglio questa visione?

È proprio così, e vale per l’atto di creazione come per la sua diffusione. I contesti in cui si crea una voce unica, o un modo di fare prende supremazia, o che semplicemente si standardizzano, in qualche modo e per forza di cose, si corrompono. Le muffe, in un processo naturale, si formano e, avanzando, attaccano anche la cosa più pura, il pane quotidiano, e chi non è immune si ammala, si infetta, si corrompe (questo mi fa comprendere meglio il mio amore per le muffe). Purtroppo non è l’unica forma di degenerazione con cui abbiamo a che fare nel nostro lavoro.

C’è tanta corruzione intellettuale e artistica quanto politica. Il sistema culturale italiano segue oggi, nel suo farsi, una metodologia che potremmo definire di “stampo mafioso”: affiliazione e riciclaggio di denaro. Ovunque ritrovi gente arroccata che sfrutta le proprie comparanze, amicizie, parentele: eccola lì ad ottenere il necessario e il superfluo, vivere di rendita, ma se vai a grattare ti accorgi che nel 90% dei casi è gente che non ha i presupposti per occupare certe posizioni. Prendi il cinema, per fare solo qualche esempio: non c’è un sistema di valutazione e assegnazione dei bandi di distribuzione e di produzione che si possa dire corretto e degno, ci sono i big producers che si spartiscono il bottino e un popolo di affamati all’arrembaggio pronto a tutto pur di fare il proprio filmetto e guadagnarci sopra, arraffando le briciole.

I soggetti del film italiano contemporaneo non vanno certo in altre direzioni: pensa ad esempio al gioco finto-intellettuale di chi sfrutta le sofferenze e i mali altrui in nome della “denuncia sociale”, o della “memoria” (memorie andate a male) – sono temi molto in voga tra i giovani e i “pitch”. O alle decine di film a milioni di euro di cui nessuno vedrà un fotogramma ma finanziati chissà perché e grazie a chi. Lo stesso restauro di film e pellicole più o meno andate a male, spesso è un ulteriore modo di riciclare denaro e idee. È il disastro. Di fronte a una situazione del genere o ti metti una maschera e vai all’assalto, cosa inutile perché il muro è di gomma; oppure scegli un’altra via: l’esclusione, restarne fuori, soli. Si tratta però di un disastro banale, che bisogna riconoscere e analizzare certo, ma a cui non bisogna dare peso: oggi se porti avanti un discorso “estraneo” sei naturalmente escluso, ma soprattutto – cosa più importante – col tempo ne prendi consapevolezza e ti autoescludi. Resti fuori da tutto. E così puoi ricominciare a riflettere e (de)costruire, ad libitum.

Da “Luminous variations in the city skies”, di Giuseppe Spina, 2019.

Sempre nel sito c’è una sezione denominata “Realizzazioni” e un’altra “Decostruzioni”. In che rapporto stanno? 

La prima riguarda i lavori che, in modi differenti, sono collegati a Nomadica, con collaborazioni o intenti comuni di ogni tipo. “Decostruzioni” è per certi versi un’azione nomadica, trovi di tutto e tutto è legato da fili non facilmente identificabili, legato alla nostra vita.

Qual è, se c’è, il presupposto di un artista svincolato dai canali tradizionali di produzione e commercializzazione?

Credo che l’unica finalità della ricerca debba essere la ricerca stessa. Lontano da egotismi vari, dal “saper comunicare”, dalle “contemporaneità”, dai guadagni facili, e da tutta quella roba che gronda grasso. A mio parere occorre cercare di conoscere e saper curare tutti gli aspetti utili alle proprie finalità e, quando necessario, cioè sempre, rivedere le proprie finalità in base ai mezzi che si hanno a disposizione, cercando comunque di sviluppare un modo, una propria visione del mondo. Avere la forza e la capacità di fare un proprio discorso, riconoscerlo e sprofondarci dentro.

La prima de “La lucina” di Fabio Badolato e Jonny Costantino, da e con Antonio Moresco, presso la Cineteca di Bologna, 2018.

Vorrei sapere da cosa è attratto il tuo occhio quando si trova dietro la macchina da presa? Cosa è per te il cinema?

Credo che esistano infiniti cinemi che ci circondano e che non devono per forza ritrovarsi in un film, più o meno conchiuso. Non ha importanza esserne coscienti, sono lì, in uno spazio-tempo indefinito che coincide con l’istante soggettivo di ogni essere umano. L’occhio ne è il confine. Da una parte quella che Lucrezio definì “l’immagine lieve delle cose” che si distacca, i simulacri che vagano nel mondo, dall’altra il varco, la percezione dell’occhio. Mi interessa molto la fase di ricezione, un attimo prima che il cervello decodifichi razionalmente. Mi interessa il mistero di certe forme, trame, di certe testure.

Non c’è un “dietro la macchina da presa”, quando da ragazzino inizi a guardare le cose e a metterle insieme stai già sviluppando un tuo modo di vedere, e poi inizi a far qualcosa in più per bloccare/muovere questi processi, cinematografare. Mi interessano le forze invisibili che si manifestano, e ogni mio lavoro cerca di indagare differenti rapporti di forza. Il segno/parola, le mostruosità del Potere, le lotte tra parola/musica/immagini, buio/luce, fuoco/terra, le forme e le sue distorsioni, le forze delle linee e le textures che l’occhio immobilizza.

I progetti futuri di Nomadica?

Il nostro è un percorso che per certi versi non si ripete mai due volte, e spesso attua metodologie di gestione e di linguaggi inedite. Quest’anno tra i vari appuntamenti vorremmo ri-proporre, sempre al Menomale di Bologna, il “weekend coi morti”, un lungo fine settimana di proiezioni sotterranee e incontri con autori e curatori, film in anteprima italiana provenienti da ogni parte del mondo (qui il link del 2018   http://www.nomadica.eu/weekend/  ). Ci stiamo lavorando e proprio in questi giorni ci rendiamo conto che, anche volendo replicare quanto fatto l’altro anno, ci ritroviamo volutamente in una condizione nuova, stiamo inventando e mettendo in piedi un discorso inedito non solo nei contenuti ma nelle sue strutture.

Evidentemente non siamo in grado di “ripeterci”, e questo genera anche una condizione di costante instabilità, che riteniamo importante. È un distruggere e rigenerare continuo. E a tal proposito, negli ultimi anni, stiamo lavorando a un film che ha a che fare col vulcano, l’Etna, dove sono nato e cresciuto. Un esperimento, un’esplorazione negli anfratti del vulcano, dei suoi caratteri fantasmatici, visionari, mitologici. Sono progetti per noi importanti, vissuti nel presente e che nei prossimi periodi cercheremo di far emergere.

 

http://www.nomadica.eu/

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http://www.nomadica.eu/giuseppe-spina/

 

A cura di Mauro Leone.

 

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