Francesco Di Bella

In molti mi hanno parlato della gentilezza e della disponibilità di Francesco. Quando lo contatto resto comunque colpito dall’entusiasmo che mostra nell’accettare la proposta di incontrarci e parlare della sua musica.  Mi ripeterà almeno un paio di volte che è importante questo tipo di lavoro, storicizzare, inserire un avvenimento in una cornice e dar modo a giovani e meno giovani di informarsi ed essere liberi di fare confronti. Ci incontriamo  in centro, in una saletta del Bar Verdi, caffè letterario nei pressi del Teatro municipale. È una rara giornata soleggiata di un maggio piovosissimo. Durante il nostro incontro verranno fuori molti spunti ma non riusciremo ad affrontarli tutti. Il suo ultimo lavoro discografico, ‘O Diavolo, è ricco di tessuto narrativo e di riferimenti che vanno colti lentamente nelle tracce che, come dice lui, ama spargere nei testi senza necessariamente dover spiegare tutto.

Ti avranno chiesto molte volte come e dove è iniziato il tuo percorso musicale. Col passare degli anni capita ad ognuno di noi di dare un nuovo significato agli avvenimenti del passato o di voler fare un confronto con ciò che accade nel presente. Cosa ti va di mettere a fuoco oggi dei tuoi esordi e del periodo con i 24 Grana?

È sempre interessante raccontarsi, soprattutto ai giovani, per mostrare loro tutti quei gradini che portano le sottoculture come quella del rock a evolversi e a ridefinire narrativamente un territorio. Tutto sommato siamo ancora giovani rockettari anche se, guardandoci indietro, in Italia ci sono oltre cinquanta anni di buona musica influenzata dalla tradizione folk e blues americana, dalla new wave e dal punk rock inglese o dal college rock sempre di provenienza americana. Per quanto mi riguarda mi sono avvicinato alla musica quando ho iniziato a comprare dischi nei primi anni ’80. Intorno ai dodici anni avevo già provato a scrivere qualche rap. Poi come fanno un po’ tutti ho frequentato amici che già suonavano in un gruppo e ad acquistare riviste musicali. Per un periodo è capitato anche di lavorare alla Fonoteca, un negozio di dischi a Napoli. A suonare invece ho iniziato con un mio vicino di casa nel garage di mio nonno. Avevo preso una Telecaster Paisley rosa, giapponese, molto carina e un piccolo amplificatore. Il mio amico suonava le tastiere e utilizzavamo i sequencer. Ma in realtà il punk e la new wave li abbiamo conosciuti dalle cassette che ci registrava un amico del quartiere, con la musica dei R.E.M. dei Talking Heads e di tanti altri.

L’idea di musica che avevamo era quella di fondere new wave, regge ed altro. Il primo nome del gruppo è stato Surrey Iron Railway, ispirato a una linea ferroviaria inglese che collegava Londra con il Surrey e che portava gli operai alle fabbriche. Ricordo che la prima canzone che componemmo si chiamava The runaways, ovviamente in inglese. I 24 Grana invece si sono formati intorno al 1987. Quando ho iniziato a scrivere testi mi sono accorto di quanto fosse importante raccontare una storia e poi improvvisamente inserire una frase in dialetto. Mi è sempre sembrato che riuscisse a sottolineare l’importanza di ciò che vuoi comunicare. Credo che ti aiuti a raccontare la storia del tuo territorio e della vita reale e ad andare più in profondità, la lingua come veicolo di archetipi, è un modo per raccontare la verità, una sorta di neo-realismo, quando la usi è sempre affascinante. Poi c’è da dire che qualcosa mi è rimasto dentro ascoltando, da bambino, insieme a mia nonna,  le canzoni popolari a radio Spaccanapoli.

24 Grana, foto di Federica Di Lorenzo, 2012.

Com’era l’ambiente musicale a Napoli, che stava succedendo?

Erano gli anni della Pantera, il movimento studentesco di protesta, che ha scardinato le differenze e le idee che avevano al nord dei meridionali. Ci siamo trovati al posto giusto nel momento giusto e quindi anche cantare in dialetto acquistava un altro significato perché si scopriva l’importanza della musica meticcia, della possibilità di usare la propria lingua, dal Piemonte alla Sicilia, dai Lou Dalfin ai Sud Sound System agli Agricantus. Siamo stati influenzati dalle sonorità della new wave per poi arrivare a guardarci intorno e sempre più dentro. Suonavamo nei centri sociali o dopo le manifestazioni. A quel punto nella prima metà degli anni ’90 non potevi raccontare le cose in una maniera troppo distaccata e dovevi trovare gli argomenti giusti per arrivare alle persone. Noi credevamo visceralmente in quello che facevamo, vivevamo le esperienze della collettività in modo totalizzante e in qualche modo cercavamo di raccontarle.

Per due o tre anni ci sono state anche le risorse per poter sperimentare dal punto di vista del sound. Probabilmente l’album a cui teniamo di più proprio per una questione legata alle sonorità è Metaversus del 1999 realizzato con la Warner. L’ultimo album siamo andati a registrarlo da Steve Albini a Chicago che era la reale fucina della musica indipendente americana da cui eravamo partiti rifacendoci al Do It Yourself e ad esempi come quello dei Fugazi.

Prima c’erano le nicchie, a cui ci rivolgevamo, e quindi anche le etichette indipendenti sapevano a chi rivolgersi facendo dischi “antisistema”, se per sistema vogliamo chiamare il mainstream. Oggi invece le etichette indipendenti creano prodotti per il mainstream.

Quando poi abbiamo visto che la scena politica e sociale e tutto ciò che vi era intorno si stava modificando, più o meno dopo i fatti di Genova, abbiamo sospeso i lavori. Quel tipo di approccio si era slegato. Avevamo attraversato varie epoche musicali, anche l’ambiente si era abbastanza infighettito. Personalmente poi sentivo la necessità di un cambiamento. Ero stato il frontman di una rock band e una band è una vera e propria famiglia. A quel punto per questioni anagrafiche e personali avevo necessità di dare spazio a un’altra famiglia. Oggi mi trovo molto meglio come cantautore che come frontman.

Con Alfonso (Fofò) Bruno.

Parliamo del nuovo disco. Vorrei sapere da te qualcosa in più su questo diavolo che “piace a tutti quanti”.

Le cose nascono dalle esperienze che hai fatto, dalle passioni che hai vissuto e da situazioni contingenti. Nei testi ho affrontato vari argomenti ma ultimamente portando i miei figli al catechismo, ho sentito la necessità di riaprire e leggere la Bibbia e, per una sorta di curiosità politica, cercare di andare alle origini anche della guerra israelo-palestinese che ha radici antiche quanto la Bibbia. Questa curiosità è dovuta al fatto che nella Bibbia ci trovi tante cose che alla fine nessuno sa, un po’ come Moby Dick di Melville che molti dicono di aver letto ma spesso non interamente. Essendo appassionato di lettura, Melville e la Bibbia erano due cose che avevo voglia di affrontare a cui aggiungerei l’amore per Bob Dylan e in particolare per il cosiddetto periodo cristiano di inizio anni ’80. Tutto questo, nel disco, è sublimato in un racconto allegorico in cui aggreghi ingredienti e tecniche di composizione. https://youtu.be/d3uEjji8zuQ

Da qui si arriva anche alla politica contemporanea, c’è sempre l’idea di raccontare anche il presente, questo squilibrio che viviamo in cui i più deboli e chi cade nei trabocchetti può essere salvato solo grazie all’amore. Un amore che non sempre si è nelle condizioni di comprendere e condividere. Ci sono sentimenti come la pietas, la mestizia, l’interesse verso gli altri, l’umiltà che in questo momento non vanno di moda. Sono valori che ho sempre riconosciuto nei dischi o nei libri che mi piacevano, sono le cose che poi alla fine mi bagnano ogni tanto gli occhi. E visto che non devo essere un cantante trendy mi posso permettere di affrontare questi temi. Prendi l’ultimo brano del disco, Notte senza luna. Il pezzo giustifica il fatto che un assassino, poi suicida, nato e cresciuto tra i fetenti è figlio di una notte senza luna. È condannato da questa situazione, è in definitiva un povero diavolo. Come in Canzone ‘e carcerate, dove mi ha anche divertito insinuare l’idea che molto spesso vengono condannati gli innocenti. Insomma ci ho lavorato tanto.

Certi contenuti, se hai la possibilità di portare avanti i dischi, di suonare e promuoverli, vengono metabolizzati lentamente, mi capitava anche con i 24 Grana. Un’altra cosa per me fondamentale è la ricerca fatta sotto il profilo musicale con collaboratori di primo ordine. Questo suono è maturato dal 2013 in seno alla struttura romana Angelo Mai, dove si sono in qualche modo rilanciati musicisti come Bob Angelini, Niccolò Fabi, Andrea Pesce e tutta la scena romana di oggi, vedi i musicisti di Propaganda live.  Sono canzoni coltivate da anni in un bel giardino e al momento le propongo live in full band o in duo.

Con Claudio Gnut, Alessandro Innaro e Dario Sansone.

Abiti a Salerno ormai da molti anni. Come ti trovi e come vivi la città? 

Frequento Salerno da circa venti anni e dal 2013 ci abito. Le relazioni che ho creato sono varie. Al di là di quelle personali e intime, se ne sono create altre legate anche ai miei progetti. Mi è sempre piaciuta dal punto di vista della creatività con il rammarico dei pochi spazi dove fare musica dal vivo. Con i 24 Grana ricordo di aver suonato all’Iroko, all’Asilo politico e all’Arena del mare. Da cinque anni tengo regolarmente dei workshop di songwriting per giovani della città e della provincia a conferma che c’è un un bel movimento che ha tanta voglia di crescere e confrontarsi. La mia è più un’idea di palestra dove innanzitutto tenere insieme questi ragazzi che con entusiasmo lavorano alla scrittura e alla composizione musicale. Mi piace l’idea di far vivere loro delle esperienze in un luogo dove è possibile ricevere informazioni e fare pratica, un po’ quello che desideravo avere quando dovevo superare certi blocchi e certe difficoltà.

Quest’anno, grazie all’Arci, il corso è gratuito e si tiene alla scuola Lanzalone con circa venti ragazzi. Il centro del discorso è la consapevolezza del proprio processo creativo che attraversa varie fasi. Io penso che il cervello vada allenato per favorire le possibilità creative. Ogni volta che ci troviamo ad affrontare un passaggio di una canzone passiamo attraverso cinque fasi: esigenza, preparazione, incubazione, illuminazione e verifica. Fondamentalmente bisogna avere la pazienza di tenere il culo sulla sedia, aspettare che l’idea abbia il suo periodo di incubazione in cui sembra che non accada niente mentre invece la mente sta lavorando, quindi attendere la bellissima sensazione “illuminante” dell’ispirazione che ti porta a risolvere un verso che non riesci a completare o l’idea per il ritornello che non viene fuori. La parte finale è invece è la riscrittura o verifica che suggerisco sempre. Analizziamo gli elementi costitutivi di una canzone, strofa, ritornello, inciso, testo, armonia e ritmo.

Avendo scritto più di ottanta canzoni, edite, a un certo punto della mia vita mi sono posto il problema di dove trovare l’ispirazione e ho capito che la si trova quando ti siedi e immagini. Le canzoni in fondo sono dei documenti. Per questo quelle famose hanno qualcosa in più che ti raccontano le realtà più interessanti. Uno dei gruppi a cui devo di più sono ‘E Zezi di Pomigliano D’Arco, per pezzi come S’Anastasia, Vesuvio per la Tammurriata dell’Alfasud. Come dicevo, sono dei veri e propri documenti sonori. Prendi ad esempio i Field Recordings di A. Lomax, che trasmettono direttamente delle emozioni senza filtri. Quando inizi a suonare hai sempre difficoltà a entrare in contatto con la musica italiana o quella tradizionale, a volte risulta anche fastidiosa. Ci vuole un po’ di tempo per comprenderne l’importanza.

La scena musicale odierna. Che idea te ne sei fatto?

C’è molto vintage, qualcosa che dà sicurezza, che già funzionava negli anni ’70, questo fa un po’ poltrire gli autori. I testi spesso sono ego riferiti, non ci sono gli spazi, noi vivevamo gli spazi anche se non erano strettamente politicizzati, ma comunque ci sono anche delle belle realtà. Al di là di tutto io mi sorprendo sempre quando ascolto musica dal vivo, cerco di capire il messaggio che vuole trasmettere. Se è fatta bene e le parole sono vere sto benissimo cosi. Consiglio sempre di ascoltare musica dal vivo.

C’è poi da dire che ci sono case discografiche che confezionano in maniera invadente il lavoro di un artista. Ma c’è anche chi, vedi Niccolò Fabi, pur passando nel contesto di industria musicale mantiene un profilo di scrittura molto alto. È chiaro che oggi tutti spingono i giovani verso i talent show per selezionarli da quel palcoscenico, usando certe caratteristiche e magari bruciando il loro talento. Ai miei tempi ad esempio odiavamo Sanremo. A noi l’hanno proposto nel 2003 ma non ci siamo andati. Eravamo legati a un altro modo di intendere la partecipazione collettiva. Poi c’è il discorso sulla memoria di ciò che è venuto prima di te: secondo me ogni artista che suona dovrebbe chiudere il proprio concerto con Imagine!

Raccontami delle tue passioni letterarie e dell’influenza che hanno avuto sulla tua scrittura.

Amo molto leggere cose diverse. Adesso mi piace Carver perché lo trovo semplice e immediato come una canzone, in cui c’è l’amore per i dettagli. La storia è costruita come in Leonard Cohen o Tom Waits. Sento una vicinanza con il mio modo di scrivere. Quando leggi certe storie, lo stile adoperato e il rapporto con la storia e i documenti ti spinge anche ad incuriosirti del passato, di libri come l’Eneide. La letteratura ti dà la possibilità di viaggiare nel tempo. Negli anni universitari ognuno ti consigliava un libro. Ho letto molto in quel periodo: dadaisti, surrealisti, H. Michaux, J. Genet.

Di recente abbiamo anche pubblicato un fumetto presentato al Salone del Libro di Torino. L’idea è stata realizzata insieme a Luca Scornaienchi, autore di fumetti, direttore dl Museo del fumetto di Cosenza. Inizialmente avevamo sviluppato l’idea per l’artwork dell’album, poi ne è venuto fuori un soggetto e quindi una sceneggiatura e Luca Ralli, importante disegnatore, l’ha realizzato. Un cosentino, un aretino e un napoletano, bella truppa… Il libro verrà presentato da Stefano Benni a Roma alla Libreria del Viaggiatore.

Per quanto riguarda la mia scrittura credo che quello che conta è dare intensità al verso, quando li costruisci cerchi di fare in modo che possano durare almeno venti anni. D’altra parte non tutti possono entrare nel mondo poetico creato da un disco. È l’intensità che deve essere colta. La bellezza di certe canzoni la riconosci come fossero bambine che crescono. Quando inizi sei inconsapevole e la modalità per fare in modo che ci sia intensità nel verso è l’urgenza, ovvero qui ci sono cose da dire, nessuno le dice, diciamole noi. Prima c’era una nicchia di riferimento e quindi tra virgolette eri tranquillo nel rivolgerti a qualcuno in particolare. Adesso ammetti che c’è un rischio nel fare determinate cose ma tutto sommato sai, come allora, che qualcuno le deve pur fare.

Scrivere canzoni nelle varie epoche significa confrontarti con le cose che ti emozionano. Se prepari i tuoi modelli ispirandoti a cose che interpreti come letteratura vera, al tuo filtro passeranno le cose più importanti, l’ossatura di certa letteratura, i sentimenti e la sensibilità dei poeti e degli scrittori che ce l’hanno lasciata. Prendi Dylan. Negli anni si permette di allargare i testi come fossero elastici. Forse Leonard Cohen è stato più bravo ma meno coraggioso, è sempre rimasto nel suo solco. Dylan ha barcollato, caracollato, sperimentato, è stato tutto e il suo contrario… per me è il più grande di tutti, trovamene un altro cosi…

 

Discografia:

2013, cd, “Francesco Di Bella & Ballads Cafè”.
2016, cd, “Nuova Gianturco”.
2018, cd, “‘O diavolo”.

 

 

A cura di Mauro Leone.

3 commenti

  1. Che bella!

  2. Letta tutta d’un fiato… mi aspettavo cose vere e importanti e, come sempre, ci ho trovato di più.

  3. Mi voglio iscrivere al corso
    Come si fa??

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