Chi era José Ortega? Il ricordo del pittore spagnolo nel libro del Dott. Nicola Cobucci.

La prima volta che ho visitato Bosco è stato nell’estate del 2013 durante una visita alla mia famiglia in vacanza a Scario in provincia di Salerno. Mio padre, durante una delle sue escursioni fotografiche, era venuto a conoscenza del piccolo museo dedicato a José García Ortega, artista spagnolo che all’inizio degli anni ’70 aveva iniziato a costruire la sua casa a Bosco, per stabilirvi in seguito la sua dimora. Il giorno dopo il mio arrivo, incuriosito da quella scoperta, mi ci volle condurre per visitare con più attenzione il museo.

Circa un anno fa ho scoperto che nel 2017 il Dott. Nicola Cobucci, pediatra di Bosco e amico di Ortega, aveva scritto e pubblicato un bel libro con il duplice intento di tenere memoria di alcuni episodi della sua amicizia con l’artista e di far conoscere la storia, le opere e i motivi del soggiorno cilentano di Ortega. Decisi quindi di contattarlo ricevendo subito una generosa disponibilità a riparlare di quel periodo. Pochi giorni dopo raggiunsi il dottore in compagnia del mio amico Giorgio.

Dalla piazzetta che si trova sul retro della casa di Ortega si gode la magnifica vista del golfo di Policastro sul versante che si apre su Basilicata e Calabria. Al centro vi è una grande pietra scolpita dall’artista che rappresenta la sagoma del monte Bulgheria, alle cui pendici è situato Bosco. Incamminandoci verso quella che fu l’abitazione dell’artista spagnolo, il Dott. Cobucci inizia a raccontarci una storia ricca di particolari.

Il murale all’ingresso di Bosco.

“Ortega” ci spiega il dottore “era nato ad Arroba de los Montes nel 1921. Nei primi anni ’60 aveva dovuto lasciare la Spagna franchista, dove, per motivi politici, aveva conosciuto anche il carcere. Era stato prima a Parigi e successivamente a Matera, attratto dal paesaggio e da un mondo ancora completamente rurale. Ma al di là di tutto, per indole e curiosità tipica di molti artisti, Ortega non era un albero che metteva radici e stava fermo. Si spostava spesso da Matera per il gusto del viaggio e per esporre i suoi lavori alle mostre. Un giorno fu invitato a Scario da un amico ed ebbe modo di visitare i luoghi circostanti. Uno dei motivi che lo legarono subito a Bosco fu una vicenda storica. Nel luglio del 1828, a seguito di una rivolta antiborbonica, il paese venne interamente dato alle fiamme e reso inabitabile. La similitudine tra la distruzione operata dai Borboni, suoi antenati, e la personale vicenda legata alla persecuzione da parte di Franco lo colpì molto. Il murale formato da 196 maioliche realizzato da Ortega nel 1980 all’ingresso del paese rappresenta quell’evento storico, una piccola Guernica locale. Non fu però l’unico motivo per legarsi a questa terra”.

Subito dopo, il Dott. Cobucci ci apre la porta della casa di Ortega. Entrando non si comprende se quello che stiamo visitando è un atelier, una chiesa o un museo perché ci si ritrova a fare i conti con la summa di tutta la cultura personale dell’artista con elementi mediterranei, spagnoli e arabi. Le bifore all’ingresso ad esempio, messe di traverso, ricordano le chiese rupestri di Matera.

“Allo stesso modo in cui ha realizzato molti altri lavori, come quelli con la carta pesta” continua il dottore “Ortega, per costruirsi casa, ha utilizzato esclusivamente materiali poveri. Il pavimento, ad esempio,  è in cotto semplice e cemento. Il sentimento costante che si respira è la fedeltà ai propri principi: la bellezza, diceva, si può incarnare anche nella semplicità dei materiali e questo era in perfetta sintonia col suo credo sociale e politico”.

Gli interni della casa di José Ortega.

Proseguiamo verso la stanza più grande della casa. Ai piedi della scala che porta al piano superiore, c’è una scultura di una Madonna con bambino. Il dottore vuole subito chiarire un equivoco. “Molti pensano a torto che Ortega fosse solo un marxista. Ma qui però troviamo una Madonna col Cristo e scene bibliche. La religione era parte delle istanze trascendentali presenti in Ortega che danno la misura della spiritualità e del tormento interiore di chi non si è mai appiattito su un solo credo. A proposito di un suo lavoro diceva che per lui la Madonna era la mamma dei diseredati e la dipingeva con in braccio un bambino scheletrito perché potenzialmente già morto. In quest’ottica è da comprendere la sua necessità di veicolare la realtà”.

Nella stessa stanza, su un grande tavolo, è posto il libro su Simon Bolivar, realizzato con il governo boliviano e con la prefazione di Sandro Pertini. All’interno troviamo una serie di opere di Ortega. Il dottore ci tiene a mostrarci l’immagine di un diseredato, inchiodato al terreno, che grida Pan Tierra Libertad. “Ortega realizzava opere singole per venderle, ma faceva anche opere complesse come le venti tavole sulla guerra civile o i Segadores (mietitori). Queste non erano opere destinate al mercato, per le quali impiegava anche quattro o cinque anni di lavoro. L’idealismo e il senso etico dell’artista è sempre stato fuori discussione. Non ha mai celebrato se stesso e non si è preso neanche mai il tempo per catalogare le sue opere.”

Per il Dott. Cobucci il lavoro sui Segadores è un vero racconto pittorico, alla stregua di quello che ha lasciato Carlo Levi con il suo romanzo. La riflessione sul rapporto travagliato tra gli uomini, la terra e il lavoro è l’altro fondamentale motivo dell’amore che Ortega nutriva per questa terra. In un suo quadro, i contadini rappresentati somigliano ai buoi. Sono evidenti i segni delle umiliazioni, del duro lavoro. Le schiene curve, tese come archi da cui un giorno schioccherà la freccia della rivolta o quantomeno la consapevolezza di un possibile mutamento di condizione. Ortega ha continuato qui l’indagine che aveva iniziato da giovane in Spagna, tra i contadini della sua terra. “Non voler leggere in questo modo il suo racconto per immagini” precisa il dottore “significa, a mio parere, perdere una grande occasione”.

In una trattoria di Matera. José Ortega, Carlo Levi e altri amici. Foto di proprietà della famiglia Ortega.

Ci addentriamo nella casa visitando il piano superiore dove si trovano la stanza da letto e un salottino interamente realizzati e arredati dall’artista. Scendiamo poi di due piani dove, quasi intatto, troviamo il laboratorio di Ortega. Sono ancora molte le cose da scoprire sul Pintor. Ci sono vecchi stampi addossati a un muro, cornici, una grande scatola con foto e disegni. Il dottore ci mostra una vecchia foto abbastanza deteriorata dove Ortega è in compagnia di alcuni musicisti e dell’amico poeta Rafael Alberti, che venne più di una volta a fargli visita a Bosco. Da qualche parte spunta un libro di Kafka. Nella biblioteca privata ci sono molti cataloghi d’arte e libri su Matera.

“Quando giunse a Bosco” prosegue il dottore “in pochi sapevano chi fosse. Un giorno, per il semplice fatto che le nostre proprietà confinavano, mi chiese di vendergli una piccola parte di terra con un ulivo per ampliare di poco il suo giardino. Mi disse che l’avrebbe pagata anche più del suo valore. In quella richiesta era chiara una necessità più profonda. Ortega voleva sentirsi a casa ed avere di nuovo un contatto diretto con la terra. Quando chiudemmo il contratto, gli feci capire che non avrei voluto nessun compenso. In quell’occasione mi disse che un giorno mi avrebbe ripagato molto di più. Passarono circa dieci anni e un giorno mi fece portare a casa un suo quadro, Le raccoglitrici di ulivo. Dopo qualche minuto giunse anche lui. Dietro al quadro aveva scritto ‘se oggi mi dessi il doppio di quello che mi desti allora, non avrebbe lo stesso valore di quello che allora mi regalasti senza neanche conoscermi’ “.

Museo Ortega.

Il libro realizzato dal Dott. Cobucci si apre con una introduzione seguita da uno scritto sul contesto storico-politico della Spagna negli anni di Ortega. Vi sono poi i ricordi personali dell’autore, la cronaca (pubblicata sulla rivista Tempo nel dicembre 1976) del rientro di Ortega in Spagna a un anno dalla morte di Franco e un testo critico di Gianfranco Bruno edito da Vallecchi. Molte le riproduzioni fotografiche dei suoi lavori: dai Segadores alle Raccoglitrici d’ulivi, il Decalogo della democrazia spagnola e alcuni scritti dell’artista. Tra i vari episodi il dottore ci racconta anche di come Ortega amasse trascorrere molto tempo sotto il Bulgheria, per osservare le ginestre e prendere spunto per i vari toni di giallo che voleva realizzare. Aveva anche invitato gli abitanti del luogo a considerare la possibilità di tinteggiare le loro case con le varie sfumature di grigio che il Bulgheria rimanda quando è colpito da una particolare luce. Il tutto per creare un’armonia tra il paesaggio naturale e l’ambiente in cui vivevano. Aveva uno spirito contadino e la raffinatezza e la cultura dell’artista.

“Il suo volto, la sua espressività erano magnetiche. Mi diceva che ero un borghese perché non ero mai riuscito a dargli il tu. Nell’ultimo periodo, quando si ammalò gravemente, sono stato anche il suo medico personale. Amava discorrere mischiando espressioni in italiano francese e spagnolo. Sono state molte le serate passate a conversare davanti al focolare dove poi lo lasciavamo a trascorrere la notte mentre, con altri amici, lasciavamo la casa.”

José Ortega (in alto a sinistra), Rafael Alberti (in basso a sinistra) con amici e musicisti. Foto di proprietà della famiglia Ortega.

C’è un ultimo episodio che il dottore tiene a raccontare e che illustra ancora più in profondità il rapporto che ha avuto con Ortega e quello che Ortega aveva con l’arte.

“Quando morì mio padre, durante la veglia notturna, venne a trovarmi con un piccolo modellino di una cappella che aveva pensato di costruire per la sepoltura. Nello stato in cui ero non riuscii a prestargli molta attenzione ma lui insisteva per spiegarmi i particolari del suo progetto, la forma, le modalità in cui sarebbe entrata la luce ecc. Intorno alle cinque del mattino ritornò con il modello della cappella completamente finito. Quando la costruì realmente, una volta terminati i lavori, lo trovai piangente dietro un albero.  Fu allora che mi spiegò che quell’opera realizzata per mio padre era il suo modo per onorare anche la memoria della madre che non poté raggiungere in punto di morte poiché la sua casa era presidiata da uomini che lo avrebbero arrestato. Ortega aveva ancora una volta pensato in termini universali: per l’artista il tempo, lo spazio e le distanze non hanno l’importanza che hanno per l’uomo comune. Anche nei simboli che ha utilizzato per la costruzione della cappella c’è la sua particolare visione. Al posto della croce preferì realizzare qualcosa che gli somigliasse ma che era più vicina a un quadrifoglio.”

Pochi giorni prima della morte, avvenuta a Parigi il 24 dicembre del 1990, dove era andato per curarsi, Ortega telefona al dottore per dirgli che presto sarebbe tornato e che avrebbe dovuto aiutarlo a piantare dei semi che aveva acquistato in Francia. La risposta fu netta: il dottore gli sconsigliava assolutamente di mettersi in viaggio viste le condizioni in cui si trovava. La reazione di Ortega fu di rabbia e delusione per il fatto che il suo amico non riuscisse a capire la sua necessità di tornare, anche mettendo a rischio la propria vita. Fu l’ultima volta che parlarono. Quando il dottore giunse a Parigi per i funerali, Dina, la moglie di Ortega, gli consegnò la busta con i semi di cui gli aveva parlato. Uno dei frutti nati da quei semi è il libro che il dottore ha realizzato e che mi auguro possa essere presto ristampato per riuscire a valorizzare, più di quanto non sia accaduto finora, l’arte e l’impegno civile di José Ortega.

 

A cura di Mauro Leone.

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