Tommaso Capuano

Spesso trascorriamo molte ore insieme a un collega di lavoro senza riuscire ad avere la possibilità di conoscerlo meglio per creare un rapporto più ampio. Di Tommaso sapevo già molto ma incontrarci a casa sua, nella piccola stanza dove si rifugia per lavorare alla sua musica, ha dato a entrambi la possibilità di aprire un canale che ci ha fatto tornare sulle tracce del suo percorso artistico dai primi anni ’80 ad oggi. Insieme a pochi altri Tommy è stato un’icona della scena salernitana New wave, un vero outsider, dall’abbigliamento ai modi. Parliamo a lungo sorseggiando una birra, guardando video, foto d’epoca, quelle di amici purtroppo prematuramente scomparsi, rileggiamo una sua intervista per la tesi di laurea di Francesco Fecondo, musicista anche lui, sulla New wave a Salerno, che trovo davvero ben fatta e ricca di particolari. Tommy non nasconde un po’ di delusione per il fatto che la musica non sia diventata la parte fondamentale della sua vita e che oggi pare non esserci più quel forte spirito aggregativo e di comunità fatto di incontri e confronti reali e diretti, non solo in ambito artistico.

Sound Box

Allora Tommy, mettiti comodo e raccontarmi tutto quello che hai fatto in ambito musicale.

Sono entrato nel mio primo gruppo intorno al 1982, avrò avuto 15 anni. Già da un po’ di tempo me ne andavo in giro con un look punk frequentando artisti e musicisti.  Un giorno incontrai Maurizio Milione, anche lui all’epoca nel giro punk, che mi propose di cantare nei Wreck Edge (nome che in seguito fu utilizzato da un’altra band). Nel gruppo, oltre a Maurizio alla chitarra c’erano Attilio Zolfanelli al basso e Enzo Bottiglieri alla batteria. Eravamo ispirati principalmente dal punk e poi dalla new wave e iniziammo a scrivere subito pezzi nostri. Non abbiamo mai fatto cover.

Poi  vennero i Ligea, nome tratto dal racconto di Poe, che ebbero vita breve. C’eravamo io, mio fratello Riccardo alla chitarra, Alfonso Lioi al basso, Angelo Melle alla batteria e Maurizio Martinucci alle tastiere che in seguito si trasferì ad Amsterdam entrando a far parte dei Clock DVA.

Poi, intorno al 1983, sono nati i Wig Wam, sempre con Maurizio Milione alla chitarra ma con Antonio Cataldo al basso e Peppe Citro alla batteria. Ricordo un concerto organizzato dagli Spleen Fix al teatro Augusteo dove suonammo con gli stessi Spleen Fix e i Voices. Il concerto fu anche registrato dal service che era di Roma. Credo che lo abbiamo anche venduto in giro, a nostra insaputa. Quella fu probabilmente l’unica registrazione della nostra produzione dell’epoca.

A quel punto avevo voglia di creare un gruppo mio e con amici di scuola, nel 1984, formai i Sound Box. Mi allontanai dal punk che in pochi anni sembrava aver esaurito le sue energie, e anche dalla new wave creando qualcosa che definivo punk-beat. Il gruppo era formato da Gianluca Montuori alla chitarra,  Biagio Caravano al basso, Angelo Melle alla batteria e Mariagrazia Cincione alle tastiere. Ricordo che per andare in sala prove facevo viaggi di un’ora con il bus e magari al ritorno restavo in giro per chiudere la serata con gli amici. Ho però anche sempre studiato fino a laureami. Con i Sound Box facemmo un demo su cassetta, tanti live e spesso aprivamo per gli Spleen Fix. Suonavamo anche fuori città ma in realtà allora la scena forte era a Salerno, in molti la chiamavano la piccola Londra, e quindi il pubblico veniva qui per ascoltare musica.

Dopo quell’esperienza me ne andai proprio a Londra restandoci dal 1986 al 1988. Lì suonai con alcuni ragazzi ma senza concludere molto.

Quando tornai, anche se la scena new wave stava morendo, riformai i Sound Box. Iniziai a suonare anche la chitarra, una Gherson modello Les Paul, imitazione Gibson, decorata e personalizzata da me a mano, una chitarra italiana con pick up Di Marzio, ho sempre usato quella. Del  gruppo facevano parte ancora Biagio Caravano che suonava la chitarra, Gianni Infante al basso e iniziammo a utilizzare una batteria elettronica. Ci arrivarono anche proposte discografiche che rifiutammo. Partecipammo a un contest vincendo una registrazione con la Cgd, casa discografica importante in quel periodo, ma perdemmo  anche quell’occasione dando la possibilità ai Vartsava di Chicco Vespiano, che arrivarono secondi, di registrare al posto nostro.

Poco dopo i Sound Box si sciolsero. Biagio Caravano intanto era entrato nel mondo della danza.

Negli anni ’90 non suonai molto. Ricordo qualche collaborazione con i MegaGlobalSonicKarma, alcuni concerti all’asilo politico e a un raduno di motociclisti.

Con i Nude invece iniziammo intorno al 1999 suonando fino al 2016, quando morì Antonio, il bassista. La band era già formata ma mancava il cantante. Feci un provino e lo stesso Antonio disse che andavo bene perché sembravo un inglese e cantavo bene. Del gruppo facevano parte anche Fabio Calluori alla chitarra, Nicola Calluori alla batteria e Sergio Duccilli alle tastiere. I ragazzi avevano solo abbozzato alcuni brani che concretizzammo subito dopo il mio ingresso. Facemmo  un demo e un’etichetta, la Radar, ci mise sotto contratto. Nel 2000 uscì il disco “Cities and Faces” preceduto dal singolo “Transistor Fate” che ebbe molto successo. Iniziammo a suonare in giro e ci fu proposto anche di andare in Messico e negli Stati uniti ma poi non se ne fece niente. Per un periodo ho collaborato anche con i Lef alle tastiere quando stavano realizzando il loro primo disco.

Nel 2016 ho conosciuto Marco Cozza e insieme abbiamo formato i Costume (pop, elettronica, dance) realizzando due dischi e collaborando anche con musicisti stranieri. Nel gruppo io canto e uso i sintetizzatori mentre Marco si occupa delle programmazioni al computer.

Nude

Mi interessa sempre molto sapere com’era l’ambiente musicale in cui sono cresciuti i musicisti e di come l’hanno vissuto. Vuoi iniziare parlandomi di una delle esperienze più belle che hai fatto?

Con i Sound Box, dopo esserci riuniti, partimmo per un mini tour in Inghilterra. Tra le varie esibizioni aprimmo a Reading un concerto dei The Dogs D’Amour, gruppo rockettaro, abbastanza in voga allora. Quando rientrammo accadde davvero una bella cosa: avevamo da poco fatto un live alla villa comunale di Salerno e un consigliere comunale ci propose di partire per un tour in Unione Sovietica insieme ad un gruppo Jazz.  Gli piaceva la nostra musica e pensò che era giusto esportare anche un altro tipo di musica oltre al Jazz.

Andammo a Mosca, Volgograd e Kazan. Viaggiavamo e alloggiavamo su una nave che risaliva il Volga facendo tappe nelle varie città. La sera suonavamo circondati da fan che chiedevano autografi sulle magliette e sulle braccia. Al tour partecipammo io, Biagio Caravano e un bassista che si chiamava Umberto, in sostituzione di Gianni Infante che si era infortunato.  Avevamo camerini con pianoforte a coda e ci arrivavano fasci di rose a fine concerto. Viaggiavamo con un gruppo di coro da chiesa inglese, un gruppo olandese di new wave e uno tedesco di rock ‘n’roll e ci esibivamo uno dopo l’altro tutte le sere. Se non sbaglio fu tutto organizzato da Raisa Gorbachev.

Ma tornando all’ambiente salernitano io frequentavo il gruppo punk a lungomare, anche se presto mi stancai di quel genere appassionandomi alla new wave che aveva un sound più evoluto, anche come immagine, perché allora era fondamentale e le band curavano molto questo aspetto.

Nonostante fossimo giovani scrivevamo i nostri pezzi perché il punk ci aveva insegnato ad essere diretti, suonavamo quello che ci piaceva, e soprattutto suonavamo quello che volevamo sentire e non c’era ancora, quindi dovevamo crearlo. Per quanto riguarda i testi ho sempre scritto lasciandomi attrarre da ciò che osservavo e che mi accadeva intorno. Sempre testi in inglese. Ho provato in italiano ma con l’inglese trovavo sempre la mia musicalità. In fase compositiva ho sempre prediletto la forma canzone classica: strofa, ritornello, bridge.

C’era un bel movimento artistico di graffitari e dj. Al New Panda, locale del centro storico che in seguito cambiò spesso nome, riconosciuto addirittura all’estero come centro aggregativo di tendenza, si facevano sempre dei grandi live con gruppi provenienti da vari contesti. Il sabato sera era molto frequentato e se non c’era un live si ballava a ritmo della musica selezionata dai migliori dj dell’epoca.  Avevamo un atteggiamento da star e ci trattavano cosi.

Come ti dicevo, la sera ci si ritrovava sul lungomare. C’era la panchina punk di fronte al bar Nettuno e quella new wave subito dopo il bar Nazionale, a distanza di venti metri l’una dall’altra. Poi dai punk sono venuti fuori i dark e i gruppi ghotic. C’era un po’ di snobismo da parte dei punk, e anche se le distanze erano concrete, provavamo sempre a confrontarci. Sul lungomare trovavi tutti ragazzi che si erano realizzati da sé abiti, look e le creste. I vestiti, ad esempio, te li facevi a casa o da qualche zia che era sarta. Nei negozi non trovavi niente di quello che poteva fare al caso tuo. Se andavi da un parrucchiere non riusciva a capire quello che volevi. Un giorno decisi di farmi una tinta con un colore che usavano le donne, color rosso mogano. Quando uscii per strada, stiamo parlando sempre dei primi anni ’80, si fermò il traffico.

Internet non c’era e forse non serviva, era tutto un sentito dire, qualcuno era stato a Londra e raccontava quello che aveva visto e sentito oppure si cercavano notizie nelle riviste. Ricordo che una sera, ero ancora un ragazzino, in televisione trasmisero un servizio sulla scena punk londinese e capii che c’era un altro mondo. Era uno dei primi servizi su ciò che era accaduto a Londra qualche anno prima e sulla scia che aveva prodotto.

Anche nelle altre città era arrivato il punk ma ti dico che Salerno aveva una gran bella scena. Gli Spleen Fix avevano  un grande fascino, erano glam, avevano presenza scenica. Forse se avessero cantato in italiano avrebbero fatto una gran carriera, i loro concerti erano vere e proprie performance. Una volta in una scuola suonarono senza palco proprio in mezzo al pubblico. Fu magnifico. In un’altra occasione andammo insieme a Napoli a vedere i Siouxsie and the Banshees e molti ragazzi del posto ci riconobbero come quelli della scena salernitana. Ricordo gente  venuta da Los Angeles che rimase sorpresa dall’ambiente. Certo c’era anche chi veniva per il grande spaccio di droga che c’era in città, forse più che a Napoli, anche a livello qualitativo.

Qualche volta mi è capitato anche di leggere articoli di giornalisti più attenti che si interessavano alla nostra realtà. Si condividevano molte cose insieme e l’ambiente era abbastanza eterogeneo. Ricordo che ci frequentò un ragazzo che stava cambiando sesso e con noi stava bene mentre altrove aveva difficoltà. Il più stravagante ero io e qualcun altro. Avevo sempre abiti di seconda mano trasformati. I più ricercati nel look erano Michele Di Stefano , Michele Anzolin, Dario Montoro e Antonio Cataldo. C’era qualcuno di estrazione sociale un po’ più alta ma fondamentalmente eravamo tra di noi, quelli “problematici”, era l’ambiente che ci eravamo creati. In molti hanno esagerato e sono finiti in comunità o in carcere o peggio.

La città  in quegli anni era spettrale e cupa. Il terremoto l’aveva resa più oscura e fredda. Condividevi spesso gli spazi con spacciatori o col tossico che si drogava a due metri di distanza e trovavi prostitute in vari angoli della città.

Lentamente poi l’ambiente si sfaldò. A inizio anni ’90 venne fuori il grunge che provò a ripetere la scena di inizio anni ’80 ma non con la stessa determinazione.

Oggi hai una famiglia e due figli. Che parte ha ancora la musica nella tua vita?

Ho capito negli ultimi dieci anni che la musica non poteva essere tutta la mia vita. Quello che negli anni ‘80 ci auguravamo che non accadesse è accaduto e la musica è finita sempre di più in mano alle case discografiche privando gli artisti della propria libertà e genuinità. D’altra parte sono in pochi quelli che resistono. A volte mi sembra che non abbia più senso essere musicisti.

Forse è tutto legato a come viviamo. C’è tanto di tutto, anche di libri ce ne sono tantissimi. Ma non possono essere tutti belli. Forse emerge solo chi può concedersi un certo tipo di promozione mentre chi ha davvero qualcosa di originale da proporre fa fatica a farsi ascoltare.

Sono accaduti anche tanti episodi che mi hanno fatto vedere le cose in modo diverso: su tutte la scomparsa di Antonio, il bassista dei Nude. Comunque mi restano tante esperienze vissute in cui ho creduto e tanti bei ricordi.

Spesso abbiamo avuto recensioni sulle riviste straniere specializzate. Una volta un amico entrò in una discoteca a Milano mentre all’interno la gente ascoltava un nostro pezzo. Oppure è capitato che qualcuno mi chiamasse perché aveva trovato il nostro disco in vendita in un negozio a Goteborg, o in Germania avevano notato una rivista che conteneva una compilation con una nostra canzone. La cosa più strana accadde quando lavoravo alla Ricordi: entrarono due ragazze svedesi e mi chiesero il disco dei Nude. Rimasi così sorpreso che glielo andai a prendere e glielo consegnai senza dire loro che ero il cantante. Magari, chissà, gli avrebbe fatto piacere!

 

Discografia:

2002, cd singolo, Nude, “Transistor Fate”.

2002, cd, Nude, Cities and Faces”.

2013, cd, Nude, “Plastic Planet”.

2014, ep, Costume, “Faberooni”.

2016, cd, Costume, “Costume”.

 

 

A cura di Mauro Leone.

4 commenti

  1. Mio caro Tommaso sei una persona ed un musicista elegante e raffinato…un abbraccio BB

  2. Mi ricordo di te alle scuole superiori.Bellissimo ed inavvicinabile

  3. Grandi Tommaso e Mauro! Mi avete fatto rivivere un periodo, quello degli anni 80 che ho vissuto solo da spettatore marginale (forse perché troppo piccolo e troppo borghese) ma che ricordo molto bene! Bella la definizione della salerno post terremoto, cupa e spettrale ma forse paradossalmente più viva e sicuramente più vera!
    Complimenti a Tommaso poi perché ha inseguito sempre il suo sogno e la sua passione e soprattutto perché nonostante in quegli anni era molto facile oltrepassare la linea del confine, è stato in grado di capire quando era il momento di fermarsi, pur vivendo appieno la vita di quegli anni.
    Nessun rimpianto Tommy ma la felicità di poter godere ancora di quei ricordi!
    Vi abbraccio

  4. My old friend Tommy Box! About time you came back to London x auguri x

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