Giuseppe Caprara

Quando Peppe torna in città non manca mai l’occasione per incontrarsi. Si parla di musica certo, ma non solo. Le passioni e le curiosità col tempo sono aumentate. Qualche volta è anche capitato, con grande gioia, di suonare insieme i suoi pezzi in qualche club. Peppe è uno di quegli amici che sa stare in ascolto, assorbe tanto, lavora, impara e fa progressi fino a quando, a un certo punto della sua vita, salta al posto di guida dicendo agli amici “da questa parte, ho qualcosa da farvi ascoltare”. La musica è protagonista sempre: quando lo contatto per definire gli ultimi dettagli della conversazione lui mi manda una foto mentre, insieme a sua moglie Miriam, si prepara ad assistere a un concerto di Dylan. Gli scrivo che non ci sarà più bisogno di pubblicare le domande che gli avevo fatto… ha trasformato le sue risposte in un vero e proprio racconto entrando pienamente in sintonia con le sue emozioni…  

PROLOGO

Tutta colpa di Kerouac. Pomeriggi a botta di Azzurro e Pirandello, la canicola di Luglio, panini con il tonno, cartoni animati e ghiaccioli. Esplorando casa, il volume era lí, copertina in pelle verde, Selezione Reader’s Digest, tra Dos Passos (tentativo fallito 1) e Faulkner (tentativo fallito 2, quasi abbandono).

“Sal, we gotta go and never stop going ‘till we get there.’
‘Where we going, man?’
‘I don’t know but we gotta go.”

COSÌ TUTTO EBBE INIZIO

Fino a quel momento ero stato il passeggero del sedile “di dietro”, peso piuma ed acuto osservatore, però soprattutto acerrimo ascoltatore dell’altoparlante posteriore sinistro, dal quale suonavano i classici degli anni sessanta, Jimmy Fontana, Nico Fidenco, Petula Clark (che mi faceva venire la malinconia, come ancora oggi), Roy Orbison, Little Richard e Elvis. Il re. Il rock’n’roll. Al di fuori di Elvis, tutto era possibile, c’era il country, il gospel e addirittura il jazz, però se si parlava di rock’n’roll, esisteva solo Elvis, James Dean e American Graffiti.

Credo che i miei genitori volessero proteggermi dalla violenza e dal terrore degli anni di piombo, cosicché a 11 anni ero cresciuto fuori dagli estremismi ed ero un piccolo Nick Lowe in potenza, con il mio “runaway american dream” intatto: l’immagine delle foto in bianco e nero di mio padre che cantava (sembra una canzone francese) e mio fratello, il gran protagonista, con la sua chitarra e il kazoo.

NON ERO PRONTO, MA DOVEVO ANDARE

Le idee erano alquanto nebulose. Sognavo con un basso. Mi piaceva Jovanotti ed ero innamorato di Madonna. Cominciai con le lezioni “dal maestro Marra” – sembra che fosse di moda a quel tempo – a parte lui si conosceva la Polymusic di “quelli del centro” e il tabù Mumble Rumble. Un giorno dissi a mia madre “La musica mi piace molto e non vorrei mai lasciarla. Vorrei andare a lezione al Mumble Rumble”. Fu il silenzio. Credo fosse la prima volta che pronunciavo Mumble Rumble in casa. Doveva essere come dire “ho visto Satana” oppure “abbandono la scuola” o iniziare a parlare repentinamente in russo (cosa che all’epoca accadde, almeno secondo Telecolore). Mia madre, che ha sempre appoggiato le mie scelte, disse semplicemente “Va bene, però ti accompagno”.

Ricordo Peppe Zinicola con la coda di cavallo e una Ibanez rossa che parlava di Hendrix e della sua influenza sul blues dei Pink Floyd, un giovanissimo Peppe Lepore, il mio maestro, che cercava di tranquillizzare mia madre “Signora, ma non succederà niente” e lei che comunque mi aspettava fuori mentre facevo lezione, e poi il sabato di teoria musicale con Roberto Marino, attraverso il quale conobbi Stravinsky, le voci bulgare, i Genesis e Frank Zappa, e la musica d’insieme con Angelo Mutarelli che scriveva le partiture, Gianni Ventre che mi insegnò a fare i cori su Gimme Some Lovin’ e che sverniciò la sua Stratocaster perchè così aveva “un suono più free”.

Peppe Lepore aveva un cane chiamato Jaco, dal quale ero terrorizzato. Mi parlò di Pastorius, dei Weather Report, di Bach e poi di Charlie Parker e del BeBop.

Stefano Giuliano e Gerry Popolo mi ricordavano vagamente personaggi de I Sotterranei.

Un giorno ero a lezione ed entrò un tipo allegro e con gli occhi svegli, salutò affettuosamente Peppe e gli chiese se conoscesse un bassista disponibile per il suo nuovo progetto Blues. Avevo quasi 13 anni ed il mio primo gruppo: la Lone Blues Band. Indimenticabili. Peppe Gianfredi alla chitarra, Franco Frezza alle tastiere e Roberto Petrone alla batteria e voce. Esordii al Fabula di via Porto numero 1. Prima di allora credo di non essere mai stato in via Porto in vita mia. Mi accompagnò mio fratello Sandro, poco più che diciottenne, che portò il nuovo acquisto di famiglia, una fiammante videocamera, per registrare l’esordio. Non ho mai rivisto quel video.

Con la Lone Blues Band, e grazie al talento commerciale di Roberto, abbiamo suonato praticamente in tutti i locali  esistenti all’epoca tra Sarno e Vallo della Lucania. Era un “neverending tour” di blues, gestori incompetenti, pubblico riconoscente e il momento rituale di ogni evento: un panino impossibile con almeno sette ingredienti e la mia unica birra a notte. Tutti i concerti venivano regolarmente pagati, però quello che più mi riempiva era il momento della cena. Mi sentivo una rock star, non avevamo niente di meglio da fare che stare lì a suonare, c’era un pubblico che ci aspettava e addirittura ci offrivano la cena. Roberto aveva l’abilità di vendere lo spettacolo a qualsiasi cliente che gli si offriva a tiro.

Fisciano, un mercoledì di Maggio. Serata di finale di Coppa Campioni. Quella volta, il pubblico non c’era. Il proprietario del locale sperava che venissero dopo la partita. Vennero in cinque, fuori sede e probabilmente fuori corso. Avevamo ingaggiato Pierluca Cartolano poiché Peppe era malato. Roberto disse “suoniamo lo stesso” e ci mettemmo a suonare classici di blues e di rock’n’roll. Fu una bella festa. Uno dei cinque, dopo il concerto, disse a Pierluca ”Tu sei un giovane rock”. Capii che c’era dell’altro oltre al blues.

Per questo, se dicessi che iniziai in una school band, sarebbe una gran balla. A scuola (media) nessuno dei miei amici suonava. Chi suonava magari andava a lezione di piano o violino, ma nessuno aveva una band. Una volta al liceo le cose non migliorarono. I progetti musicali erano alquanto aleatori e sconclusionati. Tutto suonava male. Però sapevo che si poteva fare. Ebbi la fortuna di cominciare nella stessa classe con Daniele De Luca, allievo di Felice Marino e grande appassionato di Jazz e Fusion. Nel frattempo Peppe Lepore si era trasferito a New York, così iniziai anche a studiare contrabbasso al Conservatorio.

Con Daniele, chiamammo due chitarristi che avevo conosciuto al Mumble Rumble: Giampiero Arminio e Marco Leo. Le prove erano a casa di Daniele. La casa di Daniele era un appartamento al terzo piano in via Trento. Fortunatamente per i vicini avevamo solo due ampli da 10W, nei quali, grazie ai doppi spinotti Jack di CISA, riuscivamo a connettere due chitarre, il basso e 2 microfoni. Era dannatamente divertente, ma comunque proseguivo con la Lone Blues Band.

Ci vollero tre anni di liceo per avere la prima band consistente, e dovemmo ricorrere a Corrado Retico alla chitarra al posto di Marco per il concerto d’Istituto. L’anno seguente fu Giampiero a dare buca e così contattammo Enzo De Tommaso. Nacquero i Dreams. Dopo la maturità Marco si trasferì a Napoli ed il gruppo si sciolse. Un giorno di quella stessa estate suonò il telefono di casa. Era Lello Dell’Anna, con il quale nacque un gruppo dalla vita breve chiamato Luckies. Adesso invece aveva la Travelin’ Band: Lello, Enzo, Daniele ed io.

La mia avventura con la Travelin’ cominciò con il Festival Rock di Sant’Angelo Le Fratte (PZ). Sulla via del ritorno, al bivio di Sicignano, la Guardia di Finanza ci fermò per un controllo ed alla domanda “Chi siete?” Daniele rispose: “Siamo i Travelin’ Band!”. Avremmo fatto un bel pezzo di strada insieme.

ERAVAMO PRONTI PER LASCIARE IL NIDO, OVVERO LA CAMERETTA DI DANIELE. AVREMMO AFFITTATO UNA SALA PROVE (NATURALMENTE AD ORE)

Rione Zevi, a’ Ciampa ‘e cavallo, probabilmente estate 1994, caldo infernale. Travelin’ Band era una delle band prescelte per animare “la vita dei quartieri” (che poi, non sono tutti quartieri?). Tra montaggi vari e lo scetticismo dei presenti eravamo lì tipo dalle cinque di pomeriggio. Cominciammo a suonare: silenzio. Poi un pezzo dei Creedence, venne a seguire il rock’n’roll. Si riempì la piazza! Lello chiese dell’acqua. Arrivò di tutto, incluso un fiasco di vino, un panino con la parmigiana ed uno con la milza.

Marina di Camerota, autunno – Elvis Fan Club (vero o presunto). Preparammo un omaggio a Elvis Presley. Andai con mio padre. Naturalmente ascoltammo Elvis durate tutto il tragitto. Non era solito venire ai concerti, per cui passammo il viaggio raccontando aneddoti dei miei e dei suoi concerti. Fu meraviglioso. Era un ottimo fotografo, abbiamo delle foto bellissime di quella notte, nessuna con lui.

Poi la Travelin’ Band si sciolse, come si era sciolta la Lone Blues Band e milioni di altre band nel mondo da quando esiste la musica. Con Enzo realizzammo un progetto indie chiamato Diners, con tutti pezzi originali. Ci sono state molte belle collaborazioni, con Luca Leone, per esempio, che voleva registrare tutto e scriveva dei bei testi.

Ma sì, tutto giusto per suonare, ossia le peggiori ragioni per formare un gruppo: ozio, un po’ di esibizionismo, magari voglia di socializzare.

Avevamo voglia ma non una visione, ne’ organizzazione, neppure una bozza di un piano, figurati un obiettivo. Improvvisazione pura, ma non Jazz. Qualsiasi cosa era più importante che suonare: andare a un concerto, fare la spesa o la palestra. I problemi che puoi avere intorno ai vent’anni anni in Europa normalmente sono cazzate.

Poi mio padre fu operato al cuore. Era finita l’infanzia. Avevo fatto un anno d’Erasmus ed ero laureato.

Arrivai in Spagna in pieno boom economico. Avevo sentito parlare degli anni ’60 in Italia, in cui tutti o quasi, grazie al lavoro, potevano permettersi una televisione e una Cinquecento. L’Italia prima di Fantozzi.

Effettivamente, in Spagna nel 2002 tutti o quasi, potevano permettersi un cellulare caro e una BMW. Io vivevo a Barcellona, in una casa di fuori sede dietro la Boqueria con una squatter, una naziskin e sua sorella studentessa di medicina, un neo anarchico e un gatto persiano. Una mattina passeggiando vidi un tipo con una strato che suonava pezzi di S.R. Vaughan per strada solo con un batterista. Gli chiesi se cercasse un bassista. Si trattava di Demian Domínguez, un fuoriclasse sul palco e nella vita. Ero tornato al Blues. Demian è un guitar hero che ha suonato con Bernard Allison ed è stato anche al New Orleans Fest, il tutto chiaramente senza di me, e adesso gira l’Europa con il suo trio, però posso dire con orgoglio che ogni volta che viene a Valencia, dove adesso vivo, rimane a pranzo da me e poi mi invita al suo concerto.

Valencia è un posto musicalmente interessante, direi di frontiera, con la più alta concentrazione di band musicali per metro quadrato al mondo, un repertorio importante di musica popolare, c’è la dolçaina che è uguale a una ciaramella, fu la culla dell’house negli anni ’90, prima di Ibiza, e poi ci sono tribù musicali di ogni tipo, con prevalenza per il garage e il rock-a-billy. Inoltre ci vive Josh Rouse e un altro mucchio di artisti. Edmundo Ros morí a Xàbia che è un paesino qui al Sud e pure Gene Anthony Ray (Leroy di “Fame”) passava l’estate da queste parti.

Mi ritrovai a suonare in gruppo di Surf strumentale, Los Blue Marinos, con i quali ho registrato un disco nel 2014, Off the Lip, prodotto ed editato in vinile da Rufus Recordings.

Iniziavo ad accumulare esperienze sufficienti per poter raccontare qualcosa. Era il momento di avere la mia band. C’era sempre l’idea di riunire la Travelin’ originale, ma non è mai stato possibile neppure occasionalmente. Cosicché quando ho formato il gruppo a Valencia, con il permesso di tutti, ho ripreso il nome aggiungendogli “the great” davanti.

Nasce così The great Travelin’ Band, con cui ho all’attivo due dischi, l’EP Meet the Travelins (2014) ed il disco Night! (2016). Il nome nuovo include “great” anche perché in fondo siamo una grande famiglia. Spirito pub rock, post-vintage, tutti pezzi originali scritti da me e alcune cover, abbiamo un mucchio di collaborazioni con musicisti della scena locale Valenciana e internazionale. Quando Enzo si trova in Spagna, a volte viene a suonare con noi.

Nel 2008 c’è stata una forte crisi economica e siamo arrivati ad avere un 25% di disoccupazione. Le BMW erano in svendita, i politici trasferivano i propri capitali all’estero. Ma in Spagna la “fiesta” è sacra, il pubblico si diverte.

Esplose il fenomeno festival, con 60€ vedevi 12 concerti.

La musica non è in mano ai critici e agli intellettuali. Solo a Valencia ci sono almeno 50 studi di registrazione, e se ti organizzi bene in un fine settimana registri un disco con poche centinaia di euro. Ci sono capannoni dove puoi affittare un locale tutto tuo, lasciare gli ampli e provare. I ragazzini editano 45 giri in vinile. Non ti nascondo che anche qui c’è tutta la paccottiglia indie dei dopolavoristi con barbe, kemper e chitarre care, ma non a scapito dell’underground, quello fatto con l’ampli prestato ed i denti storti, con i pezzi con il ritornello e il disco in vinile, gli adesivi e le magliette ai concerti per pagarsi la registrazione successiva.

Poi puoi incontrare Rick Astley in un karaoke o farti una birra con Charlie Sexton, comunque in generale se te la tiri è perché sei fuori dal giro e magari ti metti a suonare indie.

Le cose migliori nascono da iniziative private. Grazie al video di un soundcheck dei TGTB in cui suonavo Growin’ Up, mi contattò un tipo di Barcellona che, nel suo paesino natale, organizza un festival dedicato a Bruce Springsteen. Risulta che il paesino si chiami Peralejos de las Truchas, e sta nella zona meno popolata della Spagna, l’Alto Tajo, detto anche la Lapponia Spagnola. Il paese ha 156 abitanti dei quali solo 4 ventenni.  La storia è curiosa, lo stesso Springsteen chiese “What’s Peralejos” vedendo un cartello in un suo concerto a Madrid. Si da il caso che l’unico giradischi del paese fosse del figlio del proprietario del bar della piazza, che lo lasciò in eredità forzata al paese insieme ai dischi di Springsteen quando morì in un incidente stradale. Di 156, almeno 125 conoscono The River a memoria. Dal 2015 si celebra lì il festival Greetings from Peralejos (tre giorni di pace, amore e Bruce Springsteen). Nel 2016 il Boss è diventato cittadino onorario con tanto di consegna della placca da parte del sindaco. Nelle due scorse edizioni ho partecipato con il duo Darkness, omaggio a Bruce. Ci sarò anche nella prossima.

EPILOGO

Ho perdonato Kerouac. Sto cercando di chiudere il cerchio studiando chitarra swing. Ho due dischi pronti per essere registrati e un progetto di exótica in vista. Sto ancora imparando a prendermi cura di me e degli altri. Scrivo canzoni ed a volte escono anche bene. I’m working on a dream.

 

A cura di Mauro Leone.

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