Raffaello Dell’Anna

C’è stato un periodo in cui con Lello ci siamo frequentati spesso. Andavamo ai concerti, al mare o facevamo lunghe passeggiate pomeridiane parlando di musica e di tutto quello che allora ci interessava. Molte volte l’ho seguito durante i concerti dei Travelin’ band, il gruppo che aveva creato insieme ad altri amici comuni. Fu però nell’estate del 1996, quando andammo a Pistoia per il Festival Blues, che compresi davvero la capacità di coinvolgimento che aveva quando cantava. In attesa del concerto trascorremmo il pomeriggio in un parco dove in molti attendevano di ascoltare alcuni dei nomi più importanti del panorama musicale internazionale. Quell’edizione fu davvero speciale: c’era Dylan, Santana, Peter Green che tornava sulla scena con John Mayall, Robben Ford, i Phish, Joe Ely e tanti altri. Avevamo con noi una chitarra acustica e quando Lello, accovacciato sotto un albero, iniziò a cantare pezzi di Dylan, Springsteen e dei Creedence, decine di ragazzi, rapiti dalla potenza della sua voce, lentamente sciamarono verso di noi per quella che fu un vera e propria anteprima del concerto che si sarebbe tenuto di lì a poco.

Vorrei che facessi un bel salto nel passato per raccontarmi della tua passione per la musica e di come hai iniziato a cantare.

Oh, finalmente ci siamo riusciti!

Ora posso dirtelo e forse lo sai già, visto che di musica e di vita ne abbiamo parlato tantissime volte insieme: la musica mi ha accompagnato sin dalla culla. Ho sempre avuto una predisposizione al canto sin da quando ero bambino, qualsiasi suono uscisse da una radio, uno stereo, un jukebox, provavo a cantarlo, e stranamente ci riuscivo. Devo sicuramente questa attitudine a mio padre che aveva una voce da tenore. La musica si è insinuata nella mia vita nella cornice salernitana in cui siamo cresciuti. Ricordo i primi anni ’80, post terremoto, quando frequentavo la quinta elementare e con la scuola resa inagibile eravamo costretti a fare i doppi turni nell’istituto di via Corenzio. Quando rientravo a piedi a casa, due erano gli appuntamenti fissi lungo il tragitto: il primo era sotto le finestre del Mumble Rumble dalle quali usciva musica in continuazione blues, jazz, rock. Chitarre elettriche che svisavano, assoli eterei di sax, ritmi di cassa e rullante che marciavano a base di shuffle e swing e giri di basso che producevano un groove unico. Il secondo appuntamento, qualche metro più avanti, era con una signora che il pomeriggio amava alzare il gomito, affacciarsi al balcone e urlare contro chiunque insulti o improperi di ogni genere. I due eventi di sicuro non erano concatenati, ma fatto sta che da bambino mi chiedevo come fosse possibile che quella musica bellissima che usciva da quel posto potesse convivere con le urla assordanti della signora a pochissimi metri. Beh, dopo qualche anno avrei scoperto che una bottiglia di bourbon e il blues erano il connubio perfetto per cancellare i problemi, quindi il cerchio si chiudeva. Quel cerchio si chiudeva al Mumble Rumble, il mio crocicchiolo di Pastena tra via Corenzio e via Loria.

Ho iniziato a suonare la chitarra più per imposizione genitoriale, per fortuna mia madre aveva notato che ogni volta che c’era della musica provavo a cantare o ad interagire con essa. Però ti giuro ogni volta che dovevo suonare un brano di musica classica mi sentivo obbligato, costretto a fare qualcosa che non mi piaceva. Io volevo fare quello che faceva Elvis, Bruce (a cui potrei dedicare un capitolo intero) o gli Stones, insomma volevo esprimermi, tirare fuori tutto quello che avevo dentro e non riuscivo a farlo semplicemente arpeggiando qualche classico di Segovia!

Nell’era pre-internet, leggevamo il Mucchio Selvaggio, il Buscadero, Rumore, andavamo da Disclan o DooDah per capire che disco ascoltare. Se non avevi in casa i soldi o un amico che leggeva Guitars Club o Tutto Chitarre, non avresti mai saputo che pick up montava la chitarra del tuo guitar hero (e non parlo del gioco!). C’era tanto da documentarsi e senza sosta, con il piacere della ricerca e la gioia della scoperta. Trafficavamo cassette e la condivisione allora consisteva nel duplicare un LP o un cd nuovo per restituire il favore all’amico che l’aveva fatto prima di te.

Ho deciso che da grande sarei stato un musicista quando ho ascoltato per la prima volta una cover di Jimmy Cliff, Trapped, suonata da Springsteen e dalla E Street Band (sul lato B del disco We are the World). Intorno ai 13/14 anni ogni sabato o domenica che si rispetti io, mio fratello Antonio e Enzo (Vincenzo De Tommaso) ci incontravamo a casa dei miei e suonavamo e registravamo su un magia-nastri pezzi di John Lennon, Springsteen, Richie Valens, U2 etc… per la gioia dei miei genitori e dei nostri vicini. Pagherei per riprendere in mano quelle registrazioni fatte di voce acerbe con controcanti e accordi stonati. Ma la vera svolta fu quando Enzo si presentò a casa con un Ampli della Crate e una Strato! Il suono che usciva fu folgorante, o forse sarebbe meglio dire “assordante”! Ricordo la sensazione di indossare la tracolla e quanto ruppi così tanto le palle a mio padre finché, il 7 dicembre del 1988, in via San Sebastiano a Napoli, da Prina, mi comprò la mia Fender Telecaster colore sunburst con white binding e un ampli Fender. È stato uno dei giorni più belli della mia vita!

Come molti altri ragazzi che iniziavano a suonare anche voi avete dovuto cercare un luogo dove poter mettere alla prova la vostra musica e confrontarvi con altri musicisti.  

Esatto. A un certo punto divenne impossibile suonare tra mura domestiche con due chitarre elettriche e un Organo Yamaha con batteria campionata e amplificata. Quando cercammo uno spazio per suonare senza sosta fu naturale creare al Mumble Rumble la nostra nuova casa.

Lì incontrai Peppe Zinicola, per me è stato più che un maestro, è stato un “padre”, posso definirlo il mio “padre spirituale del blues”. Mi ha dato tantissimi consigli mi ha fatto scoprire delle band che non conoscevo, mi ha fatto amare cantanti e capire le sfumature della loro voci insomma ogni lezione e ogni volta che parlavamo e ci confrontavamo mi portavo a casa qualche perla da custodire e mettere in pratica. Ricordo la mia prima lezione, arrivai con la mia Tele nella sua bella custodia e quando Peppe apri la saracinesca ne uscì un odore che mi rimase in testa: per me, quello è ancora l’odore della musica: legno, metallo, moquette, sigarette lasciate fumare al vento, alcool…allora tutto racchiuso in un unico posto. Alla domanda: “Che musica ti piace?” risposi senza esitare: “ Il Rock’n’Roll!”. Peppe attaccò con il riff di Jailhouse Rock ed io non potei fare a meno di iniziare a cantare senza sosta.

Il Circolo Mumble Rumble era l’unico posto nella zona orientale che poteva trasmettere cultura e diffondere qualcosa di diverso in quel momento storico a Salerno. Pastena e tutta la zona orientale erano un quartiere dissestato e degradato, nessuno spazio per giocare, nessun vero e proprio luogo di incontro, la droga dilagava in ogni angolo e la musica divenne per noi l’energia, la distrazione e la colla per tenerci insieme e lontani da una realtà tosta. Credo che la musica del Mumble e soprattutto le persone che lo frequentavano, Peppe Zinicola, Stefano Giuliano, Peppe Lepore, i fratelli Deidda, Angelo Mutarelli, Giovanni Ventre, i fratelli Gino e Amedeo Ariano, Tony Tedesco, Rocco Vertuccio, Frank Di Bianco, i fratelli Caravano, Bruno Brindisi un giovanissimo e geniale Gianfranco Marziano e tanti altri talenti, erano il tesoro più prezioso che potessi incontrare in quel momento. Erano tutti lì concentrati in quel posto e tu potevi cogliere, imparare, “rubare” qualcosa da un punto di vista musicale. C’era un confronto continuo, uno scambio di opinioni musicali di jam session infinite, insomma potevi suonare ogni singolo giorno della settimana, dopo il liceo, dopo pranzo, dopo cena… esattamente quello che desideravo. La cosa davvero incredibile era che ti trovavi a suonare con dei professionisti che con umiltà ti trasmettevano tantissime energie e stimoli musicali. Se il Mumble Rumble era il nostro luogo di incontro per eccellenza il (Liceo) Severi, era il posto che frequentavamo per studiare. Lì incontrai Peppe Caprara e Daniele De Luca che da lì a pochi anni sarebbero diventati bassista e batterista della nostra band.

Come sono nati i Travelin’ band?

Nell’estate del 1992, finito il liceo, Peppe Zinicola mi diede l’occasione di suonare come special guest nei Ryland, la sua band dell’epoca, in apertura al concerto di B.B. King. Fu un’emozione unica ritrovarsi dietro al palco con tutta la band e con il Re del Blues. Dopo pochi mesi morì mio padre, avevo poco più di 19 anni e credo che la musica sia stata davvero la mia cura. Da anni con Enzo fantasticavamo di suonare in una band nostra, e semplicemente una sera mentre ascoltavamo lo stereo (al solito in continuazione) ci siamo detti. “Facciamolo!”

Il nome “Travelin’ Band” non fu difficile da trovare: suonare rock’n’roll e girare a zonzo, la sintesi perfetta della nostra musica il Roots Rock, prendeva spunto da un brano dei CCR e quando l’abbiamo scelto ci sembrava di vivere il sogno dei Glimmers twins quando avevano scelto il nome della loro band inspirandosi a Muddy Waters. Sicuramente un paragone azzardato, ma sentivamo di avere tra le mani qualcosa di forte.

Ci sentivamo semplicemente inarrestabili. Suonavamo per 2 ore e mezzo con dei brani che non avevano pause e sono certo che, chi conosce il rock’n’roll, sa bene cosa voglia dire, un po’ come una mezza maratona ogni volta che salivamo su un palco. Secondo me il vero vantaggio di quel periodo è stato che tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 a Salerno e provincia ci fu un proliferare di locali che bramavano musica dal vivo. La gente era affamata di musica e effettivamente la città aveva un bella vibe. C’era il Blues Fest che aveva portato in città mostri sacri della musica che adoravamo: Steve Ray Vaughan, Johnny Winter, Eric Burdon e potrei continuare citandone tanti altri, perché fino a prima davvero la cultura si fermava sopra Roma e qualcosa accadeva a Napoli ma niente di così eccezionale.

Queste vibrazioni avevano cambiato anche il volto del centro storico. Spuntavano nuovi locali che attiravano gente dalla provincia e da tutta la regione. Di conseguenza in città c’erano tantissime band, gli amici Dia Libre di Peppe Riccio, i Peanuts di Max Maffia, gli Almanegra di Gianni Ventre e Gino Ariano, i Ryland di Peppe Zinicola, I Green Orange, la band di Dario Montoro, le band New Wave e Metal.  Quantità, ma soprattutto qualità creativa che influenzò l’identità culturale di Salerno in quegli anni, insieme a ognuno di noi.

I miei amici della Travelin’ Band sono Enzo, Peppe Caprara e Daniele De Luca. Abbiamo condiviso sempre una grande sintonia, io, Peppe e Enzo ascoltavamo la stessa musica e ci piacevano gli stessi artisti, Daniele aveva una predilezione per il Jazz ma quando colpiva quel rullante si sentiva nello stomaco. Si trattava forse di semplice chimica, ma quando salivamo sul palco e attaccavamo a suonare la gente saltava sui tavoli e iniziava a ballare e cantare, sembrava una messa Gospel! C’erano pochissime sbavature, pochissime pause tra un brano e l’altro, pensavamo che il nostro concerto dovesse essere un uppercut che dovesse stenderti facendoti arrivare alla fine tanto stanco e sudato quanto noi!

Fu dopo alcuni anni in cui tenevamo due o tre concerti a settimana, che iniziammo a scrivere dei pezzi tutti nostri. Le nostre influenze musicali ruotavano intorno al rock a stelle e strisce e al blues di Robert Johnson, Leadbelly, Woody Guthrie, Hendrix, i Creedence, Dylan, Pete Seeger, Springsteen, Tom Petty, John Mellencamp. Ma anche il rock d’oltre manica diede i suoi effetti. Quando scrivevamo ed entravamo in sala era difficile non trovare qualcosa che richiamasse gli Stones, i Beatles, gli Animals, i Led Zeppelin.

Partecipammo a diverse rassegne sia in Campania che fuori. Nel ‘94 fummo uno dei gruppi spalla del concerto degli Almamegretta al Centro Sociale di Salerno. Abbiamo vinto “Suoni di tutti i colori” che ci diede la possibilità di incidere  due pezzi nostri, “Never forget” e “Don’t run”, finiti poi sul CD “Suoni dal SUD”, è stato davvero un periodo molto intenso e produttivo. Per la prima volta abbiamo suonato all’Arena del Mare e penso che quello sia stato un concerto memorabile per tutti. Ci misuravamo con altre rock band della Campania e sul palco si alternavano band che provenivano dal resto del sud.

Subito dopo cambiò qualcosa. Hai lasciato Salerno ma di certo non hai abbandonato la musica. Con gli altri amici della band avete mai pensato di ritrovarvi per qualche concerto? Credo che a tanti farebbe piacere riascoltarvi.

Dopo partii per il servizio militare e, come Elvis (scherzo), una volta tornato eravamo cambiati noi e gli equilibri della band. Eravamo tutti in un momento di transizione. Io di lì a poco mi sarei trasferito a Dublino e poi a Milano per lavoro e quindi in modo molto naturale la band si sciolse. Io ho continuato a suonare a Milano in band composte, anche senza volerlo, sempre da salernitani doc.

Una reunion? La verità è che non ci siamo mai riusciti. Ci abbiamo provato, ma tornando di rado a Salerno e vivendo in città diverse tra Italia e Spagna, siamo ancora dei Travelin’ dopo 20 anni, ma senza band.

Oggi prediligo la musica Soul, che ho scoperto essere molto in sintonia con ciò che sono oggi. Non tralascio i vecchi classici e anche artisti legati al mondo del rock e sono diventato meno chiuso nell’ascolto. Con le possibilità di accesso alla musica che abbiamo oggi, amo spaziare dall’elettronica alle band indipendenti fino all’hip-pop e al R&B.

Il vantaggio di vivere a Milano è di trovarsi in una città molto attiva, con vasta scelta di concerti e iniziative a cui prendere parte, da un lato o dall’altro dello stage. Senza considerare che in un paio di ore di volo è facile seguire il tuo artista preferito se non atterra sul suolo italico. Oggi per me la musica è come una buona bottiglia di vino, che amo apprezzare e godere spesso a piccoli sorsi. Non suono più come prima, a volte lo faccio da solo a casa, con la mia chitarra acustica e spesso mi sembra di ritornare indietro quando dal balcone della mia camera, guardando la costiera, viaggiavo con la fantasia e sognavo di essere chissà su quale stage. Come direbbe il mio amico Bruce, I’m cool rockin’ daddy in Milan!

 

A cura di Mauro Leone.

2 commenti

  1. Grande Lello! Sempre un emozione sentirvi! A presto.

  2. Bei tempi. Un saluto Lello James the sponge

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