Albert Camus

“Fiotti di sole caduti dal sommo del cielo rimbalzano brutalmente sulla campagna intorno a noi. Tutto tace davanti a questo tumulto e il Lubéron, laggiù, è soltanto un enorme blocco di silenzio che io ascolto senza tregua. Tendo l’orecchio, di lontano corrono verso di me, mi chiamano invisibili amici, la mia gioia aumenta, la stessa di molti anni fa. Un felice enigma mi aiuta di nuovo a capire tutto. Dove sta l’assurdità del mondo? È questo splendore o il ricordo della sua assenza? Con tanto sole nella memoria, come ho potuto puntare sul non-senso? Chi mi è vicino se ne stupisce; anch’io a volte me ne stupisco. Potrei rispondere, e rispondere a me, che proprio il sole mi ci spingeva: la sua luce, a forza d’esser spessa, coagula l’universo e le sue forme in un bagliore oscuro. Ma la cosa si può esprimere diversamente e, davanti a questa luce bianca e nera che per me è sempre stata quella della verità, io vorrei spiegarmi semplicemente a proposito di quell’assurdo che conosco troppo per tollerare che altri ne ragioni senza sfumature. D’altronde il parlarne ci riporterà al sole. Nessun uomo può dire quel ch’egli è. Ma accade che possa dire quel che non è. Si vuole che chi ancora cerca abbia già concluso. Mille voci gli annunciano che cosa ha trovato, e tuttavia egli sa che non è quello. Cercare e lasciar dire? Certo. Ma di tanto in tanto bisogna difendersi. Io non so quel che cerco, lo nomino con prudenza, ritratto, ripeto, avanzo e mi tiro indietro. Nondimeno mi ingiungono di dire i nomi, o il nome, una volta per sempre. Allora io mi impenno; ciò che ha nome non è già perduto? Posso almeno tentare di dire questo.”

A. Camus, L’estate, Opere, Classici Bompiani 2000.

 

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