Il signore del Tempo

Niente è più ingombrante ed incontenibile del Tempo. E lui lo sapeva, raccolse le sue pazienze e le sue abilità come si raccolgono degli straccetti e si mise all’opera. Tanta fretta di terminare nelle sue rigide ossa. Aveva in quei giorni il sapore amaro del limite. Sentiva che non avrebbe mai più osato nella sua vita, almeno per quel poco che gliene restava. Tutto però era avvenuto naturalmente, l’arresa era stata silente. Si era impadronita del corpo liberandolo da alcune capacità, cosi come gliele aveva date nell’adolescenza. Strano come la Vita sia sempre più forte di tutto, di come invada e di come sbaracchi all’improvviso. I suoi piccoli occhi, indeboliti dal mondo conosciuto e vissuto, gli avrebbero concesso la grazia. Era tutto uno svitare, avvitare, incastrare…Il tremore non gli era d’aiuto e più di una volta era stato costretto a tornare al punto di partenza. Ciò nonostante non demordeva perché in realtà ci portiamo sempre dietro, nonostante il passaggio delle stagioni, la furia cieca dell’inconsapevolezza e niente è più fruttuoso di essa.

Vedere quei piccoli ingranaggi addentellati gli fece ricordare quando, intorno ai sei anni, gli erano spuntati i suoi primi incisivi. Erano buffi, grossi rispetto agli altri, con quella cornice ondulata che male si accordava con le estremità lisce ed appaiate degli altri. Ricordò la dolce violenza dell’infanzia e non riuscì a trattenere un sorriso che prepotentemente uscì dalle sue cavità interne come se fosse un singulto. La sua infanzia era sempre stata legata indissolubilmente alla mamma. Il padre, al contrario, era una figura assente e sempre distante. La madre no, era vigile e sempre presente. Era lei che raccoglieva tutto di lui, i pezzi degli anni che iniziavano a sommarsi, i primi dolori e le prime emozioni da ometto spaventato dalla vita. Lei era sempre lì, in punta di piedi e sempre controllata, attenta a non invadere la sua tenera vita che avanzava.

Gli anni erano passati veramente in fretta e con essi le tante esperienze, i viaggi e le donne. Nella fase attuale della senilità che era talmente densa, confondeva gli uni con gli altri o forse erano la stessa cosa.  Aveva amato certe città perché vi aveva amato una donna o forse l’aveva desiderata perché era talmente connaturata in quella città. Quei corpi che diventavano i monumenti ad ogni angolo dei quartieri, il sapore delle loro bocche che sapevano delle spezie che si percepivano mentre vagava per le sue strade. Le musiche nei locali notturni dove si attardava fino all’alba perché non voleva abbandonarsi a ciò che lo attendeva fuori, al di là dei fumi e dal vociare della gente che si ammassava in quel limbo di disperazione ed euforia. Poi venne il mare, la scelta di solcarlo su quelle grosse cattedrali di ferro. Le stagioni passate a farsi sferzare dal vento carico di sale sui pontili con le mani irruvidite dal lavoro pesante ed il primo contatto con le macchine che pompavano calore e con quei grossi ingranaggi che sembravano avere vita propria.

Fu in occasione di un attracco a Macao che conobbe in un bar del tutto anonimo ed in un’ora altrettanto insignificante di un pomeriggio afoso un uomo ben vestito con un panama leggermente ingiallito che recava al polso un orologio grosso e lucido.  Se lo sfilò e prese a smontarlo, mostrandogli come lo scandire dei secondi non fosse altro che un’abile costruzione di rotelle che si incastravano l’una con l’altra perfettamente e che a loro volta generavano movimento in altre sovrapposte. Fu una passione improvvisa, doveva assolutamente creare e padroneggiare lo scandire di quei momenti. Era come interferire nella vita degli altri, un minuto misurato dai suoi orologi sarebbe potuto essere un momento decisivo della vita di un altro, un appuntamento dagli enormi significati. Un evento accaduto in un giorno, in un’ora, in un minuto piuttosto che in un altro ed i suoi orologi lo avrebbero fermato e battezzato in quel preciso ticchettio. Da quell’istante tutta la sua vita fu investita nello studio e nella cura di ciò. Vennero le grandi scuole e le fabbriche di produzione dove lui spendeva ed ampliava le sue abilità di costruttore e designer sempre con la stessa foga e la stessa bramosia di quel pomeriggio a Macao. I tanti anni erano trascorsi così, tra passioni ed amori fugaci, figli ed altri viaggi. Ma tutto il suo tempo era speso e sarebbe stato speso sempre e soltanto a creare altro tempo.

Si rese conto che con uno sforzo inaudito stava creando la sua ultima opera, aveva scelto materiali di eccelsa qualità. Tutto doveva essere perfetto e per questo aveva voluto solo lavorare con l’oro, uno dei metalli più duttili che ci siano in natura ma l’unico con una dote elevata di purezza che faceva proprio per l’occasione, l’ultima occasione. Lentamente e con solerzia passò tre giorni chiuso nel suo laboratorio chino sull’orologio a muovere ed a incastrare i piccoli pezzetti. Gli occhi erano molto affaticati, la bocca asciutta e spesso sentiva provenire da dentro la sua carcassa un rantolo che gli ricordava i suoi polmoni stanchi. Le dita ingrossate e dinoccolate da un’impietosa artrosi opponevano un desiderio di inerzia contro i movimenti che lui voleva imporre alla sua opera.

Alla fine l’opera era completa, gli ingranaggi andavano e non ne sentiva lo stridere. Chiuse la calotta. Aveva imprigionato il Tempo, lo aveva racchiuso come si fa con un insetto chiuso in una scatolina. Tese l’orecchio e sorrise, lo sentiva sbattere. Era il Suo Tempo… tic tac tic tac!

 

Testo di Sabrina Maio, foto di Amedeo Petrocchi.

1 commento

  1. Dolce, sensibile e particolare racconto. Ci si immerge tra le righe e si percepiscono i suoni, il ticchettio ed il rumore di quei piccoli pezzi montati e smontati. Molto bello

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