Due mamme

Due mamme. Di loro non ho immagini. Né sarebbe stato giusto fotografarle.

Una viveva con la sua bimba in una casetta di una sola stanza a pianterreno nella calda ed assordante Saigon. Mi ostino ancora oggi a chiamarla Saigon per quella sorta di nostalgia letteraria che ha pervaso tanto la mia fantasia prima di recarmi lì, anche se ritrovare l’atmosfera coloniale della Saigon narrata nelle pagine della Duras era quasi impossibile. La ricostruzione di Ho Chi Minh City è avvenuta in dispregio di tutte le regole di armonia e sensualità che possedeva questa città, lasciandola in balia di accozzaglie ferrose e di cemento, di suoni devastanti e polveri che si sollevano ovunque.

La prima mamma la vedevo tutte le mattine e le sere quando rientravo. Il silenzio si impadroniva di me in segno di rispetto come quando si entra in chiesa mentre attraversavo la stradina stretta che mi portava alla mia pensione. La trovavo sempre lì appollaiata con la bimba sulla loro stuoia, in quel loro piccolissimo mondo fatto di nitore e cura. È una città dura Ho Chi Minh. Non credo ci sia spazio per angoli di incanto e di sicuro non lo era quel tratto in cui vivevo. Provavo quasi un sollievo a volte a rientrare da quel turbinio di forze che è la città, ed imboccare la stradina della pensione era già trovare riparo. Ma loro in quella piccola stanza aperta sulla strada davano un’impressione completamente diversa. Loro sì, erano l’incanto. Sembravano inseparabili, la mamma accarezzava i capelli della sua cucciola, le dava da mangiare e lei ricambiava amore dagli occhietti stretti e con le manine paffute che le stringevano il viso.

Una volta trovai la mamma che la cullava, confortandola per qualche dolorino. La bimba piangeva e cercava con il dito di toccarle il viso, come per torturarla. La mamma non se ne dava carico, sorrideva con uno sguardo vuoto e solo. Si girò solo vagamente verso la mia presenza ma era come se non mi vedesse. Erano come sospese nel tempo, sempre lì, ferme, come due burattini cristallizzati in un teatrino di campagna. Sembrava che vivessero di niente, non c’erano attese, né scodelle fumanti per altri. Non una sola traccia di presenza maschile, se non per uno dei tanti motocicli parcheggiato davanti al piccolo uscio e per qualche giacca appesa dentro, troppo grande per i loro piccoli corpicini. Il resto erano piccole scodelle e bacchette messe ad asciugare sulla stuoia, piccole coroncine di fiori e la frutta data in dono a chissà quale loro Dio. All’interno di quella che sembrava una scatola c’era tanto amore e la cura di ciò che si deve proteggere. Niente scalfiva quel piccolo mondo, solo una leggera musichetta che udivo in lontananza e che mi faceva pensare ai carillon della mia infanzia. Ricordai l’abbraccio di mia madre.

L’altra mamma la ricordo nel vano di un bancomat di una banca in una delle strade più ricche di Hanoi, la via dell’Opera. Era tarda sera, le macchine passavano velocemente lungo la Trang Tien Street. L’aria a quell’ora era più respirabile ed in quella parte di città aleggiava vagamente un’atmosfera più rilassata. Sembravano quelle sere che preludono a grandi cose. In fondo al viale intravedevo le luci della sponda opposta dello Hoan Kiem che svirgolettavano sulla cresta dell’acqua immobile. Una leggera brezza di ristoro induceva a non rientrare. E fu mentre lentamente avanzavo lungo la strada che voltai lo sguardo verso l’antro della banca. Lei era rannicchiata al pavimento e stringeva forte a sé la sua bimba, quasi serrandola. Non si distinguevano bene, raggomitolate come erano in tanti stracci. I corpi inermi si prolungavano coi loro lunghi capelli. Le mani come in una morsa stringevano gli stracci, unico loro bagaglio. I volti spenti dalla fuliggine di una vita di poche carezze. Non era un sonno pacificatore il loro, le linee del viso erano tese e pronte a destarsi, ben consapevoli di provare a rubare anche quei pochi attimi di riparo. Provai lo stesso senso di silenzioso rispetto, anche se mi trovai più disarmata ed in balia di pensieri meno rassicuranti per la vita che tormenta i poveri Cristi ad ogni geografia. Anche per loro il mondo di fuori sembrava non entrare e non turbarle. Per quella notte.

 

Testo e foto di Sabrina Maio

 

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