“Transiti di Luis Cernuda” di Giuseppe Gentile

Nella primavera del 1938 Luis Cernuda arriva in Inghilterra per la prima volta. Vi era giunto, per un programma di conferenze da tenersi a Londra, dietro l’invito del poeta e amico Stanley Richardson. Passata la frontiera il 14 febbraio di quell’anno e dopo una breve permanenza a Parigi, a marzo raggiunge la capitale britannica, pensando di trattenersi solo il tempo necessario a svolgere l’impegno preso. In realtà, quello fu solo l’inizio di un viaggio senza ritorno, un esilio destinato a durare una intera vita.

Tra le cose, poche, che porta con sé, ci sono quelle otto poesie – le ultime scritte e pubblicate nella sua terra tra il febbraio e l’ottobre del 1937 – che, nelle intenzioni del poeta, avrebbero dovuto essere il nucleo generatore di Elegías españolas, la nuova sezione, la settima, di La Realidad y el Deseo.

Quelle otto poesie, con poche varianti, confluiranno invece in quel libro, Las Nubes, che è il precipitato di quegli anni oscuri, tra Londra e Cranleigh e Glasgow, quando ormai la speranza di un ritorno nella sua terra si sarà fatta sempre più remota. E il nuovo titolo non contraddice il primo, piuttosto vi si sovrappone, lasciando intravedere, come in filigrana, quel profondo sentimento di mestizia, di doloroso cordoglio che ogni elegia in sé contiene e che attraversa l’intero libro, dal ‘notturno’ lunare iniziale al conclusivo ‘inno’ all’Escorial e alla gloria passata di quella Spagna e di quel re che quel monumento eresse.

Se uno dei problemi più complessi e più discussi della poetica cernudiana è il rapporto tra esperienza e scrittura, tra vissuto e creazione letteraria; se Cernuda, con tutto il suo impegno, continuamente tese a non confondere «el hombre que sufre con el hombre que crea» (così il sivigliano cita alla lettera Eliot, pur senza nominarlo, nel suo Historial de un libro), spesso egli non fu capace – meglio, non volle sempre esserlo – di opporsi a quel bisogno appassionato di assumersi la responsabilità di proiettarsi come soggetto lirico nelle sue stesse poesie, di comunicare, in qualità di poeta, le sue più profonde ed intime contraddizioni. In questo senso, Las Nubes, appare oggi come il ‘diario’ di un tempo della sua vita che va dal primo anno della guerra civile, vissuta dal di dentro, alla coscienza, che la Gran Bretagna gli rivela, di essere un perenne esiliato, uno straniero, in patria come fuori di essa.

È possibile così comprendere meglio perché lo stesso Cernuda non abbia avvertito, nella strutturazione e definizione di Las Nubes prima di darlo alle stampe, alcuno iato tra quelle otto poesie dette “de la guerra” e le successive, scritte ormai in terra anglosassone.

È possibile addirittura dire che Las Nubes è permeato da una sola tonalità grigiamente e tristemente monotematica; e tale tonalità, senza ignorare ovviamente quei temi, ossessivamente presenti, della guerra, della patria e dell’esilio, potremmo chiamarla tonalità del ‘transito’, del passaggio dalla vita alla morte, del ritornare a vivere una nuova vita, senza poter dimenticare che si è passati attraverso la morte. In tal senso affiderei a  “Lázaro” e al suo monologo drammatico, la funzione di agire da asse centrale intorno al quale ruota e si edifica l’intero libro.

Altri transiti scandiscono il tempo poetico di Las Nubes: dalla stazione di Port Bou ai giardini di Parigi (“La fuente”, per esplicita indicazione dello stesso Cernuda, nasce da un pomeriggio trascorso al Jardin du Luxembourg), dal Temple londinese ai cimiteri di Glasgow, transiti che pur nella loro denotativa concretezza ed evidenza sempre rinviano, sia pure in eco, a quel transito centrale di morte e di dolorosa resurrezione; transiti che non sono solo il segno di uno sradicamento quanto piuttosto l’ansia, il ‘deseo’, di cercare una patria spirituale che risarcisca di un paradiso perduto, che conforti con una possibile redenzione. In questa ansia, e non tanto nelle coincidenze più esteriormente teorico-letterarie, è possibile intravedere un tratto che avvicini due caratteri  e due destini così profondamente diversi quali quelli di Eliot e di Cernuda.

 

LA FUENTE

Hacia el pálido aire se yergue mi deseo,
Fresco rumor insomne en fondo de verdura,
Como esbelta columna, mas truncada su gracia
Corona de las aguas la calma ya celeste.

Plátanos y castaños en lisas avenidas
Se llevan a lo lejos mi suspiro diáfano,
De las sendas más claras a las nubes ligeras,
Con el lento aleteo de las palomas grises.

Al pie de las estatuas por el tiempo vencidas,
Mientras copio su piedra, cuyo encanto ha fijado
Mi trémulo esculpir de líquidos momentos,
Única entre las cosas, muero y renazco siempre.

Este brotar continuo viene de la remota
Cima donde cayeron dioses, de los siglos
Pasados, con un dejo de paz, hasta la vida
Que dora vagamente mi azul ímpetu helado.

Por mí yerran al viento apaciguados dejos
De las viejas pasiones, glorias, duelos de antaño,
Y son, bajo la sombra naciente de la tarde,
Misterios junto al vano rumor de los efímeros.

El hechizo del agua detiene los instantes:
Soy divino rescate a la pena del hombre,
Forma de lo que huye de la luz a la sombra,
Confusión de la muerte resuelta en melodía.

da Las Nubes

 

LA FONTE

Verso l’aria pallida s’erge il mio desiderio,
Fresco murmure insonne su uno sfondo di verde,
Come ritta colonna, ma tronca la sua grazia
Corona delle acque la quiete ormai celeste.

Lungo viali distesi i platani e i castagni
Portano via, lontano, il mio sospiro diafano
Dai sentieri più chiari alle nubi leggere,
Con il lento aleggiare delle colombe grigie.

Statue dal tempo vinte e ai loro piedi
Mentre copio quei marmi e il loro incanto
Che ho scolpito, tremante, in liquidi momenti,
Unica tra le cose, muoio e rinasco sempre.

Questo eterno sgorgare viene dalla remota
Vetta dove caddero dei, dai secoli
Passati, con cadenza di pace, verso la vita
Che vagamente dora il mio impeto d’un azzurro gelato.

E in me vagano al vento quelle spente cadenze
Delle morte passioni e la gloria e i dolori d’un tempo,
E sono, entro l’ombra nascente della sera,
Misteri presso il vano rumore degli effimeri.

Questa magia dell’acqua può fermare gli istanti:
Sono divino riscatto alla pena dell’uomo,
Forma di quanto fugge dalla luce alle ombre,
Confusione della morte risolta in melodia.

Traduzione di Giuseppe Gentile

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *