Giuseppe Riccio

Famoso nell’ambiente per le sue battute disarmanti (è infatti un convinto pacifista!), Giuseppe Riccio è prima di tutto un amico col quale, quando possibile, confrontarsi su vari argomenti e magari suonare qualcosa insieme. Anche lui, nonostante impegni di varia natura, continua a fare musica con passione confermando quanto questa attività rivesta un ruolo fondamentale nella vita delle persone in contrapposizione al fatto che per molti, oggi, sembra essere pensata, prodotta e vissuta solo come un modo per arrivare al successo.

Torniamo agli inizi degli anni ’90. Come ti sei avvicinato all’ambiente musicale?

Avevo appena terminato il liceo. In quel periodo ascoltavo solo Heavy Metal senza avere assolutamente idea di quanta altra musica ci fosse in giro. Un giorno Gianpaolo Trifone, amico col quale frequentavo l’università, mi portò nella cantina di Andrea Caso, un posto adiacente al vecchio cementificio dove i ragazzi si ritrovavano per suonare e ascoltare musica. Andrea suonava la batteria, dipingeva e aveva un grande animo artistico (ricordo delle belle fotografie che fece all’area del cementificio poco prima che lo buttassero giù). Fu proprio in quel contesto che venne fuori il primo nucleo del gruppo: io e Gianpaolo, che allora cantava, suonavamo le chitarre, mio fratello Giovanni il basso e Piergiorgio Santacroce la batteria.

C’è da dire che all’inizio fummo influenzati anche da ciò che accadeva in città. A Salerno in quegli anni veniva organizzato il Festival Blues e la possibilità di assistere a concerti con artisti importanti (Steve Ray Vaughan, Eric Burdon e tanti altri) spronò molti ragazzi ad avvicinarsi a quel genere o comunque a iniziare a fare musica.

Cominciammo quindi facendo cover rock-blues con il nome di Shapes (periodo 92/94) esibendoci in vari contesti come centri sociali o fabbriche occupate. Eravamo i famosi compagni Shapes!

Subito dopo ci fu un breve periodo in cui il gruppo cambiò formazione. Gli Shapes proseguirono con l’alternarsi di altri musicisti mentre Gianpaolo fondò i King’s Garden con Filippo Trotta, Andrea Caso e Francesco Salati, iniziando a fare pezzi originali.

Quando hai iniziato a scrivere pezzi e a cantare?

A metà anni ’90 grazie anche all’ascolto di tanta altra musica (tipo il rock alternativo di quel periodo) decido di scrivere pezzi miei. Un giorno chiamo Gianpaolo dicendogli  che avrei voluto portare il gruppo in una dimensione punk-rock. Lui fu subito d’accordo e poco dopo trovò anche il nuovo nome del gruppo: sui biglietti dei treni interrail era segnalato che il biglietto era valido tutti i giorni tranne il giorno libero (in inglese Day Off ma in spagnolo Dia Libre… che ci piacque molto).

Iniziammo con tre pezzi miei, uno di Gianpaolo e un altro di Piergiorgio accostandoli ad alcune cover. I testi erano in inglese (lingua con la quale riesco ad esprimere meglio le mie idee musicali).  Fondamentalmente, al di là del genere che fai, ciò che componi inizia ad avere un senso quando, tra tante canzoni che scrivi, ce n’è una che continua piacevolmente a tormentarti quasi come se ti stesse implorando di darle una vita reale.

Subito dopo facemmo una delle esperienze più belle per un musicista: la registrazione nel 1995 di un demo che in realtà non ha neanche un nome. Gli amici lo conoscono come “il porco” per via della scelta di mettere un maiale in copertina! Lo registrammo a Bagnoli (Na) nella sala prove dei Gatti Distratti, gruppo New wave napoletano che aveva vinto Arezzo Wave.

Altra cosa che ricordo volentieri fu l’apertura del concerto dei Bisca, credo fosse il  1996. Quando ci presentarono ci storpiarono il nome chiamandoci i Diatriba…

Le prove le facevamo la domenica mattina al Mumble Rumble, un posto che era un vero riferimento per i ragazzi della zona. Spesso, durante le prove, si creava un clima da laboratorio creativo poiché gli stessi musicisti che ci ascoltavano ci davano volentieri delle dritte su come far evolvere un pezzo o su come arrangiarlo.

Alcuni dei rapporti migliori che si sono creati  in quel contesto sono stati con i ragazzi della Travelin’ band, uno dei gruppi più coinvolgenti dell’ epoca insieme ai  Peanuts. Quello fu anche il momento in cui in città ci fu molto interesse per altri generi come il ragamuffin o la musica folk e etnica.

Comunque si suonava spesso. Non c’erano i direttori artistici nei locali e quindi anche se  il gestore chiedeva sempre “quanta gente portate?”, alla fine ti faceva suonare perché la richiesta di musica live era forte. Quella generazione era cresciuta col valore dell’esperienza live e quindi frequentava locali che la proponessero.

Uno dei concerti più belli, organizzato dal comitato studentesco,  fu al centro storico nel 1997 quando sul palco salirono vari gruppi locali che facevano musica originale. Un po’ mi manca quell’atmosfera. Ricordo la piazza pienissima di gente che era venuta ad ascoltare gruppi per niente famosi ma con grande voglia di proporre la loro musica.

Nel 1998 invece registrammo “Dia Libre”, un EP con nuove canzoni e con la band in parte trasformata. Gianpaolo cercò altre soluzioni musicali e nel gruppo subentrarono Claudio Scannapieco al basso e Giuseppe Gagliano all’altra chitarra. Mio fratello invece aveva già lasciato da tempo il gruppo. La copertina era una rielaborazione di un lavoro di Keith Haring realizzata proprio da Andrea Caso. Lo registrammo nello studio di un altro amico, Fabio Scoppetta, con un 8 tracce digitali. La rivista Blow up ci inserì al quinto posto nella classifica EP di fine 1999.

Un altro concerto che ricordo con piacere fu a Perugia. Il locale era frequentato da ragazzi che amavano conoscere nuovi gruppi. Fu davvero una bella serata. Tra gli episodi divertenti ci fu una cosa che accadde nell’albergo dove alloggiavamo, uno di quelli dove di solito si fermavano i  musicisti di Umbria Jazz. Gli altri ragazzi del gruppo si erano già recati al locale. Quando lasciai  la stanza per raggiungerli un tipo in livrea rossa e con la tuba prese la mia chitarra e mi accompagnò al locale. Io lo lascai fare immaginando la scena seguente. Al nostro arrivo al locale i ragazzi della band mi ricoprirono di insulti vari che non sto qui a ripetere…

Le ultime soddisfazioni furono una bella recensione di John Vignola su Rockerilla e un contatto dalla Sony. Il gruppo si fermò proprio lì, quando iniziò a circolare il nome a livello nazionale. Sarà stata indolenza o il fatto di non saper affrontare cose più grandi o magari il non scegliere di comporre in italiano, fatto sta che non riuscimmo a cavalcare quel momento propizio.

Per me ci fu soltanto un altro episodio interessante. Avevamo da poco sciolto il gruppo, intorno al 2000. Da Disclan trovai un annuncio di un gruppo di Agropoli che cercava un chitarrista. Li contattai ma mi resi subito conto che, lavorando e avendo messo su famiglia, mi sarebbe stato impossibile raggiungerli due o tre volte a settimana. Per la cronaca quel gruppo sarebbe diventato famoso col nome “A Toys Orchestra”!

 

Il gruppo quindi si scioglie agli inizi del 2000. Passeranno poi circa quindici anni prima di riprendere a suonare. Come è accaduto?

Un giorno mostro a mia figlia il cd che avevamo realizzato. Forse volevo solo condividere con  lei quell’esperienza, ma poi capisco che dietro c’è altro. Presto mi rendo conto che nonostante gli impegni e la famiglia, a cui tengo moltissimo,  c’è una parte di me che ha necessità di venire fuori anche se con uno spirito diverso. Cerco di conciliare il tutto, ovviamente con un approccio diverso. Di certo fare musica non è soltanto un modo per rilassarsi dallo stress. L’approccio creativo e la necessità di comunicare in modo più immediato con le persone restano fondamentali e quando scrivo un pezzo e poi lo canto mi sento pienamente immerso in questo processo.

I Dia Libre rinascono quindi con i musicisti dell’ultima formazione e la condivisione di uno spirito che si rinnova nel tempo ma resta identico per quello che riguarda i nostri rapporti.

Per farti capire ciò che per me rappresenta la musica ti cito un episodio realmente accaduto: due anni fa suonammo a Napoli in un centro sociale e rifacemmo una canzone dei primi tempi. Tra il pubblico c’era una persona un po’ avanti negli anni che, terminato il concerto, venne a chiederci informazioni su uno dei pezzi suonati quella sera. Secondo lui, che era certo di conoscerlo, poteva soltanto essere un pezzo famoso degli anni ’90 o in alternativa era uno di quelli che lui stesso aveva registrato. Il tipo attempato era Davide Della Monica dei Gatti Distratti, proprio colui che aveva registrato quel pezzo ventidue anni prima. Il fatto che avesse riconosciuto la canzone e che gli era piaciuta ancora a distanza di anni per me ha rappresentato una grande soddisfazione.

Riprendiamo così a suonare e grazie al piacere che ho sempre provato immedesimandomi nel lavoro e nello spirito creativo degli altri nascono anche collaborazioni con altri musicisti.  Questa sintonia con l’altro è la parte vitale del mio modo di fare musica e da questo presupposto, con Maurizio Milione,  abbiamo iniziato ad organizzare serate per far suonare altri gruppi.

Adesso però è arrivato anche il momento di registrare i pezzi nuovi. Per me è un passaggio obbligato per poter poi continuare ad esplorare nuove soluzioni. Insomma la Diatriba… continua!

 

A cura di Mauro Leone

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